"SI PUO' FARE! MA CON LA MATEMATICA, FUNZIONA?" di Andrea De Angelis

Dom, 25/09/2016 - 13:32 -- Fabio Borselli

 

Torna lo SPEAKER'S CORNER di SOFTBALL INSIDE e già questa, di per se, è una grande notizia!

Qui da noi è, infatti, difficilissimo, se non impossibile, trovare degli "scritti" originali di "addetti ai lavori" che abbiano qualosa da dire e disposti a "mettersi in gioco" (o a svelare qualche loro "segreto").

Credo che, purtroppo, il nostro movimento, fino ad ora, sia stato incapace di elaborare strade originali, che non fossero la banale "fotocopia" di quello che si vede fare "aldilà del mare" .

Credo, anzi ne sono sicuro, come ripeto da tempo, che ci sia, ora più che mai, bisogno di diffusione delle idee, di confronto sulle stesse, di "sano contendere", di teorie e studio che ci permettano, finalmente, di elaborare "le possibili vie italiane al baseball e al softball".

Spero che questo mio sentire non sia solo mio e che, prima o poi, si possa, almeno, cominciare a discuterne.

Proprio per questo SOFTBALL INSIDE continua a mettere a disposizione di CHIUQUE nel nostro movimento senta di avere qualcosa da dire:

uno spazio libero, aperto, in cui "dare voce" ai propri pensieri.

In quest'ottica ecco che la breve riflessione dell'amico ANDREA DE ANGELIS, suscitata dal mio post "Ma se lo sappiamo, pechè non lo facciamo?", assume la forza di una vera e propria provocazione su tutto quello che significa, realmente, preparare la prestazione.

Un Grazie ad Andrea per la sua "presenza".

***

Ma con la matematica funziona?

Le interminabili discussioni sul “giusto” metodo di allenamento, passando per l’insegnamento dell’algebra, mi hanno fatto riflettere spesso e volentieri.

Durante la preparazione dei miei allievi (matematici) quando ne ho avuto occasione ho sempre portato la preparazione dei ragazzi a un parallelo sportivo che penso e spero sia poco discutibile:

"puoi essere preparatissimo e toppare il compito (o la partita) oppure essere in difficoltà e sfoderare la prestazione da secchione (o da campione)".

Come ci si deve preparare alla prestazione è il contendere in essere su cui tutti discutiamo.

Il “Modello Prestativo”, a mio parere, parere di "matematico" naturalmente, ha un grosso nemico:

il tempo.

È inequivocabile (e sembra scientificamente indiscutibile) che la differenziazione nell’allenamento porti a risultati migliori (nel lungo periodo) ma, nella matematica. funziona allo stesso modo?

Sto sperimentando (lo confesso, sto usando un ragazzo in difficoltà con la matematica come cavia) per togliermi la curiosità di verificare se la "differenziazione" negli esercizi (di matematica) possa portare a risultati migliori.

La sperimentazione comincia adesso, in settembre, perché “ho tempo”, quando ho cominciato a seguirlo e prepararlo, in aprile dello scorso anno, non ne avevo e ho dovuto scegliere la "strada conosciuta" delle infinite ripetizioni, per fargli svolgere al meglio l’esercizio di gara (compito in classe o interrogazione).

Cosa c’entra questo con il baseball?

Molto.

Salvare un ragazzo da una certa bocciatura è come salvare una squadra dalla retrocessione:

si lavora in campi sporchi, polverosi e mal segnati, con scarso "materiale umano" a disposizione, ma la scelta del metodo dipende sempre dal TEMPO a disposizione.

Nel baseball è facile sperimentare...

Ma in matematica?

"E se lo bocciano?”

                                                 Andrea De Angelis

 

Ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?

Lun, 19/09/2016 - 13:11 -- Fabio Borselli

 

Negli ultimi anni sono stato fortunato:

come “formatore” ho potuto incontrare decine (forse centinaia…) di “aspirati allenatori” a e di tutti i livelli di preparazione, formazione, ispirazione.

Uno dei concetti FONDAMENTALI (a mio modesto parere) che cerco di “far passare” è quello di MODELLO PRESTATIVO.

La considerazione che sta alla base di questo MODELLO è, in fondo, molto semplice e molti studiosi di cose sportive che ne hanno scritto sembrano parlare della “scoperta dell’acqua calda”:

“Il miglior maestro per l’allenamento è la gara” (Cramer, 1987)

“Dalla gara capiamo che cosa dobbiamo allenare” (Krauspe-Rauhut-Teschner, 1990)

“Se la gara è il miglior allenamento è anche vero che un buon allenamento deve per forza avere il carattere di una gara” (Northpoth, 1988)

Di fatto tutto ciò vuol dire, semplicemente che l’allenamento deve essere coerente con la gara:

in allenamento il giocatore e la squadra devono prepararsi ad affrontare ciò che si troveranno, realmente, di fronte durante la partita.

Per definire il MODELLO PRESTATIVO del baseball e del softball (davvero molto, molto vicini, nonostante le differenze tra i due sport) si deve perciò, prima di tutto, partire dall’osservazione del gioco per poterne, poi, ricavare indicazioni sul cosa e come fare per incrementare la possibilità di performance.

Grazie a un lavoro di ricerca molto approfondito (svolto, in Italia, da Colli, Faina e Machetti  nel 1987 e completato da Madella, Mantovani e Aquili nel 1992) è possibile fare questo breve elenco di considerazioni relative alla partita:

  • Costante alternanza tra azione e pause.
  • Mediamente, solo un lancio su tre evolve in una azione di gioco.
  • In nessun caso si sono verificate più di 20 azioni in metà inning, mentre sono stati effettuati anche 50 lanci.
  • Questo evidenzia il diverso impegno metabolico in relazione ai ruoli.
  • Le azioni durano in media 4"47 (+/- 2"45), sia nel baseball che nel softball.
  • La pausa media tra un lancio ed un altro è di 23" (+/- 13").

Da queste è possibile arrivare alle seguenti conclusioni:

  • le azioni di gioco si succedono ogni 45/50 secondi circa e la loro durata è estremamente breve,
  • è richiesta una elevata capacità di esprimere potenza in tempi brevissimi.
  • c’è un ELEVATO utilizzo del sistema anaerobico alattacido, uno SCARSO utilizzo del sistema aerobico lattacido e l’utilizzo del sistema aerobico praticamente NULLO,
  • le qualità motorie necessarie sono rappresentate da alti livelli di forza esplosiva e di rapidità,
  • necessita lo sviluppo delle capacità coordinative al massimo livello.

Detto questo ne consegue che le modalità di allenamento, ferma restando la necessità di agevolare l’apprendimento della tecnica, siano assolutamente certe e direttamente riconducibili alla partita.

Provo a puntualizzare:

nel gioco “reale”, il terza base, per esempio, raccoglie la palla battuta e, spesso, in condizioni di disequilibrio, sotto la pressione dell’avversario e risolvendo una miriade di problemi (che possono andare dal ritardo del suo compagno nel coprire la prima base, alle condizioni di luce, passando per rimbalzi irregolari o rotazioni “strane” della pallina) effettua il tiro per l’eliminazione.

Questa sequenza di azioni, lo dice l’analisi del gioco, dura circa quattro secondi nel baseball, circa tre nel softball (se dura di più, mi dispiace... Sarà per un’altra volta: il corridore è SALVO!) dopo di che c’è una lunga pausa e non è detto che la battuta successiva (mediamente una ogni 2/3 lanci) sia di nuovo sul terza base.

In quest’ottica, quale significato hanno infinite ripetizioni, che durano anche 5/10 minuti consecutivi, di presa della palla (magari battuta alla stessa velocità, angolazione e profondità, per aumentare la standardizzazione) senza nessuna pausa, con la velocità di esecuzione in vertiginoso calo ad ogni nuova sequenza presa/tiro, perdendo le caratteristiche fondamentali de baseball (per non parlare del softball) che sono la rapidità e l’esplosività del gesto?

Non sarebbe più “allenante” inventarsi qualcosa di più vicino alla gara, anche e soprattutto dal punto di vista della “pressione” emotiva?

Per non parlare della battuta… 30/40/50 swing in una sequenza pressoché continua, senza soluzioni di continuità… Con la velocità della mazza che cala a ogni ripetizione e il gesto che si adatta alla fatica muscolare… Senza che il lancio in arrivo cambi mai di “consistenza”, di direzione, di velocità o di angolo… Peccato che i nostri battitori, in gara, facciano al massimo 2/3 swing per turno di battuta…

Non esiste, davvero, un modo per allenare i battitori che sia più “like a game”?

Il concetto di MODELLO PRESTATIVO è ormai ben conosciuto (lo tocco con mano a tutti i corsi cui partecipo) e, almeno a giudicare dalle tesine, dalle risposte ai questionari e dalle discussioni, ben compreso.

Manca l’ultimo passo però, quello più importante:

adattare l’allenamento al MODELLO, superando la tradizione, “quello che si è sempre fatto”, se questo va in netta contrapposizione al MODELLO stesso.

In fondo la domanda fondamentale che dovremo farci è davvero:

Ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?

 

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Talento

Lun, 12/09/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Una foto, nemmeno fatta tanto bene, trovata sul web:

qualche frase, anzi singole parole, quasi (solo quasi...) casuali.

Qualche frase, anzi singole parole, pesanti come macigni.

Un "manifesto" da appendere in ogni dugout, in ogni spogliatoio, allo specchio del bagno nelle case di ogni atleta e di ogni allenatore.

Una sola grande verità:

IL TALENTO DA SOLO NON BASTA!

Scusate se è poco...

 

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L'allenatore

Lun, 05/09/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

Risultati immagini per baseball kids coach scream

 

Mi capita di fermarmi ai bordi di un campetto di baseball di periferia.

Mi capita di fermarmi a osservare i ragazzi che aspettano di allenarsi.

Prima, li vedo giocare spensierati con una palla mezzo scucita e di quell’indefinibile colore che hanno le palle da baseball un po’ vecchie.

Poi, vedo il loro cambiamento, di umore e di approccio, una volta avvistato l’allenatore in arrivo.

Quel cambiamento, per capirci un po’ da “giorno dell’interrogazione”, si vede negli occhi, nei gesti, nella postura.

Incuriosito mi fermo, c’è una specie di “parterre” di fortuna, e mi siedo a guardare l’allenamento.

I ragazzi non sono molti, forse una dozzina, ma sono diligenti, ordinati rispettosi:

corrono in silenzio, in silenzio seguono un compagno al centro del cerchio che guida il riscaldamento, altrettanto in silenzio si mettono a coppie e palleggiano poi, tutti insieme attorniano il coach che da le direttive:

allenamento di battuta.

Tralascio di raccontare la noia provata a seguire questo “eterno” batting practice e sorvolerò anche sul fatto che in circa 45 minuti ogni bimbo ha, di fatto, girato a mazza 30 volte e “pascolato” tra prato e terra rossa nel tempo restante.

Arriva qualche genitore, si siede e ci scambiamo due parole, poi la loro attenzione è tutta per i figli, la passione per il gioco è palpabile e i commenti sono tutti del tipo: “che buon contatto!”, “ha proprio un bello swing”, “peccato per quelle mani troppo basse”…

Li sento parlare dell’allenatore, di come ha portato una “mentalità vincente”, di come ha corretto molti errori dei ragazzi, anche se c’è ancora “tanto da fare”, di come la squadra “sia pronta” grazie a lui.

Osservo il mio collega con un pizzico di invidia e mi dico che sarebbe bello sentire genitori o atleti che parlano così di me.

Poi lo osservo meglio e vedo che, dopo ogni lancio, ripeto:

dopo ogni singolo lancio, arriva precisa e implacabile una sua correzione/indicazione/puntualizzazione:

“tieni le mani alte”, “guarda la palla”, “hai fatto il passo troppo lungo”, gira più veloce”, “tieni la mazza parallela” e altri “slogan” perfettamente conosciuti a chi frequenta i campi di gioco da troppo tempo come me.

Lo osservo alla fine del “giro di battuta” radunare la squadra e spiegare, per quasi un quarto d’ora, come LORO, i ragazzi, siano ancora lontani dalla perfezione, su quanto ci sia da lavorare per, poi, fargli vedere “lo swing giusto”.

Saluto i genitori che stanno elogiando le grandi conoscenze del “mister” e mi allontano riflettendo…

Ho un turbine di pensieri per la testa e scrivendo queste righe altri mi si affollano nella mente.

Ma su tutti una domanda:

cosa deve fare l’allenatore? Quale è, davvero, il suo mestiere?

Nonostante il grande successo riscosso tra i genitori e supportato, invece, dalle facce tristi di quasi tutti i bambini, io sono convinto che quello che ho visto non sia allenare, o almeno non sia allenare bene:

allenare è, di questo sono assolutamente convinto, mettersi al servizio del gioco, della squadra, dell’atleta.

Allenare è osservare e studiare per capire quello che si vede.

Allenare è utilizzare quello che si conosce e quello che si impara per far si che quello che si vede, l’atleta e il suo approccio al gioco, possano far parte del gioco per quello che possono dare, non per quello che ci piacerebbe che dessero.

Allenare non è “insegnare a battere”, allenare è “aiutare a battere, nonostante”.

Allenare non è cercare la perfezione, allenare è aiutare gli atleti a usare la loro imperfezione al meglio.

Allenare non è creare dipendenza, allenare è dare indipendenza.

Allenare non è scegliere al posto dell’atleta, allenare è dare possibilità di scelta a ognuno dei propri giocatori.

Certo è più difficile! Molto più difficile!

È molto più semplice continuare a ripetere all’infinito “frasi fatte” che, a torto o a ragione crediamo possano cambiare le cose.

È ancora più semplice convincere i giocatori che possono cambiare il loro modo di tirare, o di battere o di prendere la palla ascoltando le mie indicazioni piuttosto che inventare e strutturare le cose in modo che quello che dico sia facile da fare.

Credo che allenare non sia una semplice questione di tecnica o di appeal.

Non conta quello che sai tu, ma quello che alla fine non solo sanno, ma sanno fare, quelli che hai allenato e, mi scuso se suona molto o troppo retorico, conta molto quello che sei capace di imparare, ogni volta, anno dopo anno, dai giocatori che alleni.

 

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