La coppa del nonno

Quando ero piccolo, la “Coppa del Nonno” era un gelato, prodotto da una nota casa dolciaria.

Quando ero piccolo, “vincere la Coppa del Nonno” era un modo di dire.

Noi ragazzi lo tiravamo fuori quando, giocando a qualsiasi cosa, il vincitore si lasciava trascinare in eccessivi e ridondanti festeggiamenti.

La partita di pallone/baseball/pallacanestro/palla prigioniera che si giocava per strada era importantissima.

Valeva come una finale del campionato mondiale (anzi, a dire il vero, lo era, una finale del campionato del mondo).

Ne andava dell’onore di ciascuno di noi ma, invariabilmente, non era consentito al vincitore prendersi troppo sul serio.

Ecco che bastava una infelice e nemmeno troppo prosaica autogratificazione che, immancabile, partiva il ritornello:

“capirai, hai vinto la Coppa del Nonno, hai vinto…”

Adesso non sono più un bambino e la “Coppa del Nonno” non è uno dei miei gelati preferiti, anche se ancora si vende.

Ma guardando quello che succede nello sport in generale e nel MIO sport in particolare mi accorgo che…

Insieme a tanti giocatori e giocatrici che sognano “in grande” .

Che si allenano pensando alla medaglia olimpica o per giocare, davvero, la finale del campionato del mondo, convivono anche tantissimi “cacciatori della Coppa del Nonno”.

Qualcuno mi fa tenerezza, qualcuno meno.

Li riconosci facilmente, prima di tutto sono “cercatori (cercatrici) di scorciatoie”:

cambiano squadra ogni anno, più o meno, alla ricerca di quella messa su apposta per vincere qualcosa.

Generalmente un campionato minore, un torneo di seconda fascia, qualche partita contro avversari più deboli o più inesperti o tutt’e due le cose insieme.

Oppure “vendono” i propri servigi a squadre in difficoltà-

Squadre disposte a tollerare le croniche assenze agli allenamenti e le bizze da superstar in cambio di una supposta “competenza tecnica” spesso più millantata che realmente posseduta.

Questi pseudo-atleti prosperano nei campetti di periferia, nei tornei per amatori, nelle “partitelle amichevoli”.

Evitano accuratamente le occasioni in cui la loro “indiscussa superiorità” possa essere messa, appunto, in discussione.

A raccontarli cosi si potrebbe pensare a “vecchie glorie” in cerca di gratificazioni.

Purtroppo non è così…

Spesso, spessissimo, sono invece giocatori e giocatrici giovani, nel pieno della maturità atletica (a volte anche più giovani…).

Talentuosi quanto basta.

Potrebbero, mettendosi in gioco e lavorando seriamente, aspirare a recitare una parte da protagonisti in campionati, tornei e squadre di alto, altissimo livello.

Invece, scegliendo la strada facile, vivacchiano, quando va bene, “nella serie inferiore”.

Mentre scrivo queste righe ascolto i rumori delle ragazze, stanche, che provano a dormire in una palestra affollata alla fine della prima giornata dell’ennesimo torneo.

Loro sono sognatrici, loro sanno che per raggiungere i sogni bisogna impegnarsi seriamente e che il talento, da solo, non basta.

Hanno giocato, sputando l’anima per un trofeo da nulla, mangiando poco e male, sbucciandosi gomiti e ginocchia per strappare un out, un punto, una presa.

Prima di arrivare a questo Torneo pre-campionato si  sono allenate, praticamente ogni giorno.

Rubando a scuola, lavoro, famiglia e vita attimi preziosi per prendere, tirare, battere ancora una palla e poi ancora una.

Alcune di loro giocheranno forse in Nazionale, forse alle Olimpiadi, forse vinceranno campionati e scudetti.

Molte di loro, in ogni squadra ce ne sono, non sono così brave e il softball, tra qualche anno, non sarà più tra le loro priorità.

Ma ognuna di loro, ogni singola giocatrice che domani giocherà “l’ennesima partita”, merita il rispetto che solo chi fa sport sul serio capisce e dispensa.

Per gli altri invece, per i “cacciatori di trofei” resta solo la “Coppa del Nonno”.

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