“L’ULTIMO INNING” (1 di 3)

Quello che oggi presento sullo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE è un racconto breve, un vero e proprio “racconto di guerra”, scritto da NICCOLÒ BRUSINI, appassionato e neo-allenatore, conosciuto al ultimo corso per tecnici di base svolto in Toscana.

Niccolò è un “grande ammalato” di questo sport e mi ha “girato” il suo racconto.

L’ho letto e ho deciso in un istante di pubblicarlo, perchè il GIOCO ha anche bisogno di storie e questa è davvero una bella storia.

Prima, però, lascio a Niccolò il compito di presentarsi:

“sono Niccolò, provengo dalla vecchia guardia del baseball, quello giocato nei campi di carciofi con delle improbabili divise una taglia sotto la propria.

Dopo essermi allontanato per anni dai campi mi sono ritrovato a portare mia figlia al softball scoprendo che veramente… Un diamante è per sempre.

Iscritto al corso di Tecnico di Base ho avuto la fortuna di conoscere persone deliziose che mi hanno aumentato la febbre di baseball (ma personalmente più di Softball).

Tra queste Fabio che mi ha ispirato insieme a Simona (carissima amica da sempre) questo racconto, scritto di getto per un concorso letterario.”

Per motivi di spazio e perché il racconto è ricco di phatos, d’accordo con il suo autore, lo abbiamo diviso in tre parti.

Quella che segue è la prima, le prossime a breve.

Un grazie a NICCOLO BRUSINI per la sua disponibilità e per la sua passione!

***

Caldo. Un caldo infame. Si gioca sempre d’estate e le estati sul campo sono sempre le più calde.

Mi devo concentrare di più. Sto perdendo il punto focale. Caldo, mi fa caldo. Il gioco più complesso del mondo. Si. Non il più difficile ma il più complesso.

Si gioca con le mani, con le gambe, con il corpo ma prima di tutto con la testa. Già con la testa.

Quanti anni sono che alleno? Sono trenta… No sono di più, sono esattamente… Dunque… Trentadue.

Trentadue anni a respirare polvere. Quella che ti entra nella gola e si va a fermare nella tua testa…

CORRI !! SENZA GUARDARE! VAI VAI !!

Ecco. Giocatore in seconda base e giocatore in prima. Ed io in terza a suggerire. Sempre al mio posto.

Devo pensare. Ho sbagliato. Al solito, ci penso e poi non lo faccio. Intervallare un battitore forte con uno meno forte. Invece no. Ora mi trovo con quelli più scarsi tutti insieme.

Ora. Ora che perdo di due punti. Ultima possibilità. La mia ultima possibilità. Già, non vedrò altri campi, non respirerò questa terra rossa ancora, no…

Faccio i segnali al nuovo battitore. Lei è sola. è lei contro il mondo. Ed io devo dirle cosa fare. Lei sa il come. Ma la responsabilità del cosa è mia.

Sempre stato così. Mi piace sia così. Mi è sempre piaciuto dare ordini. E prendere le mie responsabilità e le mie soddisfazioni.

Ma i tempi sono cambiati. Il manager non è più chi vince. Vincono i giocatori ormai. Io non ho mai vinto da giocatore. Forse per questo alleno.

Ed ora mi fa veramente caldo.

Trent’anni sui campi sono tanti. Ne ho vissute di situazioni, persone, personaggi, amici e nemici.

Spesso i miei amici si sono trasformati in nemici, ma a volte anche nemici si sono dimostrati poi amici, o almeno umani.

Già, l’umanità delle persone. Quanto l’ho cercata sempre, in ogni mio giocatore!

Quello più della tecnica. Anzi no, sviluppare l’umanità del mio giocatore perché renda il massimo in campo.

Ma allora il mio scopo è stato solo sempre vincere? o cercare il lato bello dell’uomo? O, forse…

VAI, VAI, VAI… GIU’, SCIVOLA, GIU’…

Eliminata. Non dico niente. So che il suo massimo era questo. Vorrei darle una manata. La vorrei mangiare, ma era quello il suo massimo.

Non posso. Non devo. Cerco di sorriderle e l’aiuto ad alzarsi. Non mi viene il sorriso.

Tensione. Caldo sempre più caldo. Un eliminato. Sotto di due punti.

Niccolò Brusini

 

leggi la seconda parte del racconto di Niccolò

leggi la terza parte del racconto di Niccolò

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