Mamma, vado al baseball!

Se vi capita, provate ad ascoltare i bambini quando parlano del loro sport.

Quello che dicono quando parlano tra loro è, spesso:

“oggi vado al baseball” oppure “oggi vado in piscina” oppure, ancora, “oggi vado a calcio”.

Raramente, anzi, quasi mai li sentirete dire :

“oggi vado all’allenamento”.

Le parole sono importanti! In questo caso lo sono ancora di più:

quando dicono di “voler andare a fare uno sport” raccontano esattamente quello che VOGLIONO realmente fare.

NON vogliono allenarsi, vogliono FARE quello sport, che per loro è, per fortuna, ancora un gioco.

L’allenamento, quello verrà dopo.

Credo che questa distinzione sia cruciale:

I bambini, fino che sono bambini e, forse per un po’, anche quando bambini non sono più, non si devono allenare, non ancora.

Quei bambini devono giocare e, giocando, appassionarsi e imparare a giocare quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”.

Devono giocare e, giocando, sviluppare le proprie capacità (motorie e cognitive) che gli permettano di imparare a risolvere i problemi posti da quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”

Provo a spiegarmi:

visto che l’allenamento è, o dovrebbe essere:

“un processo pedagogico-educativo complesso.

Che si concretizza con l’organizzazione dell’esercizio fisico ripetuto in quantità ed intensità tali da produrre carichi progressivamente crescenti.

Per stimolare i processi fisiologici di supercompensazione, migliorare le capacità fisiche, psichiche, tecniche e tattiche dell’atleta.

Al fine di esaltarne e consolidarne il rendimento in gara”.

(La definizione è del prof. Carlo Vittori).

Per potersi allenare i nostri bambini dovrebbero quantomeno smettere di essere bambini e, poi possedere tecniche stabilizzate che possano, in concreto essere allenate.

Di fatto, prima di iniziare ad allenarsi, devono imparare.

Per imparare devono capire, apprendere, esplorare, sbagliare, dimenticare, apprendere di nuovo, elaborare, ancora elaborare e poi di nuovo sbagliare, imparare di nuovo, aggiustare, sistemare, organizzare e riorganizzare…

Non è una mia opinione sia chiaro, è una CERTEZZA SCIENTIFICA:

l’apprendimento motorio funziona così, solo così, senza scorciatoie (almeno fino a quando altre evidenze scientifiche ci diranno il contrario…).

Purtroppo quello che invece chiediamo ai nostri bambini non è di imparare ma di allenarsi, non di fare esperienze e apprendere da quelle, ma di “fidarsi” delle nostre:

gli “insegniamo” quelle poche risposte standard indispensabili per poter giocare una partita di baseball (il tiro, sempre lo stesso, la battuta, sempre la stessa, la presa, sempre la stessa…) e poi glieli facciamo ripetere all’infinito.

Senza nessuna variazione.

Nessuna possibilità di interpretazione diversa.

Elinando ogni modalità di esplorazione.

Senza dargli modo di sbagliare, adattarsi, correggersi, trasformare.

Quello che è peggio senza dargli nessuna possibilità di scegliere.

Di trovare la propria soluzione, la propria risposta al “problema baseball”

In definitiva negandogli la possibilità di “trovare da soli il proprio posto nel mondo”.

Non ce ne accorgiamo ma le partite le vinciamo grazie a quelli che si sottraggono a questo ADDESTRAMENTO e che, autonomamente sono capaci di INVENTARE risposte a quelle situazioni che il gioco propone.

Li chiamiamo “talenti”, ma dovremo chiamarli “ribelli”, perché sono gli unici che rifiutano di sottostare al nostro trattarli come “animali da circo” e non si siedono a comando.

Avercene di talenti…

Ma IL problema vero, però, sono gli altri, invece:

quelli che imparano gli esercizi come gli chiediamo noi.

Che, però, si vedono costantemente superati dai “talenti” e che, prima o poi, lasceranno perdere.

Cambieranno aria, stanchi di un gioco dove “ci si allena tanto, ma non si gioca mai”.

Come sempre non credo di avere tutte le risposte e diffido delle ricette buone per tutti.

Credo che, anche solo per vedere come va a finire, una volta tanto sarebbe meglio lasciarli “venire al baseball” invece che a “fare allenamento”.

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