Ogni Maledetto Centimetro

Scommetto che la citazione che segue sarà familiare ai più:

“possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta.

E scopri che la vita è un gioco di centimetri. E così è il football.

Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine d’errore è ridottissimo. Capitelo.

Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate.

Mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa.

Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto.

Sono intorno a noi, ci sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.

In questa squadra si combatte per un centimetro.

In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi, per un centimetro.

Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro.

Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire.”

Scommetto che oltre a riconoscere le parole che Al Pacino pronuncia, nel suo DISCORSO ALLA SQUADRA in “Ogni Maledetta Domenica” (uno dei più bei film sul football che abbia mai visto) molti di noi le hanno copiate/imitate/parafrasate negli innumerevoli “pipponi” (per l’esatta definizione del termine “pippone” date un’occhiata qui) propinati alle nostre squadre di ogni fascia e categoria.

Ma non di “pipponi” però voglio parlare, ma dei centimetri che spesso, emuli di Al Pacino, chiediamo di “cercare in giro” ai nostri corridori.

Appurato che molte eliminazioni in prima base sono “molto strette”.

Egualmente appurato che, a ben guardare, questa “strettezza” è quantificabile in una misura abbondantemente sotto il metro (100 centimetri…).

Eccoci alla ricerca di magici esercizi che mettano a punto partenze più veloci dal box, traiettorie millimetriche e tecnica di corsa degna, quantomeno, del Signor Usain Bolt.

Fermo restando che quanto detto sopra deve essere studiato e allenato vorrei richiamare l’attenzione su un fatto molto semplice.

(Andando a braccio, senza esagerare in precisione… scherzo! L’ho fatto con molta precisione, invece…)

Il fatto è che misurando con un semplice righello il disegno, naturalmente in scala, del diamante da softball si scopre che la distanza da percorrere per raggiungere il bordo anteriore del cuscino di prima base (quello arancione riservato al corridore) è di almeno 170/180 cm più corta se si parte dal box di battuta “mancino”.

Questa distanza varia, naturalmente, al variare della posizione che il battitore assume nel box,

Sostanzialmente, però, l’ordine di grandezza è questo, non proprio 2 mt (200 centimetri…) ma, quasi…

Ripeto:

non proprio 2 mt (200 centimetri…) ma, quasi…

Provare per credere! Basta un semplice righello.

Se fossi in vena di “pipponi” potrei attaccare con la mia solita tiritera.

Quella sul perché sarebbe molto saggio fare in modo che i nostri battitori fossero capaci di usare ANCHE il box di sinistra.

Ma, per questa volta mi limiterò a ricordare che far battere i battitori da entrambi i lati del piatto:

  • li aiuta a sviluppare le proprie capacità e abilità motorie,
  • non li limita nella loro esplorazione e scoperta di quello che gli è più consono e facile,
  • “riequilibra”, almeno parzialmente, i danni da eccessiva lateralizzazione (che ci piaccia o no baseball e softball sono discipline monolaterali),
  • aggiunge un’arma in più all’arsenale di squadra…

Ma, sopratutto (non bastasse questo) li fa partire molto, davvero molto, più vicini (almeno 170/180 centimetri) alla prima base.

Cerchiamo quindi di essere coerenti:

anche se ci piace da morire la drammaticità del discorso di “Ogni Maledetta Domenica”  (anche se speriamo che nessun dei nostri atleti abbia visto il film).

Smettiamo di chiedere ai nostri battitori di “spremere” qualche centimetro in più quando, abitualmente, gliene rubiamo molti, ma molti, di più.

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