Pomeriggio alle giostre

Complice questa stagione in cui si gioca, davvero, poco (la mia squadra tra campionato e coppa arriverà, salvo imprevisti a non più di 20/25  partite…) sono riuscito a tornare a vedere, dopo molto tempo, una partita di baseball giovanile

Come ho detto molte volte, rubando a qualcun altro, è difficile non essere romantici con questo gioco:

i colori sono semplicemente splendidi, tutto brilla sotto un bellissimo sole d’aprile.

Non manca nulla:

c’è il verde dell’erba, il carminio della terra, il bianco, il blù, il rosso delle divise dei ragazzi, l’azzurro del cielo.

La giornata è di quelle da ricordare:

bimbi sorridenti, genitori rilassati, cielo, sole, caldo e, poi, bibite e gelati… Insomma una festa.

Durante il pre-game, anche se chiamarlo pre-game è molto, ma molto, pretenzioso, i sorrisi continuano.

Il clima è giusto e positivo.

C’è qualche palla che se ne vola in giro per l’aria ma tutto sommato tutto è perfettamente sotto controllo.

Poi le squadre scendono in campo, l’arbitro chiama: “play-ball” e…

Qui cominciano i guai.

Quello che era un iniziato pomeriggio di gioco per bambini (e bambine…) diventa… Qualcos’altro.

Sono consapevole di essere molto sensibile sull’argomento e non voglio, per carità, annoiare nessuno con una tirata sul mio pensiero intorno a quello che dovrebbe essere (ma che, purtroppo, non è) il baseball giocato dai bambini.

Quindi mi limito a riportare alcune frasi.

Davvero un piccolo campionario, garantisco, rispetto al volume totale di quelle sentite dire dagli ADULTI impegnati a dirigere (il verbo è utilizzato volutamente) le squadre:

“Quella era buona” – aggiungendo – “me la devi battere”;

“gira solo quelle buone”;

“arbitro era out (oppure salvo, oppure strike…)”;

“te l’ho detto mille volte di non girare quella palla”;

“te l’ho detto mille volte di girare quella palla”;

“ma dove tiri?”;

“concentrati”;

“allora lo fai apposta”;

“falla arrivare sul piatto (nella doppia valenza attacco/difesa, quindi riferita sia al proprio lanciatore che al proprio battitore)”;

“se c’è il segnale di rubata tu devi coprirla”;

“hai sbagliato”;

“ma che combini? Perché hai corso?”

“ma che combini? Perché non hai corso?”

Ho omesso, per comodità, tutti i punti esclamativi.

Potrei continuare.

Ho sentito solo urla, rimproveri, sottolineature (peraltro ovvie) su errori o mancanze.

Non ho sentito che pochissimi (chi mi conosce sa che li ho contati…) “bravo” o analoghi incoraggiamenti.

Non ho sentito un solo encomio, nemmeno uno, per averci provato, per aver preso una decisione, per aver pensato con la propria testa.

L’ho già detto, non voglio, entrare nel merito.

Non voglio, l’ho già detto, giudicare nessuno.

Me ne sono andato presto, pensando che, forse, quel gioco li, quel baseball li, oltre a non essere il MIO baseball non è nemmeno un gioco da bambini.

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