Senza speranza

Ieri, in tarda serata, mentre mi godevo l’assopimento che di solito mi provoca Facebook, una bomba è esplosa sulla timeline:

“il riscaldamento del baseball è noioso”.

Non mi sono fatto pregare e qui di seguito è possibile vedere lo screenshot della conversazione.

Naturalmente il post è una boutade e una simpatica provocazione ma mi chiedo:

davvero, la percezione degli “addetti ai lavori” è che il riscaldamento, pre-allenamento o pre-gara che dir si voglia, sia noioso?

Certo che, se per riscaldamento intendiamo quella “solita routine” che si vede in giro per i campi da gioco, fatta di:

  • due giri di campo, due,
  • un po’ di stretching,
  • qualche esercizietto di ginnastica,
  • un paio di allunghi (qualsiasi cosa siano…),
  • un po’ di palleggio,

non posso che sottoscrivere che il riscaldamento sia noioso.

Teribilmente noioso.

Implacabilmente noioso.

Ben vengano le lezioni di storia contemporanea in questo grigiore che altro che gli “anni di piombo”

Forse, dico forse, badate bene, se cominciassimo a rendere il riscaldamento:

  • interessante,
  • stimolante,
  • per niente scontato,
  • per niente ripetitivo e abitudinario,
  • competitivo,
  • ad alto tasso di contenuti,
  • parte integrante dell’allenamento,

allora atlete e atleti non avrebbero il tempo per annoiarsi e per parlare di facezie ma sarebbero costretti, da subito, a “entrare” nel clima dell’allenamento o della partita.

Certo è complicato, lo capisco.

Occorre che l’allenatore sia presente da subito.

Che abbia preparato e strutturato le attività e che sappia esattamente cosa “succederà dopo” per dirigere gli atleti in quella direzione.

Che non dia tregua e non conceda quartiere, che tenga ritmo e attenzione a livelli consoni.

Qual’è la ricetta allora? Cosa fare? Come organizzare le attività che precedono il “core” dell’allenamento.

Proprio perché non dovrebbe essere mai scontato e ripetitivo non c’è, a mio parere, una ricetta perfetta.

Gli ingredienti che, mescolando sapientemente gioco, competizione e tecnica dovrebbero essere patrimonio individuale di ogni coach.

Chi segue SOFTBALL INSIDE sa come la penso:

perché un atleta dovrebbe aver voglia di venire ad allenarsi se sa già cosa succederà, immancabilmente, durante il tempo che trascorrerà sul campo?

Già! Perché un atleta dovrebbe “concentrarsi” per fare cose che conosce così bene da poterle fare a occhi chiusi?

Perché un atleta non dovrebbe parlare d’altro mentre fa cose che reputa “una scocciatura” di cui liberarsi in fretta?

La domanda che, da bravi coach, dovremmo far echeggiare nelle loro menti, nel tragitto verso il campo è, secondo me:

“che sa cosa succederà oggi al campo?”

Poi fare in modo che quello che succede sia davvero sorprendente e inaspettato.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *