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“L’ANTIBASEBALL”

Lo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE ospita, ancora una volta con gioia, l’intervento dell’amico ANDREA DE ANGELIS.

Andrea, che ricordo è allenatore di varia e variegata esperienza, stavolta dice la sua prendendo spunto dalle recenti World Series.

Potrebbe parere un semplice “divertissement” ma, fidatevi, c’è molto, molto di più, se si legge tra le righe.

SOFTBALL INSIDE non può far altro che ringraziare Andrea con affetto per la sua, continua, voglia di mettersi in gioco.

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Si definisce comunemente “antibaseball” una condotta o un abbigliamento poco conforme alle linee guida del “vecchio gioco”.

Questi abbigliamenti o comportamenti vengono quasi sempre puniti dal Dio del baseball.

Facciamo degli esempi:

le ghette, sono ormai considerate “antibaseball”… Ma visti certi calzini che girano per i campi… Ci si potrebbe (spero) ragionare sopra.

La visiera del cappellino tesa e non “arrotondata” è “antibaseball”.

Dire:

“è finita manca un solo lancio” è “antibaseball”.

Ognuno di noi ha i suoi personali parametri di “antibaseball” e a volte sono essi stessi “antibaseball” e, per finire, anche alcune scelte tattiche sono “antibaseball”.

Se nella parte alta del 9° inning, in “una partita di una discreta importanza”, le squadre sono in parità e, con un solo eliminato, un corridore  raggiunge miracolosamente la terza, è evidente che il Dio del baseball parteggia per la squadra in trasferta e, magari impietosito da 108 anni di preghiere, ha deciso di aiutarla.

Tentare di segnare il punto con un bunt (ne squeeze, ne bunt a sorpresa) a conto pieno è, a mio parere, indiscutibilmente e assolutamente “antibaseball”, questo non significa che non possa funzionare…

A volte capita.

Capita però solo se il Dio del baseball è distratto o addormentato!

Mercoledì 3 novembre 2016, in piena notte, l’umano ha deciso di sfidare il Dio, scegliendo la via dell’“antibaseball”.

Una via tortuosa, improbabile e impossibile, e dopo quest’affronto il Dio del baseball ha deciso di girarsi dall’altra parte e di lasciar fare le cose agli umani, certo in cuor suo che la punizione sarebbe arrivata.

Di fatto, mentre gli umani stavano risolvendo le cose a modo loro, nella parte alta del 10° inning, il Manager della squadra di casa ha scelto, a sua volta, di offendere il Dio del baseball strizzando, anche lui, l’occhio all’ “antibaseball”:

Ha concesso, infatti, una base intenzionale molto meno offensiva del bunt del 9° inning, magari in apparenza molto meno “antibaseball”, anzi quasi una scelta obbligata…

Ma se. alla fine, quel corridore messo in prima base in modo, almeno, discutibile, segna il punto della vittoria, significa sicuramente che mentre il Dio del baseball a volte si distrae lasciando fare, Manitù è, invece, molto, ma molto, più permaloso.

Andrea De Angelis

“E CON LA MATEMATICA?”

Torna lo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE e già questa, di per se, è una grande notizia!

Qui da noi è, infatti, difficilissimo, se non impossibile, trovare degli “scritti” originali di “addetti ai lavori” che abbiano qualosa da dire e disposti a “mettersi in gioco” (o a svelare qualche loro “segreto”).

Credo che, purtroppo, il nostro movimento, fino ad ora, sia stato incapace di elaborare strade originali, che non fossero la banale “fotocopia” di quello che si vede fare “aldilà del mare” .

Credo, anzi ne sono sicuro, come ripeto da tempo, che ci sia, ora più che mai, bisogno di diffusione delle idee, di confronto sulle stesse, di “sano contendere”, di teorie e studio che ci permettano, finalmente, di elaborare “le possibili vie italiane al baseball e al softball”.

Spero che questo mio sentire non sia solo mio e che, prima o poi, si possa, almeno, cominciare a discuterne.

Proprio per questo SOFTBALL INSIDE continua a mettere a disposizione, di CHIUQUE nel nostro movimento senta di avere qualcosa da dire, uno spazio libero, aperto, in cui “dare voce” ai propri pensieri.

In quest’ottica ecco che la breve riflessione dell’amico ANDREA DE ANGELIS, suscitata dal mio post Ma se lo sappiamo, pechè non lo facciamo?”, assume la forza di una vera e propria provocazione su tutto quello che significa, realmente, preparare la prestazione.

Un Grazie ad Andrea per la sua “presenza”.

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Ma con la matematica funziona?

Le interminabili discussioni sul “giusto” metodo di allenamento, passando per l’insegnamento dell’algebra, mi hanno fatto riflettere spesso e volentieri.

Durante la preparazione dei miei allievi (matematici) quando ne ho avuto occasione ho sempre portato la preparazione dei ragazzi a un parallelo sportivo che penso e spero sia poco discutibile:

“puoi essere preparatissimo e toppare il compito (o la partita) oppure essere in difficoltà e sfoderare la prestazione da secchione (o da campione)”.

Come ci si deve preparare alla prestazione è il contendere in essere su cui tutti discutiamo.

Il “Modello Prestativo”, a mio parere, parere di “matematico” naturalmente, ha un grosso nemico:

il tempo.

È inequivocabile (e sembra scientificamente indiscutibile) che la differenziazione nell’allenamento porti a risultati migliori (nel lungo periodo) ma, nella matematica. funziona allo stesso modo?

Sto sperimentando (lo confesso, sto usando un ragazzo in difficoltà con la matematica come cavia) per togliermi la curiosità di verificare se la “differenziazione” negli esercizi (di matematica) possa portare a risultati migliori.

La sperimentazione comincia adesso, in settembre, perché “ho tempo”, quando ho cominciato a seguirlo e prepararlo, in aprile dello scorso anno, non ne avevo e ho dovuto scegliere la “strada conosciuta” delle infinite ripetizioni, per fargli svolgere al meglio l’esercizio di gara (compito in classe o interrogazione).

Cosa c’entra questo con il baseball?

Molto.

Salvare un ragazzo da una certa bocciatura è come salvare una squadra dalla retrocessione:

si lavora in campi sporchi, polverosi e mal segnati, con scarso “materiale umano” a disposizione, ma la scelta del metodo dipende sempre dal TEMPO a disposizione.

Nel baseball è facile sperimentare…

Ma in matematica?

“E se lo bocciano?”

Andrea De Angelis

“GENITORI COME E PERCHÉ”

Ospite dello SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE è, questa settimana, coach ANDREA DE ANGELIS.

Andrea, che è un grande amico, è un attento “studioso” di tutto quello che riguarda il baseball anche quando l’argomento, apparentemente, non è “troppo tecnico”.

Ho imparato, negli anni, ad apprezzare questa sua capacità di integrare conoscenze diverse in una “teoria del tutto” che ha come centro ispiratore la sua enorme passione per il “vecchio gioco”.

Coach DE ANGELIS, questa volta si occupa di un problema spinoso:

quello dei genitori dei giovani atleti.

Il suo intervento non è certo risolutivo ma getta uno sguardo, personale e autonomo, sulla questione.

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Tempo fa, mi è rimasta impressa una frase tratta da un libro di psicologia dello sport (qui il link, per approfondimenti):

Il talento va cercato nei secondogeniti che hanno dei genitori con un trascorso sportivo”

Entrando nel merito di questa affermazione, che dovrebbe essere il frutto di una ricerca statistica, mi sono chiesto come ampliare e complicare lo schema del rapporto con le famiglie dei giovani atleti.

La prima considerazione è che l’ambiente più della genetica potrebbe influire sulla fortuna sportiva di un atleta.

La seconda è che i genitori e “gli altri importanti” sono spesso gli artefici della creazione di un talento e non per motivi genetici.

Arriva il momento in cui gli allenatori di categoria giovanile, passato il momento esclusivamente ludico che introduce all’attività agonistica tipica e consigliata per ogni sport, cominciano ad alzare l’asticella delle pretese, ed è quello il momento in cui la famiglia diventa fondamentale:

questo è il momento in cui bisogna affrontare, coinvolgere ed interessare nel migliore dei modi il “nemico” comune a tutti gli sport.

Il termine “nemico”, ovviamente è virgolettato, perché da nemici i genitori possono diventare i migliori amici o viceversa.

Per lavorare nel migliore dei modi proviamo a dividere in categorie i genitori generalizzando alcune situazioni e comportamenti:

ipotizziamo un genitore dominante, ossia che prende decisioni e uno neutro non interessato alla vita sportiva del giovane atleta.

  1. Figlio/a di atleta nello stesso sport praticato
  2. Figlio/a di atleta in diverso sport praticato
  3. Figlio/a di genitori non sportivi

Come influiscono sull’evoluzione sportiva del giovane, cosa ci possiamo aspettare e come vanno trattati? Queste sono le domande chiave a cui bisogna rispondere per creare il giusto rapporto.

Ovviamente essendo una generalizzazione senza dati quantitativi è soggetta a tutte le eccezioni possibili ed immaginabili.

Le categorie possono sicuramente essere ampliate o espanse in diverse sottocategorie.

Per cominciare, traendo spunto dalla mia esperienza in quindici anni di campo, ho notato che la seconda categoria è quella più ricettiva.

Poiché i genitori hanno un atteggiamento positivo verso lo sport, ne condividono le regole etiche, ma non possono interferire nella parte tecnica.

La prima categoria è quella che da migliori risultati sportivi grazie ai feedback casalinghi e alla passione condivisa ma, pur traendo vantaggio dalle discussioni e dai confronti vissuti in casa, nasconde l’insidia di sovrapposizioni e contrasti malcelati.

La terza categoria io la definisco categoria jolly, in quanto è quasi esclusivamente farina del sacco del giovane atleta che decide di frequentare lo sport scelto, ma non ha né conforto né pressioni familiari.

Sarebbe interessante ampliare le considerazioni e le variabili per meglio gestire le varie situazioni e sarebbe interessante raccogliere un maggior numero di dati sulle percentuali di successo a seconda del tipo di situazione familiare.

Questa raccolta dati potrebbe aiutare a prevenire i conflitti con i genitori trovando strategie di comunicazione efficaci che permettano di assecondare e capire gli obbiettivi delle famiglie in modo da creare obbiettivi comuni e raggiungibili.

Andrea De Angelis