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La terra di nessuno

Parlavo, l’altra sera, durante la partita serale, nelle pause tra un inning e l’altro, con un arbitro.

Poche parole, scambiate in fretta, giusto un modo per scaricare tensione e allontanare, per un attimo le difficoltà della partita.

L’argomento era di quelli profondi e impegnativi:

in piccole sequenze di 30 secondi ci siamo, entrambi, trovati d’accordo su quanto, almeno nel softball, il regolamento SIA parte VIVA e ATTIVA del gioco.

Su quanto tecnica e tattica debbano tener presente le REGOLE e adattare a esse gesti, tempi, ritmi, atteggiamenti e decisioni.

Tutto è nato da una situazione banale:

un pop-fly in zona foul.

Forse era destinata a uscire fuori dalla recinzione nei pressi della terza base.

Quella la battuta ha comunque catalizzato le “attenzioni” dei difensori, partiti a spron battuto per prendere la palla al volo.

Io ero all’interno del dugout di terza base visto che la mia squadra era quella schierata in difesa.

Abbastanza sorprendentemente, ho visto il suggeritore avversario precipitarsi dentro il suddetto dugout per laciare spazio ai difensori.

Lo ripeto, il suggeritore di terza base, per non ostacolare i difensori avversari che tentavano di eliminare un suo giocatore, è addirittura entrato nel dugout.

La mia sorpresa è motivata dal fatto che questa cosa non la vedo succedere, praticamente, mai.

Anzi…

Ogni qualvolta c’è una battuta verso le zone dei box del suggeritore assito, con sgomento, a un solo tipo di comportamento, che credo sia lo standard:

il suggeritore assume prima l’aria sorpresa, poi distoglie lo sguardo e, forte delle righe che delimitano il suo territorio di competenza, i suoi occhi si perdono nel vuoto.

“Che sia il difensore a scansarmi se vuol prendere la palla”

Dice con il suo linguaggio del corpo

“Io sono nel mio box, a casa mia, e non devo di certo agevolare la presa”.

Mi sbaglio?

È capitato di vederlo solo a me?

Sono certo che è un comportamento standard, ma se venisse fuori che mi sbaglio sarei ben contento di scoprirlo.

Il fatto è che, il regolamento parla chiaro:

la Regola 8, sezione 2, al punto k recita:

“Il battitore/corridore è eliminato quando un componente della squadra in battuta che non sia il battitore, il battitore-corridore, il corridore o prossimo battitore, interferisce con un difensore che sta cercando di prendere una volata sopra il territorio foul, o con una volata sopra il territorio foul che un difensore sta cercando di prendere.”

Siccome sono uno scocciatore ho chiesto lumi dopo la partita a un ufficiale di gara che mi ha spiegato la regola con parole sue, usando un paio di eufemismi:

“il suggeritore deve, letteralmente, togliersi dai piedi!

Stare fermi nel proprio box non conta, se impedisce la presa al volo.

Non viene nemmeno preso in considerazione se ci fosse intenzionalità o meno nell’interferire con la presa.

Il battitore è out.

Punto”.

Visto che le cose stanno così spero di non vedere più suggeritori che, con lo sguardo perso verso l’orizzonte, fanno finta di non vedere la palla mentre, circospetti, si aggirano per il proprio box…

La coppa del nonno

Quando ero piccolo, la “Coppa del Nonno” era un gelato, prodotto da una nota casa dolciaria.

Quando ero piccolo, “vincere la Coppa del Nonno” era un modo di dire.

Noi ragazzi lo tiravamo fuori quando, giocando a qualsiasi cosa, il vincitore si lasciava trascinare in eccessivi e ridondanti festeggiamenti.

La partita di pallone/baseball/pallacanestro/palla prigioniera che si giocava per strada era importantissima.

Valeva come una finale del campionato mondiale (anzi, a dire il vero, lo era, una finale del campionato del mondo).

Ne andava dell’onore di ciascuno di noi ma, invariabilmente, non era consentito al vincitore prendersi troppo sul serio.

Ecco che bastava una infelice e nemmeno troppo prosaica autogratificazione che, immancabile, partiva il ritornello:

“capirai, hai vinto la Coppa del Nonno, hai vinto…”

Adesso non sono più un bambino e la “Coppa del Nonno” non è uno dei miei gelati preferiti, anche se ancora si vende.

Ma guardando quello che succede nello sport in generale e nel MIO sport in particolare mi accorgo che…

Insieme a tanti giocatori e giocatrici che sognano “in grande” .

Che si allenano pensando alla medaglia olimpica o per giocare, davvero, la finale del campionato del mondo, convivono anche tantissimi “cacciatori della Coppa del Nonno”.

Qualcuno mi fa tenerezza, qualcuno meno.

Li riconosci facilmente, prima di tutto sono “cercatori (cercatrici) di scorciatoie”:

cambiano squadra ogni anno, più o meno, alla ricerca di quella messa su apposta per vincere qualcosa.

Generalmente un campionato minore, un torneo di seconda fascia, qualche partita contro avversari più deboli o più inesperti o tutt’e due le cose insieme.

Oppure “vendono” i propri servigi a squadre in difficoltà-

Squadre disposte a tollerare le croniche assenze agli allenamenti e le bizze da superstar in cambio di una supposta “competenza tecnica” spesso più millantata che realmente posseduta.

Questi pseudo-atleti prosperano nei campetti di periferia, nei tornei per amatori, nelle “partitelle amichevoli”.

Evitano accuratamente le occasioni in cui la loro “indiscussa superiorità” possa essere messa, appunto, in discussione.

A raccontarli cosi si potrebbe pensare a “vecchie glorie” in cerca di gratificazioni.

Purtroppo non è così…

Spesso, spessissimo, sono invece giocatori e giocatrici giovani, nel pieno della maturità atletica (a volte anche più giovani…).

Talentuosi quanto basta.

Potrebbero, mettendosi in gioco e lavorando seriamente, aspirare a recitare una parte da protagonisti in campionati, tornei e squadre di alto, altissimo livello.

Invece, scegliendo la strada facile, vivacchiano, quando va bene, “nella serie inferiore”.

Mentre scrivo queste righe ascolto i rumori delle ragazze, stanche, che provano a dormire in una palestra affollata alla fine della prima giornata dell’ennesimo torneo.

Loro sono sognatrici, loro sanno che per raggiungere i sogni bisogna impegnarsi seriamente e che il talento, da solo, non basta.

Hanno giocato, sputando l’anima per un trofeo da nulla, mangiando poco e male, sbucciandosi gomiti e ginocchia per strappare un out, un punto, una presa.

Prima di arrivare a questo Torneo pre-campionato si  sono allenate, praticamente ogni giorno.

Rubando a scuola, lavoro, famiglia e vita attimi preziosi per prendere, tirare, battere ancora una palla e poi ancora una.

Alcune di loro giocheranno forse in Nazionale, forse alle Olimpiadi, forse vinceranno campionati e scudetti.

Molte di loro, in ogni squadra ce ne sono, non sono così brave e il softball, tra qualche anno, non sarà più tra le loro priorità.

Ma ognuna di loro, ogni singola giocatrice che domani giocherà “l’ennesima partita”, merita il rispetto che solo chi fa sport sul serio capisce e dispensa.

Per gli altri invece, per i “cacciatori di trofei” resta solo la “Coppa del Nonno”.

Turni di battuta di qualità

Turni di battuta di qualità, in inglese si screve “Quality At Bat”.

Abbreviato in QAB.

Rubo la foto di apertura dal profilo facebook di Coach Tony Foti.

Tony, oltre che un amico è il pitching coach di MT State University (NCAA Softball Division 1) e Head Coach della Nazionale Greca seniores di softball.

Rubo oltre alla foto anche la definizione di “Quality At Bat”.

Viene fuori che è possibile, naturalmente rispettando i parametri, “dare un contributo agli obiettivi di squadra”,  anche non battendo valido.

Si fa “qualità”, quindi,anche anche non battendo un fuoricampo, anche concludendo il turno con una eliminazione.

Sembra un paradosso, ma non lo è.

Basta guardare come, giocando per MTSU, è possibile ottenere un QAB:

 

facendo un contatto “duro”;

pensando prima alla “famiglia”… (Un turno di sacrificio, quindi…);

facendosi colpire dalla lanciatrice avversaria;

guadagnando una base per ball;

costringendo il pitcher avversario a fare almeno 7 lanci;

facendo segnare un punto, non importa in che modo;

realizzando una battuta sul conto di due strikes;

facendo lanciare almeno altri 4 lanci quando si è sul conto di 0 ball e 2 strikes.

 

I criteri scelti da MTSU sono questi, ma nulla vieta di utilizzarne degli altri.

Quello che conta è che l’obiettivo dichiarato della squadra è quello di raggiungere una media QAB di 500.

Quello che conta è riuscire a “far succedere qualcosa” almeno la metà delle volte in cui si manda un battitore nel box.

A me sembra un bel modo di pensare.

Allenamento a Zona

La tendenza naturale dell’essere umano è quella di evitare le situazioni che lo possano mettere in difficoltà o che possano mettere in discussione la sua possibilità di gestirle.

Questa tendenza è la paura del nuovo, dell’ignoto, dell’incontrollabile, o presunto tale.

E’ anche la paura di sbagliare, di fallire, di non apparire efficace a se stesso ed agli altri.

Si è nella propria zona di comfort quando ci si trova in ”territorio amico”.

Quando tutto quello che può accadere è conosciuto, controllabile, agevole.

Quando si è pienamente consapevoli delle proprie capacità e dei propri punti di forza.

La zona di apprendimento è, invece, ”dietro le linee nemiche”.

Un luogo dove si trova una situazione non completamente conosciuta, non abituale e non agevole.

Dalla quale si è spaventati ma attratti e nella quale si è costretti ad entrare dal desiderio di imparare.

Entrare, letteralmente, nella zona di apprendimento è, quasi sempre, un azione consapevole.

Rappresenta, pur nella sua difficoltà, un’opportunità di crescita personale.

Generalizzando, credo che uno degli aspetti più complessi del mestiere di allenatore, consista nella sua capacità di “contrattare” con l’atleta il passaggio tra queste due zone:

Durante l’allenamento deve riuscire a convincerlo a passare nella zona di apprendimento.

Facendogli lasciare il porto sicuro delle sue certezze, facendo In modo che possa acquisire nuove capacità e sicurezze.

Capacità e sicurezze che amplieranno la su zona di comfort con l’integrazione delle nuove conoscenze.

Deve aiutarlo, invece, a rimanere nella sua zona di comfort che, come detto, si sarà allargata grazie all’allenamento, quando deve affrontare la competizione.

Quando ha bisogno di sentirsi pienamente artefice di quello che sta succedendo.

Per ottenere questo risultato e consentire una transizione consapevole e soddisfacente è necessario che, il coach, abbia la capacità di sviluppare una equilibrata programmazione del piano di allenamento.

Questa capacità deve essere unita all’abilità di saper dosare le proposte allenanti, miscelando abilmente le esercitazioni.

In modo da mescolare attività di consolidamento delle capacità a attività che portino al superamento delle stesse.

Si devono sottoporre all’atleta esercizi, situazioni e problemi che siano fonte di incertezza e di disequilibrio,.

Ma le stesse situazioni non devono risultare, contemporaneamente, capaci di scatenare eccessivo stress o frustrazione.

Tutto questo facendo attenzione a non scegliere attività e situazioni troppo rassicuranti

Situazioni percepite dagli atleti come banali e non come una sfida alle proprie capacità e abilità.

Mi piace riportare, in proposito, una definizione che Tom Landry, considerato uno degli allenatori di football americano più importanti e innovativi nella storia di questo sport, ha dato del processo di allenamento e che condivido pienamente:

“L’allenamento è l’arte di far fare agli atleti cose che NON vogliono fare, allo scopo di raggiungere ciò che VOGLIONO raggiungere”.

 

La giusta distanza

La squadra è un gruppo, comprendendo nel gruppo tutte le persone che gravitano intorno al gruppo stesso.

Una delle tante problematiche che si sviluppano all’interno di un team è quello delle relazioni interpersonali.

Quelle che, giocoforza, si stabiliscono tra i membri del gruppo che lo compongono.

Questa rete di rapporti, che all’inizio è semplice e visibile, diventa, col trascorrere del tempo, sempre più intricata e, spesso, nascosta o mascherata.

Questo pone all’allenatore, o meglio, al gestore del gruppo, la necessità di stabilire il come rapportarsi rispetto a quello che riesce a percepire.

La conoscenza delle dinamiche interne ai gruppi.

Il riconoscimento delle figure e dei ruoli che ciascun elemento assume in quel contesto.

La capacità di gestire il fluire della vita del team, seguendo, o per meglio dire, agevolando, la strada migliore.

Sono qualità che fanno parte integrante sia del bagaglio culturale che delle capacità operative dell’allenatore.

Questa interazione umana, oltre che sportiva, porta il coach a dover stabilire la sua posizione rispetto all’universo gruppo che gli gravita intorno.

Dovrà, quindi, decidere, di volta in volta, di situazione in situazione, da persona a persona, quale sia la “giusta distanza” da mantenere.

Questa distanza determinerà le sue risposte.

Ci sono argomenti o situazioni che, per carattere, età, cultura, estrazione sociale o formazione ci sono più o meno consoni, più o meno vicini.

Argomenti o situazioni che ci creano, più o meno apprensioni o difficoltà.

La distanza che sceglieremo di tenere rispetto a questi eventi o alle persone che li scatenano, dovrà essere attentamente valutata.

Dovremo riuscire, da un lato, a non essere avvertiti come “presenza aliena”, posizionandoci troppo lontano.

Dall’altro di essere in grado di non perdere la nostra capacità di analisi, obiettiva e di giudizio, facendoci coinvolgere troppo nelle meccaniche interne.

Questo approccio è, sicuramente funzionale con quei gruppi, quelle squadre, costituite in maniera professionale, i cui membri condividono rapporti essenzialmente lavorativi

Squadre in cui poco significativi potrebbero essere, o diventare, i rapporti umani.

Se, però, le motivazioni che tengono unito il gruppo sono, viceversa, legate principalmente all’individuo e alle sue interazioni con gli altri componenti del team.

Che è la tipica situazione dei gruppi che si aggregano liberamente in ambito dilettantistico.

In questo caso l’allenatore deve avere, anche, la capacità di modulare e modificare rapidamente la ”giusta distanza” dalle cose o dalle persone.

Credo che non sia possibile, a priori, quantificare il grado di coinvolgimento o di distacco da mantenere.

Non credo si possa stabilire una regola assoluta, che valga p.er tutto e per tutti.

Sono convinto che la capacità di valutare la situazione.

Quella capacità di  decidere il da farsi rispetto alle proprie conoscenze, alle informazioni raccolte ed alla propria personalità debba far parte, assolutamente, delle competenze del coach.

Operare con atleti dilettanti porta, necessariamente, all’accorciamento della ”giusta distanza”

Tra allenatore e squadra, tra allenatore e team di supporto, tra questo e, di nuovo, la squadra:

i rapporti, non essendo di tipo lavorativo, possono diventare molto più profondi, più complicati, più conflittuali…

Insomma più sentiti e vissuti, molto spesso coinvolgendo gli interessati anche dal lato umano oltre che da quello sportivo.

La ”giusta distanza”, intesa come giusto mix tra coinvolgimento e distacco, tra impegno e passione deve essere, fortemente ricercata nel mondo della professione sportiva.

In modo da tenere ben separati e non corrispondenti i canali dell’approccio emotivo e di quello razionale.

Di contro, la ricerca ossessiva della stessa ”giusta distanza” può portare nell’universo del dilettantismo fraintendimenti e incomprensioni.

Lacerazioni dolorose e disastrose, troppo spesso e troppo velocemente, insanabili.

Dipenderà dall’abilità, dalla sensibilità e dalla professionalità dell’allenatore saper misurare quale distanza tenere rispetto alle componenti del gruppo nella sua interezza.

Più la squadra è governata dalla passione comune che unisce i componenti (non necessariamente solo gli atleti)

Più sarà necessario, da parte del coach, il mettersi in gioco, visto che si troverà coinvolto in misura maggiore rispetto a team di tipo professionale.