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Pomeriggio alle giostre

Complice questa stagione in cui si gioca, davvero, poco (la mia squadra tra campionato e coppa arriverà, salvo imprevisti a non più di 20/25  partite…) sono riuscito a tornare a vedere, dopo molto tempo, una partita di baseball giovanile

Come ho detto molte volte, rubando a qualcun altro, è difficile non essere romantici con questo gioco:

i colori sono semplicemente splendidi, tutto brilla sotto un bellissimo sole d’aprile.

Non manca nulla:

c’è il verde dell’erba, il carminio della terra, il bianco, il blù, il rosso delle divise dei ragazzi, l’azzurro del cielo.

La giornata è di quelle da ricordare:

bimbi sorridenti, genitori rilassati, cielo, sole, caldo e, poi, bibite e gelati… Insomma una festa.

Durante il pre-game, anche se chiamarlo pre-game è molto, ma molto, pretenzioso, i sorrisi continuano.

Il clima è giusto e positivo.

C’è qualche palla che se ne vola in giro per l’aria ma tutto sommato tutto è perfettamente sotto controllo.

Poi le squadre scendono in campo, l’arbitro chiama: “play-ball” e…

Qui cominciano i guai.

Quello che era un iniziato pomeriggio di gioco per bambini (e bambine…) diventa… Qualcos’altro.

Sono consapevole di essere molto sensibile sull’argomento e non voglio, per carità, annoiare nessuno con una tirata sul mio pensiero intorno a quello che dovrebbe essere (ma che, purtroppo, non è) il baseball giocato dai bambini.

Quindi mi limito a riportare alcune frasi.

Davvero un piccolo campionario, garantisco, rispetto al volume totale di quelle sentite dire dagli ADULTI impegnati a dirigere (il verbo è utilizzato volutamente) le squadre:

“Quella era buona” – aggiungendo – “me la devi battere”;

“gira solo quelle buone”;

“arbitro era out (oppure salvo, oppure strike…)”;

“te l’ho detto mille volte di non girare quella palla”;

“te l’ho detto mille volte di girare quella palla”;

“ma dove tiri?”;

“concentrati”;

“allora lo fai apposta”;

“falla arrivare sul piatto (nella doppia valenza attacco/difesa, quindi riferita sia al proprio lanciatore che al proprio battitore)”;

“se c’è il segnale di rubata tu devi coprirla”;

“hai sbagliato”;

“ma che combini? Perché hai corso?”

“ma che combini? Perché non hai corso?”

Ho omesso, per comodità, tutti i punti esclamativi.

Potrei continuare.

Ho sentito solo urla, rimproveri, sottolineature (peraltro ovvie) su errori o mancanze.

Non ho sentito che pochissimi (chi mi conosce sa che li ho contati…) “bravo” o analoghi incoraggiamenti.

Non ho sentito un solo encomio, nemmeno uno, per averci provato, per aver preso una decisione, per aver pensato con la propria testa.

L’ho già detto, non voglio, entrare nel merito.

Non voglio, l’ho già detto, giudicare nessuno.

Me ne sono andato presto, pensando che, forse, quel gioco li, quel baseball li, oltre a non essere il MIO baseball non è nemmeno un gioco da bambini.

Ogni Maledetto Centimetro

Scommetto che la citazione che segue sarà familiare ai più:

“possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta.

E scopri che la vita è un gioco di centimetri. E così è il football.

Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine d’errore è ridottissimo. Capitelo.

Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate.

Mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa.

Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto.

Sono intorno a noi, ci sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.

In questa squadra si combatte per un centimetro.

In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi, per un centimetro.

Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro.

Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire.”

Scommetto che oltre a riconoscere le parole che Al Pacino pronuncia, nel suo DISCORSO ALLA SQUADRA in “Ogni Maledetta Domenica” (uno dei più bei film sul football che abbia mai visto) molti di noi le hanno copiate/imitate/parafrasate negli innumerevoli “pipponi” (per l’esatta definizione del termine “pippone” date un’occhiata qui) propinati alle nostre squadre di ogni fascia e categoria.

Ma non di “pipponi” però voglio parlare, ma dei centimetri che spesso, emuli di Al Pacino, chiediamo di “cercare in giro” ai nostri corridori.

Appurato che molte eliminazioni in prima base sono “molto strette”.

Egualmente appurato che, a ben guardare, questa “strettezza” è quantificabile in una misura abbondantemente sotto il metro (100 centimetri…).

Eccoci alla ricerca di magici esercizi che mettano a punto partenze più veloci dal box, traiettorie millimetriche e tecnica di corsa degna, quantomeno, del Signor Usain Bolt.

Fermo restando che quanto detto sopra deve essere studiato e allenato vorrei richiamare l’attenzione su un fatto molto semplice.

(Andando a braccio, senza esagerare in precisione… scherzo! L’ho fatto con molta precisione, invece…)

Il fatto è che misurando con un semplice righello il disegno, naturalmente in scala, del diamante da softball si scopre che la distanza da percorrere per raggiungere il bordo anteriore del cuscino di prima base (quello arancione riservato al corridore) è di almeno 170/180 cm più corta se si parte dal box di battuta “mancino”.

Questa distanza varia, naturalmente, al variare della posizione che il battitore assume nel box,

Sostanzialmente, però, l’ordine di grandezza è questo, non proprio 2 mt (200 centimetri…) ma, quasi…

Ripeto:

non proprio 2 mt (200 centimetri…) ma, quasi…

Provare per credere! Basta un semplice righello.

Se fossi in vena di “pipponi” potrei attaccare con la mia solita tiritera.

Quella sul perché sarebbe molto saggio fare in modo che i nostri battitori fossero capaci di usare ANCHE il box di sinistra.

Ma, per questa volta mi limiterò a ricordare che far battere i battitori da entrambi i lati del piatto:

  • li aiuta a sviluppare le proprie capacità e abilità motorie,
  • non li limita nella loro esplorazione e scoperta di quello che gli è più consono e facile,
  • “riequilibra”, almeno parzialmente, i danni da eccessiva lateralizzazione (che ci piaccia o no baseball e softball sono discipline monolaterali),
  • aggiunge un’arma in più all’arsenale di squadra…

Ma, sopratutto (non bastasse questo) li fa partire molto, davvero molto, più vicini (almeno 170/180 centimetri) alla prima base.

Cerchiamo quindi di essere coerenti:

anche se ci piace da morire la drammaticità del discorso di “Ogni Maledetta Domenica”  (anche se speriamo che nessun dei nostri atleti abbia visto il film).

Smettiamo di chiedere ai nostri battitori di “spremere” qualche centimetro in più quando, abitualmente, gliene rubiamo molti, ma molti, di più.

Mamma, vado al baseball!

Se vi capita, provate ad ascoltare i bambini quando parlano del loro sport.

Quello che dicono quando parlano tra loro è, spesso:

“oggi vado al baseball” oppure “oggi vado in piscina” oppure, ancora, “oggi vado a calcio”.

Raramente, anzi, quasi mai li sentirete dire :

“oggi vado all’allenamento”.

Le parole sono importanti! In questo caso lo sono ancora di più:

quando dicono di “voler andare a fare uno sport” raccontano esattamente quello che VOGLIONO realmente fare.

NON vogliono allenarsi, vogliono FARE quello sport, che per loro è, per fortuna, ancora un gioco.

L’allenamento, quello verrà dopo.

Credo che questa distinzione sia cruciale:

I bambini, fino che sono bambini e, forse per un po’, anche quando bambini non sono più, non si devono allenare, non ancora.

Quei bambini devono giocare e, giocando, appassionarsi e imparare a giocare quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”.

Devono giocare e, giocando, sviluppare le proprie capacità (motorie e cognitive) che gli permettano di imparare a risolvere i problemi posti da quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”

Provo a spiegarmi:

visto che l’allenamento è, o dovrebbe essere:

“un processo pedagogico-educativo complesso.

Che si concretizza con l’organizzazione dell’esercizio fisico ripetuto in quantità ed intensità tali da produrre carichi progressivamente crescenti.

Per stimolare i processi fisiologici di supercompensazione, migliorare le capacità fisiche, psichiche, tecniche e tattiche dell’atleta.

Al fine di esaltarne e consolidarne il rendimento in gara”.

(La definizione è del prof. Carlo Vittori).

Per potersi allenare i nostri bambini dovrebbero quantomeno smettere di essere bambini e, poi possedere tecniche stabilizzate che possano, in concreto essere allenate.

Di fatto, prima di iniziare ad allenarsi, devono imparare.

Per imparare devono capire, apprendere, esplorare, sbagliare, dimenticare, apprendere di nuovo, elaborare, ancora elaborare e poi di nuovo sbagliare, imparare di nuovo, aggiustare, sistemare, organizzare e riorganizzare…

Non è una mia opinione sia chiaro, è una CERTEZZA SCIENTIFICA:

l’apprendimento motorio funziona così, solo così, senza scorciatoie (almeno fino a quando altre evidenze scientifiche ci diranno il contrario…).

Purtroppo quello che invece chiediamo ai nostri bambini non è di imparare ma di allenarsi, non di fare esperienze e apprendere da quelle, ma di “fidarsi” delle nostre:

gli “insegniamo” quelle poche risposte standard indispensabili per poter giocare una partita di baseball (il tiro, sempre lo stesso, la battuta, sempre la stessa, la presa, sempre la stessa…) e poi glieli facciamo ripetere all’infinito.

Senza nessuna variazione.

Nessuna possibilità di interpretazione diversa.

Elinando ogni modalità di esplorazione.

Senza dargli modo di sbagliare, adattarsi, correggersi, trasformare.

Quello che è peggio senza dargli nessuna possibilità di scegliere.

Di trovare la propria soluzione, la propria risposta al “problema baseball”

In definitiva negandogli la possibilità di “trovare da soli il proprio posto nel mondo”.

Non ce ne accorgiamo ma le partite le vinciamo grazie a quelli che si sottraggono a questo ADDESTRAMENTO e che, autonomamente sono capaci di INVENTARE risposte a quelle situazioni che il gioco propone.

Li chiamiamo “talenti”, ma dovremo chiamarli “ribelli”, perché sono gli unici che rifiutano di sottostare al nostro trattarli come “animali da circo” e non si siedono a comando.

Avercene di talenti…

Ma IL problema vero, però, sono gli altri, invece:

quelli che imparano gli esercizi come gli chiediamo noi.

Che, però, si vedono costantemente superati dai “talenti” e che, prima o poi, lasceranno perdere.

Cambieranno aria, stanchi di un gioco dove “ci si allena tanto, ma non si gioca mai”.

Come sempre non credo di avere tutte le risposte e diffido delle ricette buone per tutti.

Credo che, anche solo per vedere come va a finire, una volta tanto sarebbe meglio lasciarli “venire al baseball” invece che a “fare allenamento”.

Ritorno al futuro

Un giorno qualsiasi, nel futuro… O forse era oggi?

“I bambini di oggi non sono coordinati”.

“Quando ero piccolo io si andava fuori a giocare per strada e i ragazzi erano agilissimi”.

“PRIMA gli atleti (le atlete) erano più…“  (aggiungere quello che volete al posto dei puntini: forti, motivati, capaci ecc…).

Alzi la mano chi non a mai sentito almeno una di queste frasi.

Almeno una volta.

Sia che si fosse in un campo di baseball o in una palestra, a un corso per allenatori o a una Convention.

O ancora a un aggiornamento tecnico o fuori dal bar del campo.

Purtroppo sono frase che io sento e ho sentito ripetere spesso.

Sarebbe facile rispondere e smentire con il buon senso ognuna di esse ma credo che invece, debbano essere ascoltate e comprese per quello che dicono e rappresentano:

oltre a esser luoghi comuni sono, a mio parere, una richiesta d’aiuto.

Non solo, sono anche una dichiarazione d’impotenza che, più o meno, possono essere riassunti così:

“i tempi sono cambiati, i ragazzi e le ragazze che vengono a giocare a baseball e a softball non sono COME quelli che ho allenato fino ieri.

Io che li devo allenare, gestire, formare e aiutare ad appassionarsi al gioco non li capisco e loro non capiscono me.

Hanno difficoltà motorie e di apprendimento.

Non sono attenti e le mie proposte e tutto quello che fino a ieri andava benissimo adesso non funzionano più…”

Scherzosamente, dico sempre a chi ha nostalgia del passato che, procurandosi un lungo cavo elettrico e un campanile.

Oltre a un gancio metallico e sperando in una notte di fulmini e temporale, dopo aver acquistato una DE LOREAN (per chi è interessato, qui c’è il sito web…) naturalente.

Con tutto ciò  a disposizione può provare, raggiungendo le fatidiche 88 miglia orarie, a fare un salto indietro nel tempo.

Giusto per vedere se riesce a ritrovare quei bambini “selvatici” che tutto sapevano fare, e quegli splendidi atleti (e atlete) le cui gesta fanno parte della mitologia dei nostri sport.

(il film di cui parlo, per i tre o quattro che non l’avessoro capito è “Ritorno al Futuro …)

Sarebbe bello? Forse…

Ma credo che sarebbe meglio prendere atto della situazione e provare a capire se è possibile risolvere il problema.

Prima di tutto io penso che non sia vero, o che lo sia solo in parte, che i bambini e gli atleti del passato erano migliori.

Erano diversi, magari più “coordinati” (dovremo discutere sul reale significato della parola…) magari più appassionati, magari più “disponibili”.

Questo vuol dire migliori?

Se i bambini del passato erano coordinati e se i nostri giovani non lo sono, allora, banalmente, coordiniamoli…

Se non sono appassionati, allora appassioniamoli…

Non è che non abbiamo i mezzi e le possibilità, nemmeno ci mancano le capacità.

Forse è venuta a mancare la voglia.

I ragazzi di oggi ci chiedono passione, dedizione, attenzione, tutte cose che siamo, lo so per certo, capaci di dare, come singoli e come movimento.

Allora cosa si è guastato? Cosa non funziona più? Cosa ci fa solo guardare indietro e rimpiangere il passato, che, è bene ricordarlo, non c’è più?

Perché siamo caduti, anche noi, vittime del nostro EGO e diventati cacciatori di facili vittorie?

Quando e come abbiamo smesso di cercare soluzioni a problemi difficili?

Perché siamo diventati campioni nel piangerci addosso?

Com’è che non vediamo che adesso abbiamo impianti, materiali, informazioni, conoscenze che prima non avevamo?

Perché vogliamo, a tutti i costi, scimmiottare sport da noi più popolari o metodiche che funzionano solo dove il nostri sport sono conosciuti, praticati e radicati?

Forse, dico forse, l’alternativa al viaggio nel tempo è prendere atto della realtà e provare, animati dal fuoco sacro della passione, a cercare una strada che (ri)porti il baseball e il softball ai fasti (o presunti tali) del passato.

Non ho la presunzione di conoscere tutte le risposte, ma credo fermamente che la nostalgia e “tornare al futuro” non sia quella strada.

Line-Up

Questo post parla di attività scolastica, di promozione, di reclutamento e, incidentalmente, di LINE-UP.

 

A volte ci chiediamo chi ce lo fa fare…

Poi arrivano i ragazzini della QUINTA A e ti consegnano i LINE*UP per la partita del pomeriggio.

Secondo incontro:

a malapena colpiscono la palla.

Spesso nemmeno riescono a tirarla dove dovrebbero.

A malapena si ricordano di toccare tutte le basi.

A malapena…

Ma i LINE-UP … I LINE-UP … Quelli sono da brividi sotto la pelle.

Due “manager”, ognuno con il suo stile:

il primo metodoco e preciso.

L’avversario più attento alla sostanza cha alla forma.

Il “manager preciso” è così anche nel gioco:

attento, prescrittivo, scrupoloso. Non consiglia, ordina agli altri cosa fare e come farlo.

Il “manager pragmatico” invece è meno rigoroso ma quando sceglie la squadra…

Non importa se maschi o femmine, se amici o meno:

lui chiama solo quelli veloci e che colpiscono bene.

Il “preciso”, scrive “in bianco e nero” e ha bisogno di ribadire l’ordine progressivo.

L’alto, il “pragmatico” scrive “in rosso” ed è meno rigoroso (tanto l’ordine è quello…).

Entrambi, per non sbagliare, si mettono al primo posto.

Tutti e due non scrivono il proprio nome, non ne hanno bisogno, loro sanno, esattamente, chi sono.

Entrambi sono “IO” nel proprio ORDINE DI BATTUTA.

Non mi viene in mente nesun altro “luogo” nella scuola oltre al BASEBALL dove un bimbo può essere soltanto “IO”.

E ancora qualcuno si chiede come si fa a non diventare romantici con questo gioco…

Una Promessa è una Promessa (quattro)

Daniele ci siamo quasi, porta ancora un po’ di pazienza…

Arrivati a questo punto e ripartendo dall’affermazione iniziale:

“i battitori non usano TUTTA la propria FORZA per battere la palla”.

Non ti vengono dei dubbi su quanto proposto, normalmente, dall’”allenamento della FORZA per i battitori” o, più in generale, dall’”allenamento dei battitori”?

Tenendo presente tutte le informazioni appare abbastanza chiaro e sicuro che esistono dei valori intermedi di FORZA e VELOCITA’, rispetto ai relativi valori massimi e minimi.

La POTENZA è, cioè, un compromesso:

È necessario mediare, ai nostri battitori servono “un po’” di FORZA e “un po’” di VELOCITA’ (quindi, in definitiva serve POTENZA).

Se l’obiettivo è sviluppare la produzione di FORZA in movimento di tipo esplosivo (FORZA rapida e FORZA esplosiva) le strade che si presentano allora sono solo due:

lavorare sull’incremento della FORZA MASSIMA (tempo di esecuzione del singolo esercizio oltre i 700 millisecondi. Carico superiore al 75% del massimale. Numero di ripetizioni possibili comprese tra 1 e 9).

Questa strategia, però, sembra produrre effetti solo quando il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA è sensibilmente inferiore al 50%.

L’altra strada è quella dell’incremento della quantità di FORZA sviluppata nel gesto tecnico.

Quindi lavorando sulla FORZA RAPIDA e sulla FORZA ESPLOSIVA con esercizi e metodi ti tipo SPECIALE e SPECIFICO.

Esercizi cioè il più vicino possibile alla tecnica sportiva e che abbiano un transfert immediato sul gesto di gara:

  • tempo di esecuzione del singolo esercizio sotto i  150 millisecondi. Carico non superiore al 25% del massimale. Numero di ripetizioni non superiori alle 15/20 per la FORZA RAPIDA.
  • Tempo di esecuzione del singolo esercizio tra i 150 e i 300 millisecondi. Carico non superiore al 45% del massimale. Numero di ripetizioni non superiori alle 10/15 per la FORZA ESPLOSIVA.

Questo non tanto perché viene sollecitato il tipo specifico di FORZA ma perché viene stimolato il gesto tecnico:

il transfert della tecnica è così elevato sulla prestazione da compensare enormemente il deficit di FORZA.

Questo, per lo meno, fino ad atleti di livello medio o medio-alto.

Tralasciando che le indicazioni sui carichi e le ripetizioni sono, volutamente, di tipo “pesistico” voglio farti una domanda, Daniele:

quali concrete indicazioni, utilizzabili per programmare l’allenamento dei battitori, vengono fuori, in maniera “FORTE e POTENTE”, da quanto detto fino ad adesso?

Provo a riassumere:

  • programmare esercitazioni che siano effettuate alla massima VELOCITA’ possibile,
  • occorre fare attenzione al peso dell’attrezzo (mazza) programmando, magari, serie e ripetizioni da effettuare con attrezzi di peso diverso da quello abituale;
  • non si può evitare di curare la tecnica esecutiva;
  • non si può trascurare un esecuzione variata “in situazione” (diversi tipi di lancio, diverse velocità della palla, diverse “location”)
  • il numero di ripetizioni deve essere tale che non ci siano scadimenti né della velocità né della qualità di esecuzione

Credo fermamente che:

il metodo migliore per allenarsi per giocare a baseball (o softball) si, davvero, giocare a baseball (o softball) .

Il miglior esercizio per allenare i battitori è BATTERE LA PALLA in movimento (esercizio di tipo SPECIFICO).

Naturalmente questa è la mia opinione e questa è la mia “ricetta”, ma credo, immodestamente, di non essere tanto lontano dal vero.

Non si pensi che il problema sia di poco conto e che, in fondo…

Se si guarda quest’ultimo grafico (è davvero l’ultimo lo giuro):

È facile osservare che, rimanendo nell’arco dei 150 millisecondi necessari allo swing, la FORZA sviluppata da un tipo di allenamento NON ORIENTATO verso la FORZA RAPIDA ed ESPLOSIVA non appare discostarsi per niente da quella espressa da un soggetto non allenato.

Daniele, avrai capito quanto “fortemente” credo che, scimmiottare la “preparazione fisica” di altre discipline o seguire in maniera acritica le “mode di palestra”, possa essere una “forte” limitazione al rendimento dei nostri giocatori.

Sono giunto, come promesso, alla fine di queste che dovevano essere solo poche parole e che sono, invece, diventate tante, forse troppe…

L’ultima cosa che mi sento di dire è:

“abbiamo (purtroppo) poco tempo! Usiamolo al meglio…”

Una Promessa è una Promessa (tre)

Eccoci qua di nuovo, Daniele.

Finora credo che siamo riusciti a mettere insieme alcuni dati, interessanti e importanti.

Dati da utilizzare per programmare l’allenamento dei battitori.

Proviamo ad andare ancora avanti.

La FORZA, o meglio, la sua espressione è condizionata e influenzata da alcune componenti strutturali e neurali.

Nel caso della FORZA VELOCE, quella che ci interessa come allenatori di baseball e softball, queste componenti sono:

  • la PERCENTUALE DI FIBRE VELOCI (maggiore è il numero di fibre veloci a disposizione maggiore sarà la possibilità di esprimere forza nell’unità di tempo);
  • la COORDINAZIONE INTRAMUSCOLARE ED INTERMUSCOLARE;
  • la FREQUENZA DI SCARICA;
  • la SINCRONIZZAZIONE;
  • il RECLUTAMENTO SPAZIALE E TEMPORALE delle fibre.

La DIMENSIONI DELLE FIBRE viene spesso classificata come ininfluente.

Volendo però approfondire l’analisi, è chiaro che il fattore ipertrofia cresce di importanza al crescere del carico da spostare.

Se si guarda attentamente si capisce che l’allenamento ha poco potere, ma non nullo, nella modificazione di molte di queste componenti che fanno parte del corredo genetico individuale rendendo, tristemente, reale il detto:

“per diventare dei campioni bisogna scegliersi bene i genitori”.

Ti sarà capitato di vedere questo grafico:

Quella che è rappresentata è la “Curva di HILL” che analizza il comportamento di una singola fibra muscolare in relazione al carico.

Di fatto il diagramma dice che:

“più una fibra muscolare si accorcia velocemente, meno forza può generare ai suoi capi. Viceversa, più una fibra genera forza, meno velocemente può accorciarsi”.

Credo sia intuitivo capire che fibre, fasci e catene muscolari non si muovono in completo accordo con la curva.

Le complessità e leinfluenze reciproche provocano modificazioni anche importanti.

Credo, però, che possiamo tranquillamente generalizzare e dire che:

“più il carico da muovere si allontana da quello massimale più esso sarà spostato velocemente”.

Non si può, cioè, avere tutto:

se vogliamo una contrazione veloce occorre limitare il carico, se si vuole spostare un grosso carico occorre pazienza perché la contrazione sarà più lenta.

Mettendo insieme la Curva di Hill e utilizzando la formula della potenza (forza in funzione della velocità) è possibile arrivare a quest’altro grafico:

Leggendo con attenzione le curve (in rosso quella della FORZA, in blù quella della potenza) è facile concludere che:

“la POTENZA massima si ottiene con una FORZA che è la metà di quella massimale e con una VELOCITA’ che è un terzo di quella massima possibile”.

Daniele, come vedi il semplice grafico della prima parte dell’articolo viene continuamente integrato da nuove informazioni.

Informazioni che ampliano la comprensione, dal punto di vista della FORZA, del gesto tecnico della battuta.

Se pensi che “sia tutta teoria” ti prego di avere ancora un po’ di pazienza.

Vorrei riflettere su una componente della battuta che, spesso, erroneamente viene trascurata:

il peso dell’attrezzo usato per colpire la palla, la mazza.

Non rappresenta un carico da spostare? Il suo peso altera l’espressione di FORZA?

Andiamo avanti…

Stabilito che per arrivare ad esprimere il picco di FORZA occorrono dei tempi che sono superiori ai 300/400 millisecondi

Stabilito anche che nel baseball e nel softball questo tempo non c’è.

Dobbiamo necessariamente fare i conti con quello che viene comunemente definito DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA.

Il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA (DEF) è il risultato della differenza tra la FORZA espressa e la FORZA massima raggiungibile dall’atleta.

Nel basebal il battitore non raggiunge questa FORZA “massimale”perché… La palla è già volata via…

Questa differenza è tanto più grande quanto è più piccola la resistenza e quanto è più breve il tempo del movimento.

In definitiva il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA mostra la quantità di forza potenziale che non è stata impiegata.

Dallo studio di DAN RUSSELL, citato nella prima parte, si individuano i seguenti valori medi nei giocatori di Major League:

FORZA applicata alla palla 4.145 libbre, picco di FORZA oltre le 8.300 libbre.

Risulta che il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA, nel baseball professionistico americano, è vicino al 50%.

Daniele, ti lascio immaginare cosa succede a velocità esecutive più basse e a livelli di FORZA inferiori.

Che è quello che noi allenatori di “atleti non professionisti” abbiamo a disposizione.

A occhio e croce direi che argomenti per la quarta parte ce ne sono a sufficienza…

Una Promessa è una Promessa (due)

Allora Daniele, sei pronto?

Naturalmente avrai capito che quanto detto fino a ora e quanto sarà detto da ora in avanti vale per il baseball allo stesso modo che per il softball:

le distanze e “gli attrezzi”  da softball sono commisurati così bene al baseball che velocità e tempi sono, praticamente, identici (salvo piccole differenze non rilevanti).

Fatta anche questa precisazione…

Per arrivare a capire cos’è quel qualcosa che abbiamo scoperto impedire ai battitori di “colpire la palla con tutta la propria FORZA” (come detto nella prima parte di questa lunga dissertazione) non possiamo fare a meno di dare una scorsa (veloce e il meno noiosa possibile, stai tranquillo…) ad alcuni concetti di fisiologia e biomeccanica.

È pur vero che, purtroppo, non è possibile semplificare e sintetizzare troppo le “conoscenze di base”.

Significherebbe trascurare aspetti fondamentali nella comprensione di questa capacità motoria, che è, invece, estremamente complessa.

Partiamo da questa affermazione:

“la FORZA muscolare è una qualità fondamentale per eccellere nelle discipline sportive in cui sono richiesti movimenti balistici”.

Questo assunto credo che sia, ormai, patrimonio dell’umanità e difficilmente contestabile.

Così come è difficilmente contestabile che Baseball e Softball rientrano nella classificazione di sport in cui sono richiesti movimenti balistici.

Parlare di FORZA non è un compito né semplice né facile, così come non è né semplice né facile programmare “l’allenamento della FORZA”.

Cominciamo col definire che cos’è la FORZA muscolare.

La FORZA muscolare può essere definitae come la capacità che i componenti intimi della materia hanno di contrarsi.

Questa definizione data dal prof. Carlo Vittori (ho parlato di lui in questo post) mi piace molto di più di altre, forse più “sportive”.

Personalmente credo che la FORZA debba essere considerata l’unica capacità condizionale “pura”.

VELOCITA’ e RESISTENZA sono capacità derivate dal “come”, dal “quanto” e da “in che modo” la FORZA viene applicata.

Ora, caro Daniele, devo per forza diventare didascalico e  parlarti dei Tipi di FORZA…

Perché di FORZA ci sono varie “espressioni”, classificate, guarda un po’, in base al TEMPO…

La mia preferita è quella di Harre che distingue:

  • la FORZA MASSIMALE che è la forza più elevata che il sistema neuromuscolare è in grado di sviluppare con una contrazione muscolare volontaria. Prevale la componente carico a scapito della velocità d’esecuzione.
  • La FORZA VELOCE  che è la capacità del sistema neuromuscolare di superare una resistenza con una elevata rapidità di reazione. Prevale la componente velocità a scapito del carico.
  • La FORZA RESISTENTE che è la capacità dell’organismo di opporsi alla fatica durante prestazioni di FORZA di lunga durata.

Questa classificazione fornisce una prima indicazione sul quale “tipo” di FORZA dovrebbe essere allenata nei giocatori di baseball.

Sfortunatamente non è così semplice.

Anche parlando di FORZA veloce c’è bisogno di una ulteriore classificazione legata ai tempi di applicazione:

  • FORZA rapida

    (da 0 a 150 millisecondi);

  • FORZA esplosiva

    (da 150 a 300 millisecondi );

  • FORZA dinamica

    (da 300 a 700 millisecondi);

Questo ci dice che, della FORZA veloce, nel baseball e nel softball, siamo in grado di utilizzare solo la componente RAPIDA e, in parte quella ESPLOSIVA (lo swing dura solo 150 millisecondi).

La FORZA DINAMICA e la FORZA MASSIMA (che si esprime da 700 millisecondi in poi) si “mettono in moto quando le cose sono già successe”.

Daniele, purtroppo per te, la parte “noiosa” non è ancora finita e ci serve un’altra definizione.

Quella della POTENZA MUSCOLARE, che è (o dovrebbe essere) la “grandezza da allenare” nel baseball e nel softball.

La formula che segue descrive la potenza meccanica che è pari al prodotto della forza applicata per velocità di spostamento che produce.

Banalmente, a partire da questa formula si può dedurre la chiave del possibile incremento della prestazione in ogni disciplina sportiva:

posso aumentare la POTENZA aumentando la FORZA oppure la VELOCITA’.

La scelta migliore parrebbe, quindi, quella di aumentarle entrambe, anche se è la cosa più difficile da fare.

Di questo parleremo nella terza parte…

Una Promessa è una Promessa (uno)

Daniele, accipicchia! Sappi che tutto questo è colpa tua!

Dunque, cominciamo.

Il mio amico Daniele, guardando con occhi da “neo allenatore” (a proposito: complimenti a lui e a tutti i suoi compagni di corso!) un grafico molto simile a questo:

che racconta i “tempi di espressione della FORZA” (ma non solo…) se n’è uscito con questa affermazione:

“ma allora, i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

Non vorrei togliere suspense… Ma, detta in soldoni, è proprio così!

Daniele, intuitivamente, da esperto praticante, ha capito tutto e lo ha capito subito.

Quello che voglio provare a spiegargli è il perché la sua affermazione è vera e quanto il saperlo dovrebbe fare la differenza nel modo di allenare un battitore.

La domanda da cui dovrebbe nascere tutto è:

“quanto dura uno swing?”

Quanto tempo impiega il battitore a “girare la mazza”? Da quando l’attrezzo inizia a muoversi a quando colpisce la palla, quanto tempo passa?

Ho cercato un po’ e la risposta più precisa che ho trovato è questa, contenuta in un articolo sul sito www.popularmechanics.com (questo il link all’articolo originale) che fa riferimento a molte delle ricerche svolte da DAN RUSSELL e pubblicate, dall’autore, sulla pagina web Physics and Acoustics of Baseball and Softball Bats.

(il sito è una vera e propria “miniera d’oro” se si cercano informazioni su tutto quello che palla e mazza fanno quando si scontrano in un campo da baseball o da softball…):

“Una fastball a 90 mph raggiunge casa base in circa 400 millisecondi.

Il battitore ha appena un quarto di secondo (250 millisecondi) per identificare il lancio.

Deve poi decidere se provare a colpire la palla e avviare il processo:

si prende 100 millisecondi per vedere la palla, e 75 millisecondi per identificarne rotazione e velocità in modo da capire dove finirà quel lancio.

A questo punto gli rimangono altri 50 millisecondi per decidere se e come girare la mazza.

Altri 25 millisecondi se ne vanno per la trasmissione degli impulsi e per l’inizio swl movimento.

 Lo swing dura, quindi, 150 millisecondi.”

Questo disegno racconta bene tutta la storia…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A questo punto è chiaro che, leggendo attentamente i tempi riportati sul grafico e confrontandoli con il “tempo swing”, l’affermazione di Daniele è confermata e incontrovertibile:

“i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

In che misura questa FORZA non sia TUTTA lo dice, ancora, l’articolo citato:

“i giocatori di Baseball in Major League hanno una massa media di 5.125 once e contro una fastball a 90 mph possono imprimere alla mazza una velocità di  110 mph.

Utilizzando la seconda legge del moto di Newton, Russell ha calcolato che lo swing di un giocatore professionista scarica 4.145 libbre di FORZA sulla palla.

Così come quantifica il picco di FORZA ben oltre le 8.300 libbre”.

C’è, evidentemente, qualcosa che impedisce al battitore di mettere TUTTA la propria FORZA sulla palla.

Di questo qualcosa, caro Daniele, parleremo più avanti, devi avere pazienza…

Giacomino e Giacomina

Nel corso del tempo ho pubblicato su SOFTBALL INSIDE alcuni interventi (“Specializzazione Precoce? No, grazie!”, “Multilaterale e Polivalente: l’allenamento che funziona”, “Fuss, Sietz, Platz”, “Da cosa nasce cosa”…) che, lungi dall’essere solo mie opinioni personali, hanno portato dati scientifici e risultati di ricerche a favore della seguente affermazione:

“la specializzazione precoce NON GARANTISCE il raggiungimento di risultati di eccellenza in età adulta”.

In un altro articolo (questo il link) ho cercato di portare l’attenzione su una tendenza, anche questa supportata dal risultato di serie ricerche scientifiche, che descrive come, in età giovanile, molti atleti d’élite abbiano praticato anche altri sport, oltre a quello in cui eccellono.

Da tempo il baseball e il softball italiano sono alla ricerca di modalità che permettano di “giocare tutto l’anno” e si ritiene che questa sia la soluzione al fenomeno dell’abbandono:

ecco che fioriscono tornei e leghe invernali che impegnano i più giovani praticanti anche nella stagione in cui il baseball “dei grandi” non si gioca.

Leggo poi, in questo periodo di “campagna elettorale”, una serie di proposte che, nel tentativo di risolvere il problema del basso numero di praticanti, ipotizzano di portare lo sport nella scuola dell’infanzia, allo scopo di anticipare il reclutamento.

Conosco allenatori che coinvolgono giocatori e giocatrici di categoria ragazzi/e in allenamenti (purtroppo assolutamente ripetitivi, specializzanti e per nulla multilaterali) che durano anche 3 ore consecutive anche 4/5 volte la settimana.

Questa tendenza è, ancora purtroppo, mutuata da quello che succede in quasi tutti gli altri sport e discipline.

Di fatto, nonostante le evidenze scientifiche, lo sport, in Italia, sta andando in una direzione, quella della specializzazione precoce e della pratica del mono sport, che nelle intenzioni dovrebbe garantire, nell’ordine:

alto numero di praticanti, riduzione dell’abbandono, raggiungimento di risultati sportivi di eccellenza e aumento degli appassionati.

Ma… Siamo sicuri che questo succeda?

Siamo sicuri che questa ricetta stia effettivamente aumentando il numero di praticanti e combattendo il drop-out?

Davero, siamo sicuri che con questa strategia i futuri campioni riusciranno, davvero, a emergere?

Credo che chiunque abbia avuto esperienze nella scuola primaria si sarà accorto che, in ogni classe, i bambini (e le bambine…) “più portati” per il baseball siano quelli che praticano altri sport (calcio, basket, pallavolo…).

Questo non fa scattare nessun campanello nella testa? Non suscita nessuna domanda?

Ripeto, la scienza parla chiaro:

la pratica di sport multipli aumenta la possibilità che l’atleta, una volta superata l’adolescenza, possa mettere a frutto il proprio patrimonio genetico ed eccellere in uno sport particolare.

E allora, siamo davvero sicuri che, per i bambini e le bambine, giocare a baseball e solo a baseball tutto l’anno, sia davvero la cosa più giusta da fare?

Non è che in questo modo l’ipotetico Giacomino e l’ipotetica Giacomina rischiano di ANNOIARSI e finiscano per cercare altrove quelle ESPERIENZE diverse che la monolitica pratica di un solo spot non gli garantisce?

Mi capita spesso di pensare a questi due “modelli di giovane atleta” che, se hanno la (s)ventura di imbattersi nel baseball e nel softball, saranno condannati ad anni di allenamenti ripetitivi e noiosi, di interminabili partite giocando, se va bene, come “esterno destro, ultimo in battuta”, di estati a “pascolare” nel campo esterno mentre si fa il “batting practice”

Non sarebbe meglio, per Giacomino e Giacomina, praticare due o tre o quattro sport diversi, magari in periodi diversi dell’anno, partecipando a competizioni adeguate alla loro età e con avversari di pari dignità e capacità, magari sottoponendosi ad allenamenti che li aiutino a crescere come bambini e non come “giocatori in miniatura”, curando e tutelando il loro sviluppo armonico e occupandosi, non legandola alla “Dea della vittoria”, della loro felicità?

Probabilmente sarò un sognatore ma vorrei, una volta tanto, sentire parlare di polisportività, di Giacomini e Giacomine che, anche se sono “tesserati” per una società di baseball, giocano anche a pallavolo, calcio, rugby, basket, lacrosse… Partecipando a competizioni in ognuno di questi sport, accompagnati da allenatori che li affiancano nel loro percorso, aiutandoli a scegliere, in base alle loro capacità, attitudini e passioni, lo sport in cui, da grandi, potranno eccellere.

Vista la situazione dell’avviamento e della gestione dello sport nel nostro paese, che non gli concede dignità all’interno del sistema scolastico, credo che la strada che possa portare lo sport, si badi bene, non solo il baseball, nel futuro, debba essere, obbligatoriamente quella di società sportive sempre più polisportive, che permettano una pratica sempre più diversificata e generalista.

D’altra parte, come ripeto, purtroppo, da tempo, le modalità e le strategie che abbiamo seguito fino ad ora non hanno certo portato a risultati, sia quantitativi che qualitativi, di rilievo.

Forse è il caso di cambiare, no?