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“ALLENARE I GRANDI”

Torna sullo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE il tecnico-scrittore NICCOLÒ BRUSINI.

Toscano D.O.C. Niccolò è un allenatore di fresca nomina ma con le idee chiare.

Facile capirlo, del resto, come si può  capire da quello che scrive.

Naturalmente, non condivido in toto il suo pensiero e il suo argomentare.

Cero è che questo suo breve “articolo”, nato quasi per scherzo a margine di una “conversazione epistolare”, offre spunti interessanti.

Lascia trasparire una grande passione e, ultimo ma non ultimo, lascia intendere che Niccolò è molto attento ai particolari.

***

Se per qualche congettura astrale, dopo aver allenato squadre di principianti, vi trovate ad allenare una Serie C o superiore, dovrete reimpostare completamente il vostro approccio all’allenamento e ai giocatori.

Da essere Istruttore o Educatore vi troverete a essere veri Allenatori.

Se da una parte potrete essere più diretti ed espliciti con loro, dall’altra dovrete mettere in conto che qualcuno sarà pronto a rispondervi sia come tono che come linguaggio e stavolta le occhiatacce ed i giri di campo non saranno sufficienti.

Ecco allora che questa fase va divisa in due:

approccio tecnico ed approccio emozionale.

Partiamo dall’emozionale.

Come prima cosa dovrete cercare di categorizzare i vostri atleti dal punto di vista comportamentale e caratteriale.

Non mi stancherò di ricordarvi di farvi delle schede e di prendete appunti.

Serve a voi per impressionare nella mente meglio alcune cose e serve alla squadra per sentirsi comunque sempre controllata.

Una volta che avrete “letto” i vostri atleti potrete iniziare ad allenarli.

Ognuno di voi avrà modi diversi di fare e possiamo quindi distinguervi nelle seguenti macro categorie:

  • Allenatore duro,
  • Allenatore amico,
  • Allenatore tecnico,
  • Allenatore distaccato.

Queste categorie non sono le stesse che si ritrovano per i bambini perché il vostro “pubblico” è completamente diverso.

Ovviamente la giusta commistione tra questi porterebbe al Manager perfetto, ma si sa… Nessuno è perfetto.

Quindi cerchiamo di capire, a seconda della categoria dove vi mettete, quali possono essere i migliori consigli per voi.

La difficoltà dell’allenatore duro sta nel fatto che deve esserlo sempre.

E con tutti.

Altrimenti perde di credibilità.

Dovrà mantenere l’ordine a forza di giri di campo e di flessioni, non potrà permettere momenti di stanca, non avrà mai modo di fare una battuta in più o di passare sopra a mezze frasi sentite o immaginate.

Sicuramente un allenatore così manterrà alta la concentrazione in allenamento ma aumenterà anche la possibilità di errore dovuta al timore di sbagliare e spesso correrà il rischio che la squadra si rivolti contro di lui anche se non apertamente.

Dall’altra parte l’allenatore amico rischierà di trovarsi in mezzo ad allenamenti all’insegna dell’anarchia. Materiale buttato nel mezzo, atleti che non fanno quello che gli viene detto, risposte torte da parte dei vostri atleti.

Sicuramente il rapporto sarà più alla pari ma porta ad una serie di difficoltà che difficilmente porteranno a buoni risultati.

Personalmente sconsiglio un rapporto così paritario tra voi e i vostri ragazzi perché per quanto bello possa sembrare vi impedirà di fare il vostro lavoro.

L’allenatore tecnico è quello che spiega ogni cosa dal punto di vista prettamente tecnico

Che va avanti a fare millemila swing fino a che questo non viene eseguito nel modo corretto (che non sempre è il più efficace).

Questo tipo di allenatore interromperà continuamente ogni fase di allenamento per riposizionare, spostare, far notare, riprendere ogni movimento sbagliato.

L’allenatore tecnico andrà aventi a spiegare i gesti tecnici anche più volte nello stesso allenamento, anche allo stesso atleta.

L’allenatore distaccato è colui che prepara l’allenamento e qualsiasi cosa accada prosegue finché non lo porta a termine.

Seguito o no, compreso o no lui procede dritto senza domandarsi se gli atleti gli stanno dietro o lo capiscono.

Sa che l’allenamento che ha impostato può essere eseguito senza problemi quindi non si smuove di un passo.

Una volta che avete deciso in quale allenatore vi rispecchiate di più dovrete cercare di adattare il vostro essere ai vostri atleti facendogli credere ovviamente che la cosa si svolge al contrario.

Niccolò Brusini

“IL PROBLEMA DEI GIOVANI”

Torna lo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE ospitando un intervento dell’amico FRANCO LUDOVISI.

Franco, come al solito, offre il suo pensiero, limpido e cristallino, senza nessuna strizzatina d’occhio o concessione a chicchesia, su un argomento che definire “interessante” è limitativo.

Il suo pezzo è una “frizzante” incursione per parlare di e su un sacco di cose che, secondo lui, succedono, o non succedono, o non succedono come dovrebbero…

Spero che questa “provocazione Ludovisiana” serva a stimolare un dibattito che, da troppo tempo, manca.

Franco, come al solito, ci mette la faccia e SOFTBALL INSIDE, come al solito, non può che ospitarlo con piacere.

***

Nel 1960 esce il n. 3  del giornale  Baseball e Softball organo ufficiale della FIPAB, la Federazione del Baseball di allora che assumerà in seguito l’attuale denominazione FIBS.

In questo numero trattai de “IL PROBLEMA DEI GIOVANI” e dei CENTRI DI ADDESTRAMENTO degli stessi, argomento di attualità di quel periodo.

Dicevo:

“In quanto al problema dei Centri di Addestramento poi questo è facilmente risolubile quando si pensi:

chi beneficerà dell’apporto di questi giovani? Le Società naturalmente, sotto forma di giocatori o di spettatori. Allora è logico che siano le Società stesse ad interessarsi di ciò formando nel proprio seno dei vivai; e non ditemi che esigenze economiche impediscono di trovare i minimi fondi necessari per fare lavorare questi giovani che PRETENDONO SOLO L’ATTEZIONE DEGLI ALTRI.

Attualmente pochi sodalizi hanno capito che il loro denaro sarà proficuamente adoperato solo se guarderanno al domani. Gli altri preferiscono fare i pirati e togliere alle Società di serie inferiori gli elementi più idonei e le Società minori fungono in questo caso da vivai, da Centri di Addestramento.”

Questa era la realtà di allora:

alcune Società, nell’ARCO DEI SUCCESSIVI 50 ANNI, hanno seguito l’indirizzo della formazione in proprio dei giocatori.

Il NETTUNO in primis, per il baseball, lungo tutto l’arco di tempo preso in considerazione è stato fucina inesauribile di talenti creati all’interno della struttura della Società:

nel  softball invece possiamo dire che il BOLLATE della dinastia dei Soldi, soprattutto per la continuità e per l’impegno segnatamente con l’attività giovanile, abbia svolto in modo continuativo questo ruolo.

Ma altri casi ci sono stati e ci sono:

come ad esempio la Scuola di Baseball di PARMA  guidata dall’ottimo Pellaccini;

il quinquennio sontuoso delle giovanili della FORTITUDO a Casteldebole sotto la guida di Umberto Calzolari;

RONCHI dei Legionari sempre molto autarchica nelle sue formazioni costituite da giocatori provenienti dalle giovanili.

Per concludere, con gli esempi, con la recente Frozen Ropes di VERONA dei Dynos di Castagnini.

Quindi, volendo, i Centri di Addestramento si sono potuti fare e si possono fare ovunque vi sia la VOLONTA’ DI REALIZZARLI.

Ed iniziative particolarmente intriganti come quella chiamata “ALLENAMENTE”  portata avanti dall’attuale Legnano Softball sull’IMMAGINAZIONE MENTALE del gesto come allenamento propedeutico trovava riscontri simili anche nel passato, come è stato il caso, che ho vissuto personalmente ad Avigliana, quando mi vennero spiegate le basi della LETTURA VELOCE che potevano trovare adeguata applicazione alla lettura del lancio da parte del battitore.

Il già citato Calzolari redigeva un trattato su come condurre un’ attività giovanile, trattato preso in seria considerazione da molti e che ancora trattengo nella mia biblioteca tecnica del baseball.

Il CASTENASO negli anni 70 si avvalse della collaborazione, nella preparazione fisica, del Prof. PICCININI che si interessava alla consistenza atletica di elementi quali la Simeoni e Mennea, il TOP quindi della preparazione fisica ed anche la FEDERAZIONE applicava alla Nazionale dei mitici “Probabili Olimpici” i metodi del Professor CONCONI rivelatisi in seguito non compatibili con la pratica sportiva lecita.

Ma credo di stare facendo torto a non so quante altre realtà che non cito, ma che ci sono state e ci sono, che lavorano con i loro tecnici IN MODO DIFFERENZIATO gli uni dagli altri e non di “SCUOLA” che personalmente a me, tetragono interprete del baseball tradizionale, appaiono come il pepe o la ciliegina del sapere ufficiale.

Sotto la Presidenza NOTARI si ebbe anche una iniziativa riconducibile ai Centri di Addestramento riservata però ai  soli ATLETI DI LEVA che risiedevano per il periodo di servizio militare  a Bologna e che qui si allenavano tutti assieme durante la settimana per poi giocare nel week end nelle rispettive squadre di appartenenza: istruttori di tutto rispetto quali Bruno Linciano, l’indimenticato Carlos Guzman, Medina, Hernandez ed a volte anche l’olimpionico Igino Velez, Gamberini Dimes e il sottoscritto preparavano i vari Dallospedale, Paoletti, Martignoni, Frignani, tutti atleti provenienti da diversi vivai, senza interferire nelle singole impostazioni.

Ora c’è  l’ACCADEMIA DI TIRRENIA che – attraverso soprattutto i propri DOCENTI – da una parte  DETTA LE REGOLE per la buona gestione del gesto tecnico e della preparazione allo stesso, dall’altra si incarica di UNIFORMARE I COMPORTAMENTI dei tecnici anche nelle loro realtà societarie, soprattutto di quei tecnici che vengono a contatto con l’Accademia per le convocazioni di loro prospetti per le varie Nazionali.

Qui si sfiora il ricatto inteso come la richiesta di qualcosa che non si può rifiutare.

Rischieresti l’esclusione di un tuo giocatore dallo staff di qualche Nazionale perché ti rifiuti di adottare i metodi consigliati?

Al massimo dici che li realizzerai, poi farai come ti pare, ma anche questo è scorretto come l’impostazione di cui sopra.

L’Accademia, a mio personalissimo parere, è una struttura che cerca di sanare la tendenza al peggioramento della classe dei tecnici:

quindi, se così la si considera, BENEMERITA perché vuole elevare di fatto le più flebili conoscenze degli allenatori attuali rispetto a quelli del passato, autodidatti o indirizzati dai Corsi del CNT che pare ora abbiano minore incidenza di prima sulla classe tecnica.

Il decadimento di questa classe può avere molte origini:

alcune di queste sono già state trattate come il caso degli allenatori Cubani importati a frotte perché disponibili a tempo pieno e a basso costo, ma che l’ANIMA la lasciano forse a Cuba con le famiglie.

E di conseguenza vi è minore spazio per i tecnici autoctoni, meno soddisfazioni e assolutamente molto meno continuità nell’insegnamento e nell’affezione ai propri MAESTRI da parte degli allievi.

Ma questa può essere solo una concausa e forse il decadimento è anche opera delle maggiori conoscenze che oggi sono necessarie per costruire un giocatore, una squadra, una Società.

Poi, per inciso, che i prospetti dell’Accademia entrino a far parte del baseball Italiano solo dopo il FALLIMENTO delle loro esperienze nel baseball professionistico Usa a cui sono indirizzati frequentando Tirrenia, mi pare di una evidenza innegabile.

Tirrenia lavora per gli States ed in subordine per il baseball nostrano.

Ma ripeto, ben venga se serve.

Ora sono già state annunciate come funzionanti (MA DOVE?) le Accademie Regionali che dovrebbero replicare in loco alcune funzioni dell’ Accademia di Tirrenia per portare il VERBO a tutte le realtà:

un verbo uniforme in situazioni tanto differenti nei numeri, nell’ impegno, nelle possibilità che necessiterebbero invece, come nel passato, di tecnici di volta in volta adatti alle realtà locali.

E meglio se preparati bene dai Formatori del CNT.

Franco Ludovisi

“L’ANTIBASEBALL”

Lo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE ospita, ancora una volta con gioia, l’intervento dell’amico ANDREA DE ANGELIS.

Andrea, che ricordo è allenatore di varia e variegata esperienza, stavolta dice la sua prendendo spunto dalle recenti World Series.

Potrebbe parere un semplice “divertissement” ma, fidatevi, c’è molto, molto di più, se si legge tra le righe.

SOFTBALL INSIDE non può far altro che ringraziare Andrea con affetto per la sua, continua, voglia di mettersi in gioco.

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Si definisce comunemente “antibaseball” una condotta o un abbigliamento poco conforme alle linee guida del “vecchio gioco”.

Questi abbigliamenti o comportamenti vengono quasi sempre puniti dal Dio del baseball.

Facciamo degli esempi:

le ghette, sono ormai considerate “antibaseball”… Ma visti certi calzini che girano per i campi… Ci si potrebbe (spero) ragionare sopra.

La visiera del cappellino tesa e non “arrotondata” è “antibaseball”.

Dire:

“è finita manca un solo lancio” è “antibaseball”.

Ognuno di noi ha i suoi personali parametri di “antibaseball” e a volte sono essi stessi “antibaseball” e, per finire, anche alcune scelte tattiche sono “antibaseball”.

Se nella parte alta del 9° inning, in “una partita di una discreta importanza”, le squadre sono in parità e, con un solo eliminato, un corridore  raggiunge miracolosamente la terza, è evidente che il Dio del baseball parteggia per la squadra in trasferta e, magari impietosito da 108 anni di preghiere, ha deciso di aiutarla.

Tentare di segnare il punto con un bunt (ne squeeze, ne bunt a sorpresa) a conto pieno è, a mio parere, indiscutibilmente e assolutamente “antibaseball”, questo non significa che non possa funzionare…

A volte capita.

Capita però solo se il Dio del baseball è distratto o addormentato!

Mercoledì 3 novembre 2016, in piena notte, l’umano ha deciso di sfidare il Dio, scegliendo la via dell’“antibaseball”.

Una via tortuosa, improbabile e impossibile, e dopo quest’affronto il Dio del baseball ha deciso di girarsi dall’altra parte e di lasciar fare le cose agli umani, certo in cuor suo che la punizione sarebbe arrivata.

Di fatto, mentre gli umani stavano risolvendo le cose a modo loro, nella parte alta del 10° inning, il Manager della squadra di casa ha scelto, a sua volta, di offendere il Dio del baseball strizzando, anche lui, l’occhio all’ “antibaseball”:

Ha concesso, infatti, una base intenzionale molto meno offensiva del bunt del 9° inning, magari in apparenza molto meno “antibaseball”, anzi quasi una scelta obbligata…

Ma se. alla fine, quel corridore messo in prima base in modo, almeno, discutibile, segna il punto della vittoria, significa sicuramente che mentre il Dio del baseball a volte si distrae lasciando fare, Manitù è, invece, molto, ma molto, più permaloso.

Andrea De Angelis

“I TECNICI…”

Lo Speaker’s Corner di SOFTBALL INSIDE ospita un nuovo “pezzo” di FRANCO LUDOVISI, inviato come commento al post “Giacomino e Giacomina” pubblicato all’inizio della settimana.

Coach Ludovisi ci tiene a specificare che “l’intervento è già apparso su un altro sito, forse Tuttobaseball, nel 2010. Ma credo che ripeterlo non danneggi nessuno” (sono parole sue…).

SOFTBALL INSIDE è assolutamente daccordo che “repetita iuvant” e pubblica volentieri questo suo contributo.

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Questo piccolo brano:

“Conosco allenatori che coinvolgono giocatori e giocatrici di categoria ragazzi/e in allenamenti (purtroppo assolutamente ripetitivi, specializzanti e per nulla multilaterali) che durano anche 3 ore consecutive anche 4/5 volte la settimana.”

Mi ha richiamato alla memoria questo vecchio articolo:

I tecnici, questi EREMITI DI MASSA, al di fuori della realtà che cambia.

Adesso farò qualche considerazione sui tecnici  italiani di baseball.

Quanto andrò ad affermare non deve essere generalizzato, ma si riferisce solo alle mie esperienze e a molte mie conoscenze personali. Oggi, quando si parla di giovani, qualcuno ama definirli EREMITI di MASSA.

Io estendo la dizione ai Tecnici di baseball. Perché EREMITI?

Perché si comportano proprio come gli eremiti che ripetono in solitudine i loro riti, sempre gli stessi ovviamente, per la mancanza di contatto con la realtà che cambia. Nella solitudine del campo da baseball i nostri allenatori cominciano imponendo ai ragazzi:

  •  un paio di giri di corsa che vengono fatti coi piedi stancamente trascinati perché non se ne capisce il senso,
  •  poi proseguono con lo stretching non dimostrato, ma lasciato applicare ai giovani che chiacchierano in cerchio nelle più strane posizioni di presunto stiramento,
  •  passano poi ad un indiscriminato ed incontrollato riscaldamento del braccio che non tiene conto dei ruoli e delle mansioni dei prospetti,
  •  prosegue con un allenamento di difesa che altro non è che l’infield prepartita appena un poco più esteso,
  •  per concludere, ecco il massimo, con il timing di battuta:

il timing, cioè la fase finale della preparazione alla battuta dove ci si allena a prendere il tempo sul lancio, ma dove è impossibile modificare un movimento scorretto anche se l’accorto allenatore di solito è pronto a suggerire “spingi di più, accorcia il passo, non battere tutto quello che passa”.

E questo timing è fatto sul lancio di un volonteroso pitcher, quasi sempre un coach, che semmai lancia da distanza ridotta perché non ce la fa dai diciotto metri e tira palle che non vedrai mai più, nemmeno in una partita amatoriale, infine c’è anche la corsa sulle basi, nel migliore dei casi, che si concreta con alcuni scatti da casa in prima o da casa in seconda punto e basta.

Perché di MASSA? Perché tutti, nella loro assoluta solitudine, si comportano nello stesso modo.

Adesso correggere questa prassi introducendo:

  • un riscaldamento più opportuno come ad esempio scatti brevi e in progressione, eseguiti anche di lato o all’indietro le cosiddette “Cariocas” adottate anche da grandi Club di calcio
  • per proseguire con streching guidato nei movimenti e nei tempi
  • per effettuare poi il riscaldamento del braccio accoppiando giocatori dello stesso ruolo che quindi tirano dalla stessa distanza avendo cura di iniziare da due terzi della distanza stessa per arrivare a superarla e ritornare infine a quella corretta,
  • completare una difesa che preveda molte prese e pochi tiri mirati,
  • e poi un allenamento di battuta dove si scomponga il movimento e per ogni singola scomposizione ci si lavori sopra per ricompattare il tutto in un toss o con un tee e poi passare al timing semmai eseguito da veri lanciatori o ex lanciatori che ti impegnino a colpire bene avendo già appreso e assunto il giusto movimento di battuta
  • e concludere con una corsa sulle basi che preveda un distacco primario, un successivo allontanamento sul lancio per poi ritornare alla base o partire sulla battuta, simulare le rubate ecc.

Tutto questo migliorerebbe lo schema descritto all’inizio, ma ci farebbe diventare a nostra volta EREMITI con un miglior tasso tecnico.

Ma allora che cosa vuoi dai tecnici? Per esempio – come afferma Umberto Calzolari nella sua guida all’insegnamento nell’opuscolo rivolto ai giovani allenatori “La  Sperimentale n.1” – che il Tecnico/Istruttore fosse “preposto all’insegnamento del gesto tecnico, di una strategia, di una filosofia comportamentale, sportiva, leale e coerente. Nonché, nel limite delle sue possibilità, di una educazione civica, di rapporto col gruppo, il più sapiente possibile”.

Ma, per tornare al concreto, che si facciano anche allenamenti sulla difesa (e attacco) sul bunt, sulle rubate, sulle coperture delle basi, sulle assistenze dei lanciatori, sulle tecniche di attacco in genere.

Ricordo che a metà degli anni 70 a Castenaso provammo a realizzare un gioco molto particolare:

su una valida avversaria a destra senza corridori sulle basi l’esterno raccoglie la palla e la indirizza in  seconda al difensore di tale base che gli fa il ponte; il ricevitore copre la prima passando davanti al suggeritore, poi passandogli dietro, quindi non visto se non troppo tardi, si piazza sulla prima; il primabase tenta prima di intercettare la palla se è una radente, ma comunque si allontana molto dalla propria base come a dimostrare l’impossibilità di un gioco in prima; il corridore avversario, di norma, raggiunge la prima e poi prosegue un poco verso la seconda per vedere se è possibile l’avanzamento; in questo caso si allontana di più visto che il prima base è molto fuori; a questo punto il seconda base ricevuta la palla dall’esterno assiste sulla prima al ricevitore nel tentativo di cogliere fuori il corridore.

Ci sono poche occasioni per tentare questo gioco e ci vuole molto addestramento per eseguirlo correttamente: ma in una partita giocata da noi in casa ci fu l’occasione e fortunatamente il gioco riuscì appieno. La nostra squadra, panchinari compresi, esultò come se avesse vinto il campionato.

Eravamo riusciti in quello che avevamo provato e riprovato di fare: avevamo vinto!

Forse questo metodo di allenarsi per qualcosa in più e di diverso potrebbe essere il modo di uscire da qualsiasi EREMITAGGIO, ma certamente non ci farebbe rimanere nella MASSA.

Franco Ludovisi

“GENITORI COME E PERCHÉ”

Ospite dello SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE è, questa settimana, coach ANDREA DE ANGELIS.

Andrea, che è un grande amico, è un attento “studioso” di tutto quello che riguarda il baseball anche quando l’argomento, apparentemente, non è “troppo tecnico”.

Ho imparato, negli anni, ad apprezzare questa sua capacità di integrare conoscenze diverse in una “teoria del tutto” che ha come centro ispiratore la sua enorme passione per il “vecchio gioco”.

Coach DE ANGELIS, questa volta si occupa di un problema spinoso:

quello dei genitori dei giovani atleti.

Il suo intervento non è certo risolutivo ma getta uno sguardo, personale e autonomo, sulla questione.

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Tempo fa, mi è rimasta impressa una frase tratta da un libro di psicologia dello sport (qui il link, per approfondimenti):

Il talento va cercato nei secondogeniti che hanno dei genitori con un trascorso sportivo”

Entrando nel merito di questa affermazione, che dovrebbe essere il frutto di una ricerca statistica, mi sono chiesto come ampliare e complicare lo schema del rapporto con le famiglie dei giovani atleti.

La prima considerazione è che l’ambiente più della genetica potrebbe influire sulla fortuna sportiva di un atleta.

La seconda è che i genitori e “gli altri importanti” sono spesso gli artefici della creazione di un talento e non per motivi genetici.

Arriva il momento in cui gli allenatori di categoria giovanile, passato il momento esclusivamente ludico che introduce all’attività agonistica tipica e consigliata per ogni sport, cominciano ad alzare l’asticella delle pretese, ed è quello il momento in cui la famiglia diventa fondamentale:

questo è il momento in cui bisogna affrontare, coinvolgere ed interessare nel migliore dei modi il “nemico” comune a tutti gli sport.

Il termine “nemico”, ovviamente è virgolettato, perché da nemici i genitori possono diventare i migliori amici o viceversa.

Per lavorare nel migliore dei modi proviamo a dividere in categorie i genitori generalizzando alcune situazioni e comportamenti:

ipotizziamo un genitore dominante, ossia che prende decisioni e uno neutro non interessato alla vita sportiva del giovane atleta.

  1. Figlio/a di atleta nello stesso sport praticato
  2. Figlio/a di atleta in diverso sport praticato
  3. Figlio/a di genitori non sportivi

Come influiscono sull’evoluzione sportiva del giovane, cosa ci possiamo aspettare e come vanno trattati? Queste sono le domande chiave a cui bisogna rispondere per creare il giusto rapporto.

Ovviamente essendo una generalizzazione senza dati quantitativi è soggetta a tutte le eccezioni possibili ed immaginabili.

Le categorie possono sicuramente essere ampliate o espanse in diverse sottocategorie.

Per cominciare, traendo spunto dalla mia esperienza in quindici anni di campo, ho notato che la seconda categoria è quella più ricettiva.

Poiché i genitori hanno un atteggiamento positivo verso lo sport, ne condividono le regole etiche, ma non possono interferire nella parte tecnica.

La prima categoria è quella che da migliori risultati sportivi grazie ai feedback casalinghi e alla passione condivisa ma, pur traendo vantaggio dalle discussioni e dai confronti vissuti in casa, nasconde l’insidia di sovrapposizioni e contrasti malcelati.

La terza categoria io la definisco categoria jolly, in quanto è quasi esclusivamente farina del sacco del giovane atleta che decide di frequentare lo sport scelto, ma non ha né conforto né pressioni familiari.

Sarebbe interessante ampliare le considerazioni e le variabili per meglio gestire le varie situazioni e sarebbe interessante raccogliere un maggior numero di dati sulle percentuali di successo a seconda del tipo di situazione familiare.

Questa raccolta dati potrebbe aiutare a prevenire i conflitti con i genitori trovando strategie di comunicazione efficaci che permettano di assecondare e capire gli obbiettivi delle famiglie in modo da creare obbiettivi comuni e raggiungibili.

Andrea De Angelis

“IDENTITÀ”

Coach FRANCO LUDOVISI torna a salire sullo sgabello virtuale dello SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE.

Lo fa con un articolo che risponde, nel suo modo diretto e inequivocabile, al post “Identità” (questo il link) pubblicato qualche settimana fa nella sezione BLOG.

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Ormai sono fuor dai giochi e posso parlare solo della mia esperienza, della mia esperienza passata.

Ho cominciato a giocare a baseball subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, a circa dieci anni,,

Istruito nel gioco dai militari delle Truppe Americane di occupazione (o liberazione se volete) che avevano il loro comando proprio accanto a casa mia nel centro di Bologna.

Quando qualche tempo dopo incontrai altri giovani e meno giovani che si dedicavano al nuovo sport divenni immediatamente un esperto delle tecniche e delle regole che avevo apprese direttamente e correttamente dai soldati Usa.

Così dovevo intervenire, anche quando giocavano gli adulti, per spiegare che la regola del gioco:

“se il battitore rifiuta di battere la palla” non significava, come avveniva di fatto, che il battitore poteva alzare una mano e gridare “rifiuto” per annullare il lancio effettuato dal lanciatore.

Di conseguenza questo mio sapere mi portò immediatamente ad essere un allenatore, un istruttore anche di gente molto più adulta di me.

Dovevo avere anche predisposizione “al comando” se nel 58 ero allenatore delle Fiamme D’Oro squadra di serie A (a soli 23 anni e con soli due anni di conduzione di squadre) e se nel 61 a 26 anni ero nello staff della Nazionale Maggiore.

Ma la mia professionalità consistente nello “SVOLGERE IL MI LAVORO CON COMPETENZA (di quello che sapevo), SCRUPOLOSITA’ e ADEGUATA PREPARAZIONE PROFESSIONALE” era sicuramente carente di “adeguata preparazione professionale”.

La preparazione professionale avvenne sempre NEL tempo:

leggendo libri di tecnica di baseball, frequentando allenatori e giocatori stranieri e ciucciando quanto di buono potevano proporre.

Partecipando a Corsi Tecnici tenuti anche da esperti stranieri che NON TERMINAVANO ASSURDAMENTE CON UN ESAME che, se superato, ti portava a SEDERTI nella tua QUALIFICA.

Tu mi spieghi una cosa, se la capisco e la apprezzo la faccio mia, SE RISPONDO BENE ALL’ESAME, ma non la apprezzo e non la capisco TU la fai MIA.

E questa preparazione di cui dicevo sopra non ha mai fine:

si evolve nel tempo con tecniche (non solo di gioco) nuove o rinnovate,  adatte a PROSPETTI DIVERSI nelle diverse generazioni.

Un esempio? Prova a far fare dei giri di campo di punizione, come avveniva nel passato, senza dare una motivazione immediata:

non avrai obbedienza alcuna, ora.

Se sai stare al passo, se sei IN DIVENIRE allora sei un allenatore, un COACH, un guidatore.

Io la penso così.

Franco Ludovisi

“QUANTO SI CORRE NELLO SPORT”

Torna lo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE. Torna presentando un articolo che parla della effettiva distanza percorsa dagli atleti di alcuni sport molto popolari durante le gare.

L’articolo, scritto dal  giornalista sportivo KIT FOX e tradotto, come al solito, da Riccardo De Carta, è stato pubblicato sul sito web Runner’s World, dedicato al mondo dei runners, nel giugno del 2014.

Poco prima dell’inizio del campionato mondiale di calcio.

Quello che mi ha colpito, in modo molto deciso e particolare, è stato il sottotitolo del pezzo, che recita più o meno così:

“se si desidera un buon allenamento, meglio andare su di un campo di calcio o su una pista da hockey piuttosto che al campo da baseball”.

Difficile, per noi del baseball e del softball, non essere toccati da un così drastico giudizio.

Credo però che, la realtà dei fatti dovrebbe far riflettere su mezzi e metodi di allenamento…

Chi volesse leggere l’articolo in lingua originale lo può trovare seguendo questo link.

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I giocatori che parteciperanno alla Coppa del Mondo di Calcio, che inizia 12 giugno in Brasile, correrranno, secondo le stime, per circa 7 miglia a partita ( gli arbitri anche di più).

Qui di seguito il confronto con gli atleti di altri sport (riferito alle gare):

 Baseball 0,046 miglia

Questa è una stima piuttosto generosa fatta sulle statistich dell’attuale leader di battuta della Major League Baseball Troy Tulowitzki dei Colorado Rockies.

La distanza fra ciascuna base è di 90 piedi.

La somma di tutti le battute da una base, i doppi, i tripli, le basi rubate e i fuoricampo (nei quali non si corre, ma si trotterella) che Tulowitzki ha collezionato durante le 49 partite di stagione regolare giocate al momento della stesura di questo articolo, fornisce un distanza di corsa totale che arriva a poco più di 2 miglia.

Naturalmente il successo nei turni in battuta condiziona questa distanza:

ci sono atleti, meno efficaci, che possono misurare la distanza percorsa correndo, in piedi anziché in miglia.

American Football 1.25 miglia (per ricevitori e cornerbacks)

I giocatori di football americano non hanno molto tempo per correre lontano.

Secondo il Wall Street Journal, la media di tutte le gare della NFL corrisponde a solo 11 minuti di tempo effettivo di gioco.

Ricevitori e cornerbacks corrono mediamente poco più di un miglio a partita.

Che è comunque un atto di valore impressionante considerando che le difese,  11 atleti massicci e arrabbiati, cercano di farli correre il meno possibile.

Pallacanestro 2,9 miglia

La tecnologia di tracciamento d’avanguardia SportVU ha permesso allenatori ed esperti di statistica per monitorare le prestazioni dei giocatori della NBA in tempo reale.

Compresa la distanza percorsa a partita.

Anche questa è un’altra stima generosa, SportVU ha infatti preso in considerazione principalmente i migliori atleti della lega.

Il giocatore che ha corso di più durante la stagione 2014 è stato  Jimmy Butler dei Chicago Bulls con una media di 3,1 miglia a partita.

Tennis 3 miglia

La distanza percorsa dipende fortemente dallo stile di gioco e dalla la durata di una partita.

I giocatori competitivi si possono aspettare di percorrere, mescolando shuffle e sprint, quasi 5 miglia inseguendo palline.

Durante la più lunga partita di tennis, giocata a Wimbledon nel 2010, si stima che John Isner e Nicholas Mahut abbiano corso per circa 6 miglia.

Per 11 ore e 5 minuti di gioco.

Hockey su prato 5,6 miglia

Secondo Tribesports, i giocatori di hockey su prato corrono più degli atleti di quasi tutti gli altri sport:

tra attacco e difesa percorrono, infatti, quasi 10 miglia durante i 70 minuti regolamentari di una partita

Calcio 7 miglia

Un grande campo, una palla in rapido movimento, sostituzioni molto rare.

Per questo motivo i calciatori possono aspettarsi di correre per alti chilometraggi durante i 90 minuti di una partita.

I centrocampisti tendono a correre di più, raggiungendo, a volte, quasi le 9,5 miglia di percorrenza.

Kit Fox