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Pomeriggio alle giostre

Complice questa stagione in cui si gioca, davvero, poco (la mia squadra tra campionato e coppa arriverà, salvo imprevisti a non più di 20/25  partite…) sono riuscito a tornare a vedere, dopo molto tempo, una partita di baseball giovanile

Come ho detto molte volte, rubando a qualcun altro, è difficile non essere romantici con questo gioco:

i colori sono semplicemente splendidi, tutto brilla sotto un bellissimo sole d’aprile.

Non manca nulla:

c’è il verde dell’erba, il carminio della terra, il bianco, il blù, il rosso delle divise dei ragazzi, l’azzurro del cielo.

La giornata è di quelle da ricordare:

bimbi sorridenti, genitori rilassati, cielo, sole, caldo e, poi, bibite e gelati… Insomma una festa.

Durante il pre-game, anche se chiamarlo pre-game è molto, ma molto, pretenzioso, i sorrisi continuano.

Il clima è giusto e positivo.

C’è qualche palla che se ne vola in giro per l’aria ma tutto sommato tutto è perfettamente sotto controllo.

Poi le squadre scendono in campo, l’arbitro chiama: “play-ball” e…

Qui cominciano i guai.

Quello che era un iniziato pomeriggio di gioco per bambini (e bambine…) diventa… Qualcos’altro.

Sono consapevole di essere molto sensibile sull’argomento e non voglio, per carità, annoiare nessuno con una tirata sul mio pensiero intorno a quello che dovrebbe essere (ma che, purtroppo, non è) il baseball giocato dai bambini.

Quindi mi limito a riportare alcune frasi.

Davvero un piccolo campionario, garantisco, rispetto al volume totale di quelle sentite dire dagli ADULTI impegnati a dirigere (il verbo è utilizzato volutamente) le squadre:

“Quella era buona” – aggiungendo – “me la devi battere”;

“gira solo quelle buone”;

“arbitro era out (oppure salvo, oppure strike…)”;

“te l’ho detto mille volte di non girare quella palla”;

“te l’ho detto mille volte di girare quella palla”;

“ma dove tiri?”;

“concentrati”;

“allora lo fai apposta”;

“falla arrivare sul piatto (nella doppia valenza attacco/difesa, quindi riferita sia al proprio lanciatore che al proprio battitore)”;

“se c’è il segnale di rubata tu devi coprirla”;

“hai sbagliato”;

“ma che combini? Perché hai corso?”

“ma che combini? Perché non hai corso?”

Ho omesso, per comodità, tutti i punti esclamativi.

Potrei continuare.

Ho sentito solo urla, rimproveri, sottolineature (peraltro ovvie) su errori o mancanze.

Non ho sentito che pochissimi (chi mi conosce sa che li ho contati…) “bravo” o analoghi incoraggiamenti.

Non ho sentito un solo encomio, nemmeno uno, per averci provato, per aver preso una decisione, per aver pensato con la propria testa.

L’ho già detto, non voglio, entrare nel merito.

Non voglio, l’ho già detto, giudicare nessuno.

Me ne sono andato presto, pensando che, forse, quel gioco li, quel baseball li, oltre a non essere il MIO baseball non è nemmeno un gioco da bambini.

La terra di nessuno

Parlavo, l’altra sera, durante la partita serale, nelle pause tra un inning e l’altro, con un arbitro.

Poche parole, scambiate in fretta, giusto un modo per scaricare tensione e allontanare, per un attimo le difficoltà della partita.

L’argomento era di quelli profondi e impegnativi:

in piccole sequenze di 30 secondi ci siamo, entrambi, trovati d’accordo su quanto, almeno nel softball, il regolamento SIA parte VIVA e ATTIVA del gioco.

Su quanto tecnica e tattica debbano tener presente le REGOLE e adattare a esse gesti, tempi, ritmi, atteggiamenti e decisioni.

Tutto è nato da una situazione banale:

un pop-fly in zona foul.

Forse era destinata a uscire fuori dalla recinzione nei pressi della terza base.

Quella la battuta ha comunque catalizzato le “attenzioni” dei difensori, partiti a spron battuto per prendere la palla al volo.

Io ero all’interno del dugout di terza base visto che la mia squadra era quella schierata in difesa.

Abbastanza sorprendentemente, ho visto il suggeritore avversario precipitarsi dentro il suddetto dugout per laciare spazio ai difensori.

Lo ripeto, il suggeritore di terza base, per non ostacolare i difensori avversari che tentavano di eliminare un suo giocatore, è addirittura entrato nel dugout.

La mia sorpresa è motivata dal fatto che questa cosa non la vedo succedere, praticamente, mai.

Anzi…

Ogni qualvolta c’è una battuta verso le zone dei box del suggeritore assito, con sgomento, a un solo tipo di comportamento, che credo sia lo standard:

il suggeritore assume prima l’aria sorpresa, poi distoglie lo sguardo e, forte delle righe che delimitano il suo territorio di competenza, i suoi occhi si perdono nel vuoto.

“Che sia il difensore a scansarmi se vuol prendere la palla”

Dice con il suo linguaggio del corpo

“Io sono nel mio box, a casa mia, e non devo di certo agevolare la presa”.

Mi sbaglio?

È capitato di vederlo solo a me?

Sono certo che è un comportamento standard, ma se venisse fuori che mi sbaglio sarei ben contento di scoprirlo.

Il fatto è che, il regolamento parla chiaro:

la Regola 8, sezione 2, al punto k recita:

“Il battitore/corridore è eliminato quando un componente della squadra in battuta che non sia il battitore, il battitore-corridore, il corridore o prossimo battitore, interferisce con un difensore che sta cercando di prendere una volata sopra il territorio foul, o con una volata sopra il territorio foul che un difensore sta cercando di prendere.”

Siccome sono uno scocciatore ho chiesto lumi dopo la partita a un ufficiale di gara che mi ha spiegato la regola con parole sue, usando un paio di eufemismi:

“il suggeritore deve, letteralmente, togliersi dai piedi!

Stare fermi nel proprio box non conta, se impedisce la presa al volo.

Non viene nemmeno preso in considerazione se ci fosse intenzionalità o meno nell’interferire con la presa.

Il battitore è out.

Punto”.

Visto che le cose stanno così spero di non vedere più suggeritori che, con lo sguardo perso verso l’orizzonte, fanno finta di non vedere la palla mentre, circospetti, si aggirano per il proprio box…

La coppa del nonno

Quando ero piccolo, la “Coppa del Nonno” era un gelato, prodotto da una nota casa dolciaria.

Quando ero piccolo, “vincere la Coppa del Nonno” era un modo di dire.

Noi ragazzi lo tiravamo fuori quando, giocando a qualsiasi cosa, il vincitore si lasciava trascinare in eccessivi e ridondanti festeggiamenti.

La partita di pallone/baseball/pallacanestro/palla prigioniera che si giocava per strada era importantissima.

Valeva come una finale del campionato mondiale (anzi, a dire il vero, lo era, una finale del campionato del mondo).

Ne andava dell’onore di ciascuno di noi ma, invariabilmente, non era consentito al vincitore prendersi troppo sul serio.

Ecco che bastava una infelice e nemmeno troppo prosaica autogratificazione che, immancabile, partiva il ritornello:

“capirai, hai vinto la Coppa del Nonno, hai vinto…”

Adesso non sono più un bambino e la “Coppa del Nonno” non è uno dei miei gelati preferiti, anche se ancora si vende.

Ma guardando quello che succede nello sport in generale e nel MIO sport in particolare mi accorgo che…

Insieme a tanti giocatori e giocatrici che sognano “in grande” .

Che si allenano pensando alla medaglia olimpica o per giocare, davvero, la finale del campionato del mondo, convivono anche tantissimi “cacciatori della Coppa del Nonno”.

Qualcuno mi fa tenerezza, qualcuno meno.

Li riconosci facilmente, prima di tutto sono “cercatori (cercatrici) di scorciatoie”:

cambiano squadra ogni anno, più o meno, alla ricerca di quella messa su apposta per vincere qualcosa.

Generalmente un campionato minore, un torneo di seconda fascia, qualche partita contro avversari più deboli o più inesperti o tutt’e due le cose insieme.

Oppure “vendono” i propri servigi a squadre in difficoltà-

Squadre disposte a tollerare le croniche assenze agli allenamenti e le bizze da superstar in cambio di una supposta “competenza tecnica” spesso più millantata che realmente posseduta.

Questi pseudo-atleti prosperano nei campetti di periferia, nei tornei per amatori, nelle “partitelle amichevoli”.

Evitano accuratamente le occasioni in cui la loro “indiscussa superiorità” possa essere messa, appunto, in discussione.

A raccontarli cosi si potrebbe pensare a “vecchie glorie” in cerca di gratificazioni.

Purtroppo non è così…

Spesso, spessissimo, sono invece giocatori e giocatrici giovani, nel pieno della maturità atletica (a volte anche più giovani…).

Talentuosi quanto basta.

Potrebbero, mettendosi in gioco e lavorando seriamente, aspirare a recitare una parte da protagonisti in campionati, tornei e squadre di alto, altissimo livello.

Invece, scegliendo la strada facile, vivacchiano, quando va bene, “nella serie inferiore”.

Mentre scrivo queste righe ascolto i rumori delle ragazze, stanche, che provano a dormire in una palestra affollata alla fine della prima giornata dell’ennesimo torneo.

Loro sono sognatrici, loro sanno che per raggiungere i sogni bisogna impegnarsi seriamente e che il talento, da solo, non basta.

Hanno giocato, sputando l’anima per un trofeo da nulla, mangiando poco e male, sbucciandosi gomiti e ginocchia per strappare un out, un punto, una presa.

Prima di arrivare a questo Torneo pre-campionato si  sono allenate, praticamente ogni giorno.

Rubando a scuola, lavoro, famiglia e vita attimi preziosi per prendere, tirare, battere ancora una palla e poi ancora una.

Alcune di loro giocheranno forse in Nazionale, forse alle Olimpiadi, forse vinceranno campionati e scudetti.

Molte di loro, in ogni squadra ce ne sono, non sono così brave e il softball, tra qualche anno, non sarà più tra le loro priorità.

Ma ognuna di loro, ogni singola giocatrice che domani giocherà “l’ennesima partita”, merita il rispetto che solo chi fa sport sul serio capisce e dispensa.

Per gli altri invece, per i “cacciatori di trofei” resta solo la “Coppa del Nonno”.

Senza speranza

Ieri, in tarda serata, mentre mi godevo l’assopimento che di solito mi provoca Facebook, una bomba è esplosa sulla timeline:

“il riscaldamento del baseball è noioso”.

Non mi sono fatto pregare e qui di seguito è possibile vedere lo screenshot della conversazione.

Naturalmente il post è una boutade e una simpatica provocazione ma mi chiedo:

davvero, la percezione degli “addetti ai lavori” è che il riscaldamento, pre-allenamento o pre-gara che dir si voglia, sia noioso?

Certo che, se per riscaldamento intendiamo quella “solita routine” che si vede in giro per i campi da gioco, fatta di:

  • due giri di campo, due,
  • un po’ di stretching,
  • qualche esercizietto di ginnastica,
  • un paio di allunghi (qualsiasi cosa siano…),
  • un po’ di palleggio,

non posso che sottoscrivere che il riscaldamento sia noioso.

Teribilmente noioso.

Implacabilmente noioso.

Ben vengano le lezioni di storia contemporanea in questo grigiore che altro che gli “anni di piombo”

Forse, dico forse, badate bene, se cominciassimo a rendere il riscaldamento:

  • interessante,
  • stimolante,
  • per niente scontato,
  • per niente ripetitivo e abitudinario,
  • competitivo,
  • ad alto tasso di contenuti,
  • parte integrante dell’allenamento,

allora atlete e atleti non avrebbero il tempo per annoiarsi e per parlare di facezie ma sarebbero costretti, da subito, a “entrare” nel clima dell’allenamento o della partita.

Certo è complicato, lo capisco.

Occorre che l’allenatore sia presente da subito.

Che abbia preparato e strutturato le attività e che sappia esattamente cosa “succederà dopo” per dirigere gli atleti in quella direzione.

Che non dia tregua e non conceda quartiere, che tenga ritmo e attenzione a livelli consoni.

Qual’è la ricetta allora? Cosa fare? Come organizzare le attività che precedono il “core” dell’allenamento.

Proprio perché non dovrebbe essere mai scontato e ripetitivo non c’è, a mio parere, una ricetta perfetta.

Gli ingredienti che, mescolando sapientemente gioco, competizione e tecnica dovrebbero essere patrimonio individuale di ogni coach.

Chi segue SOFTBALL INSIDE sa come la penso:

perché un atleta dovrebbe aver voglia di venire ad allenarsi se sa già cosa succederà, immancabilmente, durante il tempo che trascorrerà sul campo?

Già! Perché un atleta dovrebbe “concentrarsi” per fare cose che conosce così bene da poterle fare a occhi chiusi?

Perché un atleta non dovrebbe parlare d’altro mentre fa cose che reputa “una scocciatura” di cui liberarsi in fretta?

La domanda che, da bravi coach, dovremmo far echeggiare nelle loro menti, nel tragitto verso il campo è, secondo me:

“che sa cosa succederà oggi al campo?”

Poi fare in modo che quello che succede sia davvero sorprendente e inaspettato.

Ogni Maledetto Centimetro

Scommetto che la citazione che segue sarà familiare ai più:

“possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta.

E scopri che la vita è un gioco di centimetri. E così è il football.

Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine d’errore è ridottissimo. Capitelo.

Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate.

Mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa.

Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto.

Sono intorno a noi, ci sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.

In questa squadra si combatte per un centimetro.

In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi, per un centimetro.

Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro.

Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire.”

Scommetto che oltre a riconoscere le parole che Al Pacino pronuncia, nel suo DISCORSO ALLA SQUADRA in “Ogni Maledetta Domenica” (uno dei più bei film sul football che abbia mai visto) molti di noi le hanno copiate/imitate/parafrasate negli innumerevoli “pipponi” (per l’esatta definizione del termine “pippone” date un’occhiata qui) propinati alle nostre squadre di ogni fascia e categoria.

Ma non di “pipponi” però voglio parlare, ma dei centimetri che spesso, emuli di Al Pacino, chiediamo di “cercare in giro” ai nostri corridori.

Appurato che molte eliminazioni in prima base sono “molto strette”.

Egualmente appurato che, a ben guardare, questa “strettezza” è quantificabile in una misura abbondantemente sotto il metro (100 centimetri…).

Eccoci alla ricerca di magici esercizi che mettano a punto partenze più veloci dal box, traiettorie millimetriche e tecnica di corsa degna, quantomeno, del Signor Usain Bolt.

Fermo restando che quanto detto sopra deve essere studiato e allenato vorrei richiamare l’attenzione su un fatto molto semplice.

(Andando a braccio, senza esagerare in precisione… scherzo! L’ho fatto con molta precisione, invece…)

Il fatto è che misurando con un semplice righello il disegno, naturalmente in scala, del diamante da softball si scopre che la distanza da percorrere per raggiungere il bordo anteriore del cuscino di prima base (quello arancione riservato al corridore) è di almeno 170/180 cm più corta se si parte dal box di battuta “mancino”.

Questa distanza varia, naturalmente, al variare della posizione che il battitore assume nel box,

Sostanzialmente, però, l’ordine di grandezza è questo, non proprio 2 mt (200 centimetri…) ma, quasi…

Ripeto:

non proprio 2 mt (200 centimetri…) ma, quasi…

Provare per credere! Basta un semplice righello.

Se fossi in vena di “pipponi” potrei attaccare con la mia solita tiritera.

Quella sul perché sarebbe molto saggio fare in modo che i nostri battitori fossero capaci di usare ANCHE il box di sinistra.

Ma, per questa volta mi limiterò a ricordare che far battere i battitori da entrambi i lati del piatto:

  • li aiuta a sviluppare le proprie capacità e abilità motorie,
  • non li limita nella loro esplorazione e scoperta di quello che gli è più consono e facile,
  • “riequilibra”, almeno parzialmente, i danni da eccessiva lateralizzazione (che ci piaccia o no baseball e softball sono discipline monolaterali),
  • aggiunge un’arma in più all’arsenale di squadra…

Ma, sopratutto (non bastasse questo) li fa partire molto, davvero molto, più vicini (almeno 170/180 centimetri) alla prima base.

Cerchiamo quindi di essere coerenti:

anche se ci piace da morire la drammaticità del discorso di “Ogni Maledetta Domenica”  (anche se speriamo che nessun dei nostri atleti abbia visto il film).

Smettiamo di chiedere ai nostri battitori di “spremere” qualche centimetro in più quando, abitualmente, gliene rubiamo molti, ma molti, di più.

Mamma, vado al baseball!

Se vi capita, provate ad ascoltare i bambini quando parlano del loro sport.

Quello che dicono quando parlano tra loro è, spesso:

“oggi vado al baseball” oppure “oggi vado in piscina” oppure, ancora, “oggi vado a calcio”.

Raramente, anzi, quasi mai li sentirete dire :

“oggi vado all’allenamento”.

Le parole sono importanti! In questo caso lo sono ancora di più:

quando dicono di “voler andare a fare uno sport” raccontano esattamente quello che VOGLIONO realmente fare.

NON vogliono allenarsi, vogliono FARE quello sport, che per loro è, per fortuna, ancora un gioco.

L’allenamento, quello verrà dopo.

Credo che questa distinzione sia cruciale:

I bambini, fino che sono bambini e, forse per un po’, anche quando bambini non sono più, non si devono allenare, non ancora.

Quei bambini devono giocare e, giocando, appassionarsi e imparare a giocare quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”.

Devono giocare e, giocando, sviluppare le proprie capacità (motorie e cognitive) che gli permettano di imparare a risolvere i problemi posti da quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”

Provo a spiegarmi:

visto che l’allenamento è, o dovrebbe essere:

“un processo pedagogico-educativo complesso.

Che si concretizza con l’organizzazione dell’esercizio fisico ripetuto in quantità ed intensità tali da produrre carichi progressivamente crescenti.

Per stimolare i processi fisiologici di supercompensazione, migliorare le capacità fisiche, psichiche, tecniche e tattiche dell’atleta.

Al fine di esaltarne e consolidarne il rendimento in gara”.

(La definizione è del prof. Carlo Vittori).

Per potersi allenare i nostri bambini dovrebbero quantomeno smettere di essere bambini e, poi possedere tecniche stabilizzate che possano, in concreto essere allenate.

Di fatto, prima di iniziare ad allenarsi, devono imparare.

Per imparare devono capire, apprendere, esplorare, sbagliare, dimenticare, apprendere di nuovo, elaborare, ancora elaborare e poi di nuovo sbagliare, imparare di nuovo, aggiustare, sistemare, organizzare e riorganizzare…

Non è una mia opinione sia chiaro, è una CERTEZZA SCIENTIFICA:

l’apprendimento motorio funziona così, solo così, senza scorciatoie (almeno fino a quando altre evidenze scientifiche ci diranno il contrario…).

Purtroppo quello che invece chiediamo ai nostri bambini non è di imparare ma di allenarsi, non di fare esperienze e apprendere da quelle, ma di “fidarsi” delle nostre:

gli “insegniamo” quelle poche risposte standard indispensabili per poter giocare una partita di baseball (il tiro, sempre lo stesso, la battuta, sempre la stessa, la presa, sempre la stessa…) e poi glieli facciamo ripetere all’infinito.

Senza nessuna variazione.

Nessuna possibilità di interpretazione diversa.

Elinando ogni modalità di esplorazione.

Senza dargli modo di sbagliare, adattarsi, correggersi, trasformare.

Quello che è peggio senza dargli nessuna possibilità di scegliere.

Di trovare la propria soluzione, la propria risposta al “problema baseball”

In definitiva negandogli la possibilità di “trovare da soli il proprio posto nel mondo”.

Non ce ne accorgiamo ma le partite le vinciamo grazie a quelli che si sottraggono a questo ADDESTRAMENTO e che, autonomamente sono capaci di INVENTARE risposte a quelle situazioni che il gioco propone.

Li chiamiamo “talenti”, ma dovremo chiamarli “ribelli”, perché sono gli unici che rifiutano di sottostare al nostro trattarli come “animali da circo” e non si siedono a comando.

Avercene di talenti…

Ma IL problema vero, però, sono gli altri, invece:

quelli che imparano gli esercizi come gli chiediamo noi.

Che, però, si vedono costantemente superati dai “talenti” e che, prima o poi, lasceranno perdere.

Cambieranno aria, stanchi di un gioco dove “ci si allena tanto, ma non si gioca mai”.

Come sempre non credo di avere tutte le risposte e diffido delle ricette buone per tutti.

Credo che, anche solo per vedere come va a finire, una volta tanto sarebbe meglio lasciarli “venire al baseball” invece che a “fare allenamento”.

All’incirca e pressappoco

Che, nel vocabolario, sono sinonimi.

Il PRESSAPPOCHISMO è, sempre da vocabolario:

“la tendenza, l’atteggiamento tipico di chi, nel lavoro o in qualsiasi altra attività, si accontenta dell’approssimazione.

Senza preoccuparsi affatto dell’esattezza e della precisione”.

(Fonte vocabolario online Treccani).

Baseball e softball sono, lo sento ripetere da sempre e lo sappiamo bene, sport di numeri, di statistiche esatte e precise.

Sport nei quali, per la loro natura di essere misurabili e analizzabili, non ci dovrebbe essere spazio per il CIRCA e il PRESSAPPOCO.

Eppure…

Eppure tutti noi, nessuno escluso, abbiamo detto (e continuiamo a dire…) cose del tipo:

“facciamo UN PO’ di stretching” poi “ fate QUALCHE giro di campo”.

Oppure , “adesso UN PO’ di corsa, poi UN PO’ di battute”o anche“riscaldiamo UN PO’ il braccio”…

O PRESSAPPOCO così.

Potrei continuare… Purtroppo potrei continuare…

Di sicuro la mia formazione culturale e professionale mi impedisce di affrontare un qualsiasi argomento senza conoscerne le basi e i fondamenti.

Di sicuro prima di parlare cerco di capire e se c’è qualcosa che non conosco cerco di informarmi.

Fortunatamente non sono il solo.

Conosco persone che, quando devono cambiare lo smartphone, l’auto, un nuovo elettrodomestico oppure scegliere il luogo per una vacanza, diventano “esperti di caratura mondiale” su quello specifico argomento:

fanno ricerche sul web, leggono libri e riviste, fanno domande, si fanno domande…

Cercano di capire e, immancabilmente, fanno scelte oculate e soddisfacenti, scelte che dimostrano capacità di imparare anche in ambiti che non sono loro consoni o abituali.

Spesso, purtroppo troppo spesso, quello stesso rigore, quelle stesse persone, non lo applicano, però, al baseball e al softball.

Mi sono trovato in discussioni con colleghi allenatori di baseball e softball e ho, amaramente, constatato che il nostro modo di fare le cose è diverso da quello che fanno GLI ALTRI.

Poi mi sono trovato in discussioni con colleghi allenatori di altri sport e ho dovuto, amaramente, constatare che GLI ALTRI ci vedono come dei “simpatici e pittoreschi dilettanti”.

Non come gli esperti preparatori di atleti che invece diciamo di essere.

Il problema, credo, è che questa immagine che diamo è vera. Assolutamente vera. Tristemente vera.

Purtroppo la scienza dello sport è assente ingiustificata dai nostri campi.

Non sappiamo, non conosciamo, non studiamo…

Certo, sappiamo tutto sulla battuta o sul lancio.

Ci facciamo, però, domande su come si allenano o come si dovrebbero allenare, veramente, queste abilità?

Parliamo di errori e correzioni, ma sappiamo davvero su come e cosa si deve (o non si deve) correggere?

Facciamo le stesse cose, le stesse identiche cose sia che i nostri atleti siano dodicenni o trentenni.

Ma ci poniamo domande sul “come funziona” e sul come apprende, veramente, un essere umano?

Sappiamo cosa porta al campo i nostri atleti e come sostenere la loro motivazione?

Abbiamo un idea di quanti danni (che gli atleti scopriranno e pagheranno più avanti, quando non giocheranno più) rischiamo di provocare sbagliando esercizi, carichi, modalità, intensità e tempi dell’allenamento?

Siamo certi che “allenare” sia la parola giusta quando lavoriamo con bambini e adolescenti?

Siamo consapevoli, sempre e comunque, di cosa stiamo, realmente, facendo?

Oppure ne siamo PRESSAPPOCO consapevoli?

Secondo me, l’ho già detto e ripetuto così tante volte da risultare pedante e antipatico, la strada per cambiare la visione che GLI ALTRI hanno di noi è solo e soltanto una:

quella della professionalità, quella della conoscenza, quella della competenza.

Una volta per tutte dovremo trovare il modo di rappresentarci come SCIENZIATI e STUDIOSI dei nostri sport:

SCIENZIATI alla ricerca di conferme.

Pronti a diffidare dei sentito dire.

Ancora più pronti a mettere alla prova tutte le certezze acquisite e a superare le convenzioni se queste si dimostrano prive di rigore e fondamento scientifico.

STUDIOSI disposti ad analizzare ogni aspetto, ogni particolare, ogni più piccola inezia per acquisire conoscenza da mettere a disposizione degli atleti.

Insomma allenatori disposti a studiare e sviluppare, appunto, la SCIENZA DEL BASEBALL E DEL SOFTBALL.

Scienza che, sono convinto, non è fatta e non può essere fatta di “un PO’ di questo e un PO’ di quello”.

Il tutto, anche, per farci sedere allo stesso tavolo di quelli che, continuando a essere quelli dell’ALL’INCIRCA E PRESSAPPOCO, ci considerano allenatori “per finta”.

Campioni senza valore

Questa volta è un invito alla lettura.

Il libro si intitola “Campioni senza valore”, è stato scritto dal Prof. Alessandro Donati ed è edito dai tipi di Ponte alle Grazie, nel lontano 1989.

Donati è un allenatore di atletica leggera e, ricercando sul web, il suo nome si incrocia con quello del marciatore Alex Schwazer ( e qualsiasi opinione si abbia sul “caso Schwarzer”… Dopo la lettura del libro…).

Sappiate che il volume in questione è pressoché introvabile:

poche settimane dopo la sua pubblicazione è sparito misteriosamente e non certo per volere di Donati.

Fortunatamente alcuni appassionati sono riusciti a recuperare una copia, pubblicandola sul web.

Lo stesso Donati racconta che la copia di “Campioni senza valore” in suo possesso l’ha ottenuta scaricandola da internet (questo il link…)

Il libro parla di atletica, di doping, di sport, di scienza, di pseudoscienza, di interessi economici , di dignità e di valori.

Il libro fa nomi e cognomi, riporta fatti, punta il dito sul doping e  lo condanna, senza se e senza ma.

MI chiederete:

cosa c’entra con il baseball e il softball?

Forse poco, anzi, a dire il vero, spero nulla, ma la mia anima di sportivo freme.

Credo che l’argomento sia, o debba diventare, oggetto di studio per chi, professionalmente o meno, si occupa di “allenare”.

Non è possibile girare la testa e sperare che l’argomento “non ci tocchi”.

credo che una delle caratteristiche più letali del doping sia la falsa convinzione che, dopotutto, possa essere “un problema degli altri”.

Vi avviso che è un libro tosto, che non fa sconti. Come dovrebbe essere quando si parla di sport (ma non solo…).

Vi invito a leggerlo, io l’ho fatto… Tutto d’un fiato.

 

 

Ritorno al futuro

Un giorno qualsiasi, nel futuro… O forse era oggi?

“I bambini di oggi non sono coordinati”.

“Quando ero piccolo io si andava fuori a giocare per strada e i ragazzi erano agilissimi”.

“PRIMA gli atleti (le atlete) erano più…“  (aggiungere quello che volete al posto dei puntini: forti, motivati, capaci ecc…).

Alzi la mano chi non a mai sentito almeno una di queste frasi.

Almeno una volta.

Sia che si fosse in un campo di baseball o in una palestra, a un corso per allenatori o a una Convention.

O ancora a un aggiornamento tecnico o fuori dal bar del campo.

Purtroppo sono frase che io sento e ho sentito ripetere spesso.

Sarebbe facile rispondere e smentire con il buon senso ognuna di esse ma credo che invece, debbano essere ascoltate e comprese per quello che dicono e rappresentano:

oltre a esser luoghi comuni sono, a mio parere, una richiesta d’aiuto.

Non solo, sono anche una dichiarazione d’impotenza che, più o meno, possono essere riassunti così:

“i tempi sono cambiati, i ragazzi e le ragazze che vengono a giocare a baseball e a softball non sono COME quelli che ho allenato fino ieri.

Io che li devo allenare, gestire, formare e aiutare ad appassionarsi al gioco non li capisco e loro non capiscono me.

Hanno difficoltà motorie e di apprendimento.

Non sono attenti e le mie proposte e tutto quello che fino a ieri andava benissimo adesso non funzionano più…”

Scherzosamente, dico sempre a chi ha nostalgia del passato che, procurandosi un lungo cavo elettrico e un campanile.

Oltre a un gancio metallico e sperando in una notte di fulmini e temporale, dopo aver acquistato una DE LOREAN (per chi è interessato, qui c’è il sito web…) naturalente.

Con tutto ciò  a disposizione può provare, raggiungendo le fatidiche 88 miglia orarie, a fare un salto indietro nel tempo.

Giusto per vedere se riesce a ritrovare quei bambini “selvatici” che tutto sapevano fare, e quegli splendidi atleti (e atlete) le cui gesta fanno parte della mitologia dei nostri sport.

(il film di cui parlo, per i tre o quattro che non l’avessoro capito è “Ritorno al Futuro …)

Sarebbe bello? Forse…

Ma credo che sarebbe meglio prendere atto della situazione e provare a capire se è possibile risolvere il problema.

Prima di tutto io penso che non sia vero, o che lo sia solo in parte, che i bambini e gli atleti del passato erano migliori.

Erano diversi, magari più “coordinati” (dovremo discutere sul reale significato della parola…) magari più appassionati, magari più “disponibili”.

Questo vuol dire migliori?

Se i bambini del passato erano coordinati e se i nostri giovani non lo sono, allora, banalmente, coordiniamoli…

Se non sono appassionati, allora appassioniamoli…

Non è che non abbiamo i mezzi e le possibilità, nemmeno ci mancano le capacità.

Forse è venuta a mancare la voglia.

I ragazzi di oggi ci chiedono passione, dedizione, attenzione, tutte cose che siamo, lo so per certo, capaci di dare, come singoli e come movimento.

Allora cosa si è guastato? Cosa non funziona più? Cosa ci fa solo guardare indietro e rimpiangere il passato, che, è bene ricordarlo, non c’è più?

Perché siamo caduti, anche noi, vittime del nostro EGO e diventati cacciatori di facili vittorie?

Quando e come abbiamo smesso di cercare soluzioni a problemi difficili?

Perché siamo diventati campioni nel piangerci addosso?

Com’è che non vediamo che adesso abbiamo impianti, materiali, informazioni, conoscenze che prima non avevamo?

Perché vogliamo, a tutti i costi, scimmiottare sport da noi più popolari o metodiche che funzionano solo dove il nostri sport sono conosciuti, praticati e radicati?

Forse, dico forse, l’alternativa al viaggio nel tempo è prendere atto della realtà e provare, animati dal fuoco sacro della passione, a cercare una strada che (ri)porti il baseball e il softball ai fasti (o presunti tali) del passato.

Non ho la presunzione di conoscere tutte le risposte, ma credo fermamente che la nostalgia e “tornare al futuro” non sia quella strada.

Giacomino e Giacomina

Nel corso del tempo ho pubblicato su SOFTBALL INSIDE alcuni interventi (“Specializzazione Precoce? No, grazie!”, “Multilaterale e Polivalente: l’allenamento che funziona”, “Fuss, Sietz, Platz”, “Da cosa nasce cosa”…) che, lungi dall’essere solo mie opinioni personali, hanno portato dati scientifici e risultati di ricerche a favore della seguente affermazione:

“la specializzazione precoce NON GARANTISCE il raggiungimento di risultati di eccellenza in età adulta”.

In un altro articolo (questo il link) ho cercato di portare l’attenzione su una tendenza, anche questa supportata dal risultato di serie ricerche scientifiche, che descrive come, in età giovanile, molti atleti d’élite abbiano praticato anche altri sport, oltre a quello in cui eccellono.

Da tempo il baseball e il softball italiano sono alla ricerca di modalità che permettano di “giocare tutto l’anno” e si ritiene che questa sia la soluzione al fenomeno dell’abbandono:

ecco che fioriscono tornei e leghe invernali che impegnano i più giovani praticanti anche nella stagione in cui il baseball “dei grandi” non si gioca.

Leggo poi, in questo periodo di “campagna elettorale”, una serie di proposte che, nel tentativo di risolvere il problema del basso numero di praticanti, ipotizzano di portare lo sport nella scuola dell’infanzia, allo scopo di anticipare il reclutamento.

Conosco allenatori che coinvolgono giocatori e giocatrici di categoria ragazzi/e in allenamenti (purtroppo assolutamente ripetitivi, specializzanti e per nulla multilaterali) che durano anche 3 ore consecutive anche 4/5 volte la settimana.

Questa tendenza è, ancora purtroppo, mutuata da quello che succede in quasi tutti gli altri sport e discipline.

Di fatto, nonostante le evidenze scientifiche, lo sport, in Italia, sta andando in una direzione, quella della specializzazione precoce e della pratica del mono sport, che nelle intenzioni dovrebbe garantire, nell’ordine:

alto numero di praticanti, riduzione dell’abbandono, raggiungimento di risultati sportivi di eccellenza e aumento degli appassionati.

Ma… Siamo sicuri che questo succeda?

Siamo sicuri che questa ricetta stia effettivamente aumentando il numero di praticanti e combattendo il drop-out?

Davero, siamo sicuri che con questa strategia i futuri campioni riusciranno, davvero, a emergere?

Credo che chiunque abbia avuto esperienze nella scuola primaria si sarà accorto che, in ogni classe, i bambini (e le bambine…) “più portati” per il baseball siano quelli che praticano altri sport (calcio, basket, pallavolo…).

Questo non fa scattare nessun campanello nella testa? Non suscita nessuna domanda?

Ripeto, la scienza parla chiaro:

la pratica di sport multipli aumenta la possibilità che l’atleta, una volta superata l’adolescenza, possa mettere a frutto il proprio patrimonio genetico ed eccellere in uno sport particolare.

E allora, siamo davvero sicuri che, per i bambini e le bambine, giocare a baseball e solo a baseball tutto l’anno, sia davvero la cosa più giusta da fare?

Non è che in questo modo l’ipotetico Giacomino e l’ipotetica Giacomina rischiano di ANNOIARSI e finiscano per cercare altrove quelle ESPERIENZE diverse che la monolitica pratica di un solo spot non gli garantisce?

Mi capita spesso di pensare a questi due “modelli di giovane atleta” che, se hanno la (s)ventura di imbattersi nel baseball e nel softball, saranno condannati ad anni di allenamenti ripetitivi e noiosi, di interminabili partite giocando, se va bene, come “esterno destro, ultimo in battuta”, di estati a “pascolare” nel campo esterno mentre si fa il “batting practice”

Non sarebbe meglio, per Giacomino e Giacomina, praticare due o tre o quattro sport diversi, magari in periodi diversi dell’anno, partecipando a competizioni adeguate alla loro età e con avversari di pari dignità e capacità, magari sottoponendosi ad allenamenti che li aiutino a crescere come bambini e non come “giocatori in miniatura”, curando e tutelando il loro sviluppo armonico e occupandosi, non legandola alla “Dea della vittoria”, della loro felicità?

Probabilmente sarò un sognatore ma vorrei, una volta tanto, sentire parlare di polisportività, di Giacomini e Giacomine che, anche se sono “tesserati” per una società di baseball, giocano anche a pallavolo, calcio, rugby, basket, lacrosse… Partecipando a competizioni in ognuno di questi sport, accompagnati da allenatori che li affiancano nel loro percorso, aiutandoli a scegliere, in base alle loro capacità, attitudini e passioni, lo sport in cui, da grandi, potranno eccellere.

Vista la situazione dell’avviamento e della gestione dello sport nel nostro paese, che non gli concede dignità all’interno del sistema scolastico, credo che la strada che possa portare lo sport, si badi bene, non solo il baseball, nel futuro, debba essere, obbligatoriamente quella di società sportive sempre più polisportive, che permettano una pratica sempre più diversificata e generalista.

D’altra parte, come ripeto, purtroppo, da tempo, le modalità e le strategie che abbiamo seguito fino ad ora non hanno certo portato a risultati, sia quantitativi che qualitativi, di rilievo.

Forse è il caso di cambiare, no?