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Turni di battuta di qualità

Turni di battuta di qualità, in inglese si screve “Quality At Bat”.

Abbreviato in QAB.

Rubo la foto di apertura dal profilo facebook di Coach Tony Foti.

Tony, oltre che un amico è il pitching coach di MT State University (NCAA Softball Division 1) e Head Coach della Nazionale Greca seniores di softball.

Rubo oltre alla foto anche la definizione di “Quality At Bat”.

Viene fuori che è possibile, naturalmente rispettando i parametri, “dare un contributo agli obiettivi di squadra”,  anche non battendo valido.

Si fa “qualità”, quindi,anche anche non battendo un fuoricampo, anche concludendo il turno con una eliminazione.

Sembra un paradosso, ma non lo è.

Basta guardare come, giocando per MTSU, è possibile ottenere un QAB:

 

facendo un contatto “duro”;

pensando prima alla “famiglia”… (Un turno di sacrificio, quindi…);

facendosi colpire dalla lanciatrice avversaria;

guadagnando una base per ball;

costringendo il pitcher avversario a fare almeno 7 lanci;

facendo segnare un punto, non importa in che modo;

realizzando una battuta sul conto di due strikes;

facendo lanciare almeno altri 4 lanci quando si è sul conto di 0 ball e 2 strikes.

 

I criteri scelti da MTSU sono questi, ma nulla vieta di utilizzarne degli altri.

Quello che conta è che l’obiettivo dichiarato della squadra è quello di raggiungere una media QAB di 500.

Quello che conta è riuscire a “far succedere qualcosa” almeno la metà delle volte in cui si manda un battitore nel box.

A me sembra un bel modo di pensare.

Line-Up

Questo post parla di attività scolastica, di promozione, di reclutamento e, incidentalmente, di LINE-UP.

 

A volte ci chiediamo chi ce lo fa fare…

Poi arrivano i ragazzini della QUINTA A e ti consegnano i LINE*UP per la partita del pomeriggio.

Secondo incontro:

a malapena colpiscono la palla.

Spesso nemmeno riescono a tirarla dove dovrebbero.

A malapena si ricordano di toccare tutte le basi.

A malapena…

Ma i LINE-UP … I LINE-UP … Quelli sono da brividi sotto la pelle.

Due “manager”, ognuno con il suo stile:

il primo metodoco e preciso.

L’avversario più attento alla sostanza cha alla forma.

Il “manager preciso” è così anche nel gioco:

attento, prescrittivo, scrupoloso. Non consiglia, ordina agli altri cosa fare e come farlo.

Il “manager pragmatico” invece è meno rigoroso ma quando sceglie la squadra…

Non importa se maschi o femmine, se amici o meno:

lui chiama solo quelli veloci e che colpiscono bene.

Il “preciso”, scrive “in bianco e nero” e ha bisogno di ribadire l’ordine progressivo.

L’alto, il “pragmatico” scrive “in rosso” ed è meno rigoroso (tanto l’ordine è quello…).

Entrambi, per non sbagliare, si mettono al primo posto.

Tutti e due non scrivono il proprio nome, non ne hanno bisogno, loro sanno, esattamente, chi sono.

Entrambi sono “IO” nel proprio ORDINE DI BATTUTA.

Non mi viene in mente nesun altro “luogo” nella scuola oltre al BASEBALL dove un bimbo può essere soltanto “IO”.

E ancora qualcuno si chiede come si fa a non diventare romantici con questo gioco…

Una Promessa è una Promessa (quattro)

Daniele ci siamo quasi, porta ancora un po’ di pazienza…

Arrivati a questo punto e ripartendo dall’affermazione iniziale:

“i battitori non usano TUTTA la propria FORZA per battere la palla”.

Non ti vengono dei dubbi su quanto proposto, normalmente, dall’”allenamento della FORZA per i battitori” o, più in generale, dall’”allenamento dei battitori”?

Tenendo presente tutte le informazioni appare abbastanza chiaro e sicuro che esistono dei valori intermedi di FORZA e VELOCITA’, rispetto ai relativi valori massimi e minimi.

La POTENZA è, cioè, un compromesso:

È necessario mediare, ai nostri battitori servono “un po’” di FORZA e “un po’” di VELOCITA’ (quindi, in definitiva serve POTENZA).

Se l’obiettivo è sviluppare la produzione di FORZA in movimento di tipo esplosivo (FORZA rapida e FORZA esplosiva) le strade che si presentano allora sono solo due:

lavorare sull’incremento della FORZA MASSIMA (tempo di esecuzione del singolo esercizio oltre i 700 millisecondi. Carico superiore al 75% del massimale. Numero di ripetizioni possibili comprese tra 1 e 9).

Questa strategia, però, sembra produrre effetti solo quando il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA è sensibilmente inferiore al 50%.

L’altra strada è quella dell’incremento della quantità di FORZA sviluppata nel gesto tecnico.

Quindi lavorando sulla FORZA RAPIDA e sulla FORZA ESPLOSIVA con esercizi e metodi ti tipo SPECIALE e SPECIFICO.

Esercizi cioè il più vicino possibile alla tecnica sportiva e che abbiano un transfert immediato sul gesto di gara:

  • tempo di esecuzione del singolo esercizio sotto i  150 millisecondi. Carico non superiore al 25% del massimale. Numero di ripetizioni non superiori alle 15/20 per la FORZA RAPIDA.
  • Tempo di esecuzione del singolo esercizio tra i 150 e i 300 millisecondi. Carico non superiore al 45% del massimale. Numero di ripetizioni non superiori alle 10/15 per la FORZA ESPLOSIVA.

Questo non tanto perché viene sollecitato il tipo specifico di FORZA ma perché viene stimolato il gesto tecnico:

il transfert della tecnica è così elevato sulla prestazione da compensare enormemente il deficit di FORZA.

Questo, per lo meno, fino ad atleti di livello medio o medio-alto.

Tralasciando che le indicazioni sui carichi e le ripetizioni sono, volutamente, di tipo “pesistico” voglio farti una domanda, Daniele:

quali concrete indicazioni, utilizzabili per programmare l’allenamento dei battitori, vengono fuori, in maniera “FORTE e POTENTE”, da quanto detto fino ad adesso?

Provo a riassumere:

  • programmare esercitazioni che siano effettuate alla massima VELOCITA’ possibile,
  • occorre fare attenzione al peso dell’attrezzo (mazza) programmando, magari, serie e ripetizioni da effettuare con attrezzi di peso diverso da quello abituale;
  • non si può evitare di curare la tecnica esecutiva;
  • non si può trascurare un esecuzione variata “in situazione” (diversi tipi di lancio, diverse velocità della palla, diverse “location”)
  • il numero di ripetizioni deve essere tale che non ci siano scadimenti né della velocità né della qualità di esecuzione

Credo fermamente che:

il metodo migliore per allenarsi per giocare a baseball (o softball) si, davvero, giocare a baseball (o softball) .

Il miglior esercizio per allenare i battitori è BATTERE LA PALLA in movimento (esercizio di tipo SPECIFICO).

Naturalmente questa è la mia opinione e questa è la mia “ricetta”, ma credo, immodestamente, di non essere tanto lontano dal vero.

Non si pensi che il problema sia di poco conto e che, in fondo…

Se si guarda quest’ultimo grafico (è davvero l’ultimo lo giuro):

È facile osservare che, rimanendo nell’arco dei 150 millisecondi necessari allo swing, la FORZA sviluppata da un tipo di allenamento NON ORIENTATO verso la FORZA RAPIDA ed ESPLOSIVA non appare discostarsi per niente da quella espressa da un soggetto non allenato.

Daniele, avrai capito quanto “fortemente” credo che, scimmiottare la “preparazione fisica” di altre discipline o seguire in maniera acritica le “mode di palestra”, possa essere una “forte” limitazione al rendimento dei nostri giocatori.

Sono giunto, come promesso, alla fine di queste che dovevano essere solo poche parole e che sono, invece, diventate tante, forse troppe…

L’ultima cosa che mi sento di dire è:

“abbiamo (purtroppo) poco tempo! Usiamolo al meglio…”

Una Promessa è una Promessa (tre)

Eccoci qua di nuovo, Daniele.

Finora credo che siamo riusciti a mettere insieme alcuni dati, interessanti e importanti.

Dati da utilizzare per programmare l’allenamento dei battitori.

Proviamo ad andare ancora avanti.

La FORZA, o meglio, la sua espressione è condizionata e influenzata da alcune componenti strutturali e neurali.

Nel caso della FORZA VELOCE, quella che ci interessa come allenatori di baseball e softball, queste componenti sono:

  • la PERCENTUALE DI FIBRE VELOCI (maggiore è il numero di fibre veloci a disposizione maggiore sarà la possibilità di esprimere forza nell’unità di tempo);
  • la COORDINAZIONE INTRAMUSCOLARE ED INTERMUSCOLARE;
  • la FREQUENZA DI SCARICA;
  • la SINCRONIZZAZIONE;
  • il RECLUTAMENTO SPAZIALE E TEMPORALE delle fibre.

La DIMENSIONI DELLE FIBRE viene spesso classificata come ininfluente.

Volendo però approfondire l’analisi, è chiaro che il fattore ipertrofia cresce di importanza al crescere del carico da spostare.

Se si guarda attentamente si capisce che l’allenamento ha poco potere, ma non nullo, nella modificazione di molte di queste componenti che fanno parte del corredo genetico individuale rendendo, tristemente, reale il detto:

“per diventare dei campioni bisogna scegliersi bene i genitori”.

Ti sarà capitato di vedere questo grafico:

Quella che è rappresentata è la “Curva di HILL” che analizza il comportamento di una singola fibra muscolare in relazione al carico.

Di fatto il diagramma dice che:

“più una fibra muscolare si accorcia velocemente, meno forza può generare ai suoi capi. Viceversa, più una fibra genera forza, meno velocemente può accorciarsi”.

Credo sia intuitivo capire che fibre, fasci e catene muscolari non si muovono in completo accordo con la curva.

Le complessità e leinfluenze reciproche provocano modificazioni anche importanti.

Credo, però, che possiamo tranquillamente generalizzare e dire che:

“più il carico da muovere si allontana da quello massimale più esso sarà spostato velocemente”.

Non si può, cioè, avere tutto:

se vogliamo una contrazione veloce occorre limitare il carico, se si vuole spostare un grosso carico occorre pazienza perché la contrazione sarà più lenta.

Mettendo insieme la Curva di Hill e utilizzando la formula della potenza (forza in funzione della velocità) è possibile arrivare a quest’altro grafico:

Leggendo con attenzione le curve (in rosso quella della FORZA, in blù quella della potenza) è facile concludere che:

“la POTENZA massima si ottiene con una FORZA che è la metà di quella massimale e con una VELOCITA’ che è un terzo di quella massima possibile”.

Daniele, come vedi il semplice grafico della prima parte dell’articolo viene continuamente integrato da nuove informazioni.

Informazioni che ampliano la comprensione, dal punto di vista della FORZA, del gesto tecnico della battuta.

Se pensi che “sia tutta teoria” ti prego di avere ancora un po’ di pazienza.

Vorrei riflettere su una componente della battuta che, spesso, erroneamente viene trascurata:

il peso dell’attrezzo usato per colpire la palla, la mazza.

Non rappresenta un carico da spostare? Il suo peso altera l’espressione di FORZA?

Andiamo avanti…

Stabilito che per arrivare ad esprimere il picco di FORZA occorrono dei tempi che sono superiori ai 300/400 millisecondi

Stabilito anche che nel baseball e nel softball questo tempo non c’è.

Dobbiamo necessariamente fare i conti con quello che viene comunemente definito DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA.

Il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA (DEF) è il risultato della differenza tra la FORZA espressa e la FORZA massima raggiungibile dall’atleta.

Nel basebal il battitore non raggiunge questa FORZA “massimale”perché… La palla è già volata via…

Questa differenza è tanto più grande quanto è più piccola la resistenza e quanto è più breve il tempo del movimento.

In definitiva il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA mostra la quantità di forza potenziale che non è stata impiegata.

Dallo studio di DAN RUSSELL, citato nella prima parte, si individuano i seguenti valori medi nei giocatori di Major League:

FORZA applicata alla palla 4.145 libbre, picco di FORZA oltre le 8.300 libbre.

Risulta che il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA, nel baseball professionistico americano, è vicino al 50%.

Daniele, ti lascio immaginare cosa succede a velocità esecutive più basse e a livelli di FORZA inferiori.

Che è quello che noi allenatori di “atleti non professionisti” abbiamo a disposizione.

A occhio e croce direi che argomenti per la quarta parte ce ne sono a sufficienza…

Una Promessa è una Promessa (due)

Allora Daniele, sei pronto?

Naturalmente avrai capito che quanto detto fino a ora e quanto sarà detto da ora in avanti vale per il baseball allo stesso modo che per il softball:

le distanze e “gli attrezzi”  da softball sono commisurati così bene al baseball che velocità e tempi sono, praticamente, identici (salvo piccole differenze non rilevanti).

Fatta anche questa precisazione…

Per arrivare a capire cos’è quel qualcosa che abbiamo scoperto impedire ai battitori di “colpire la palla con tutta la propria FORZA” (come detto nella prima parte di questa lunga dissertazione) non possiamo fare a meno di dare una scorsa (veloce e il meno noiosa possibile, stai tranquillo…) ad alcuni concetti di fisiologia e biomeccanica.

È pur vero che, purtroppo, non è possibile semplificare e sintetizzare troppo le “conoscenze di base”.

Significherebbe trascurare aspetti fondamentali nella comprensione di questa capacità motoria, che è, invece, estremamente complessa.

Partiamo da questa affermazione:

“la FORZA muscolare è una qualità fondamentale per eccellere nelle discipline sportive in cui sono richiesti movimenti balistici”.

Questo assunto credo che sia, ormai, patrimonio dell’umanità e difficilmente contestabile.

Così come è difficilmente contestabile che Baseball e Softball rientrano nella classificazione di sport in cui sono richiesti movimenti balistici.

Parlare di FORZA non è un compito né semplice né facile, così come non è né semplice né facile programmare “l’allenamento della FORZA”.

Cominciamo col definire che cos’è la FORZA muscolare.

La FORZA muscolare può essere definitae come la capacità che i componenti intimi della materia hanno di contrarsi.

Questa definizione data dal prof. Carlo Vittori (ho parlato di lui in questo post) mi piace molto di più di altre, forse più “sportive”.

Personalmente credo che la FORZA debba essere considerata l’unica capacità condizionale “pura”.

VELOCITA’ e RESISTENZA sono capacità derivate dal “come”, dal “quanto” e da “in che modo” la FORZA viene applicata.

Ora, caro Daniele, devo per forza diventare didascalico e  parlarti dei Tipi di FORZA…

Perché di FORZA ci sono varie “espressioni”, classificate, guarda un po’, in base al TEMPO…

La mia preferita è quella di Harre che distingue:

  • la FORZA MASSIMALE che è la forza più elevata che il sistema neuromuscolare è in grado di sviluppare con una contrazione muscolare volontaria. Prevale la componente carico a scapito della velocità d’esecuzione.
  • La FORZA VELOCE  che è la capacità del sistema neuromuscolare di superare una resistenza con una elevata rapidità di reazione. Prevale la componente velocità a scapito del carico.
  • La FORZA RESISTENTE che è la capacità dell’organismo di opporsi alla fatica durante prestazioni di FORZA di lunga durata.

Questa classificazione fornisce una prima indicazione sul quale “tipo” di FORZA dovrebbe essere allenata nei giocatori di baseball.

Sfortunatamente non è così semplice.

Anche parlando di FORZA veloce c’è bisogno di una ulteriore classificazione legata ai tempi di applicazione:

  • FORZA rapida

    (da 0 a 150 millisecondi);

  • FORZA esplosiva

    (da 150 a 300 millisecondi );

  • FORZA dinamica

    (da 300 a 700 millisecondi);

Questo ci dice che, della FORZA veloce, nel baseball e nel softball, siamo in grado di utilizzare solo la componente RAPIDA e, in parte quella ESPLOSIVA (lo swing dura solo 150 millisecondi).

La FORZA DINAMICA e la FORZA MASSIMA (che si esprime da 700 millisecondi in poi) si “mettono in moto quando le cose sono già successe”.

Daniele, purtroppo per te, la parte “noiosa” non è ancora finita e ci serve un’altra definizione.

Quella della POTENZA MUSCOLARE, che è (o dovrebbe essere) la “grandezza da allenare” nel baseball e nel softball.

La formula che segue descrive la potenza meccanica che è pari al prodotto della forza applicata per velocità di spostamento che produce.

Banalmente, a partire da questa formula si può dedurre la chiave del possibile incremento della prestazione in ogni disciplina sportiva:

posso aumentare la POTENZA aumentando la FORZA oppure la VELOCITA’.

La scelta migliore parrebbe, quindi, quella di aumentarle entrambe, anche se è la cosa più difficile da fare.

Di questo parleremo nella terza parte…

Una Promessa è una Promessa (uno)

Daniele, accipicchia! Sappi che tutto questo è colpa tua!

Dunque, cominciamo.

Il mio amico Daniele, guardando con occhi da “neo allenatore” (a proposito: complimenti a lui e a tutti i suoi compagni di corso!) un grafico molto simile a questo:

che racconta i “tempi di espressione della FORZA” (ma non solo…) se n’è uscito con questa affermazione:

“ma allora, i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

Non vorrei togliere suspense… Ma, detta in soldoni, è proprio così!

Daniele, intuitivamente, da esperto praticante, ha capito tutto e lo ha capito subito.

Quello che voglio provare a spiegargli è il perché la sua affermazione è vera e quanto il saperlo dovrebbe fare la differenza nel modo di allenare un battitore.

La domanda da cui dovrebbe nascere tutto è:

“quanto dura uno swing?”

Quanto tempo impiega il battitore a “girare la mazza”? Da quando l’attrezzo inizia a muoversi a quando colpisce la palla, quanto tempo passa?

Ho cercato un po’ e la risposta più precisa che ho trovato è questa, contenuta in un articolo sul sito www.popularmechanics.com (questo il link all’articolo originale) che fa riferimento a molte delle ricerche svolte da DAN RUSSELL e pubblicate, dall’autore, sulla pagina web Physics and Acoustics of Baseball and Softball Bats.

(il sito è una vera e propria “miniera d’oro” se si cercano informazioni su tutto quello che palla e mazza fanno quando si scontrano in un campo da baseball o da softball…):

“Una fastball a 90 mph raggiunge casa base in circa 400 millisecondi.

Il battitore ha appena un quarto di secondo (250 millisecondi) per identificare il lancio.

Deve poi decidere se provare a colpire la palla e avviare il processo:

si prende 100 millisecondi per vedere la palla, e 75 millisecondi per identificarne rotazione e velocità in modo da capire dove finirà quel lancio.

A questo punto gli rimangono altri 50 millisecondi per decidere se e come girare la mazza.

Altri 25 millisecondi se ne vanno per la trasmissione degli impulsi e per l’inizio swl movimento.

 Lo swing dura, quindi, 150 millisecondi.”

Questo disegno racconta bene tutta la storia…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A questo punto è chiaro che, leggendo attentamente i tempi riportati sul grafico e confrontandoli con il “tempo swing”, l’affermazione di Daniele è confermata e incontrovertibile:

“i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

In che misura questa FORZA non sia TUTTA lo dice, ancora, l’articolo citato:

“i giocatori di Baseball in Major League hanno una massa media di 5.125 once e contro una fastball a 90 mph possono imprimere alla mazza una velocità di  110 mph.

Utilizzando la seconda legge del moto di Newton, Russell ha calcolato che lo swing di un giocatore professionista scarica 4.145 libbre di FORZA sulla palla.

Così come quantifica il picco di FORZA ben oltre le 8.300 libbre”.

C’è, evidentemente, qualcosa che impedisce al battitore di mettere TUTTA la propria FORZA sulla palla.

Di questo qualcosa, caro Daniele, parleremo più avanti, devi avere pazienza…

Giacomino e Giacomina

Nel corso del tempo ho pubblicato su SOFTBALL INSIDE alcuni interventi (“Specializzazione Precoce? No, grazie!”, “Multilaterale e Polivalente: l’allenamento che funziona”, “Fuss, Sietz, Platz”, “Da cosa nasce cosa”…) che, lungi dall’essere solo mie opinioni personali, hanno portato dati scientifici e risultati di ricerche a favore della seguente affermazione:

“la specializzazione precoce NON GARANTISCE il raggiungimento di risultati di eccellenza in età adulta”.

In un altro articolo (questo il link) ho cercato di portare l’attenzione su una tendenza, anche questa supportata dal risultato di serie ricerche scientifiche, che descrive come, in età giovanile, molti atleti d’élite abbiano praticato anche altri sport, oltre a quello in cui eccellono.

Da tempo il baseball e il softball italiano sono alla ricerca di modalità che permettano di “giocare tutto l’anno” e si ritiene che questa sia la soluzione al fenomeno dell’abbandono:

ecco che fioriscono tornei e leghe invernali che impegnano i più giovani praticanti anche nella stagione in cui il baseball “dei grandi” non si gioca.

Leggo poi, in questo periodo di “campagna elettorale”, una serie di proposte che, nel tentativo di risolvere il problema del basso numero di praticanti, ipotizzano di portare lo sport nella scuola dell’infanzia, allo scopo di anticipare il reclutamento.

Conosco allenatori che coinvolgono giocatori e giocatrici di categoria ragazzi/e in allenamenti (purtroppo assolutamente ripetitivi, specializzanti e per nulla multilaterali) che durano anche 3 ore consecutive anche 4/5 volte la settimana.

Questa tendenza è, ancora purtroppo, mutuata da quello che succede in quasi tutti gli altri sport e discipline.

Di fatto, nonostante le evidenze scientifiche, lo sport, in Italia, sta andando in una direzione, quella della specializzazione precoce e della pratica del mono sport, che nelle intenzioni dovrebbe garantire, nell’ordine:

alto numero di praticanti, riduzione dell’abbandono, raggiungimento di risultati sportivi di eccellenza e aumento degli appassionati.

Ma… Siamo sicuri che questo succeda?

Siamo sicuri che questa ricetta stia effettivamente aumentando il numero di praticanti e combattendo il drop-out?

Davero, siamo sicuri che con questa strategia i futuri campioni riusciranno, davvero, a emergere?

Credo che chiunque abbia avuto esperienze nella scuola primaria si sarà accorto che, in ogni classe, i bambini (e le bambine…) “più portati” per il baseball siano quelli che praticano altri sport (calcio, basket, pallavolo…).

Questo non fa scattare nessun campanello nella testa? Non suscita nessuna domanda?

Ripeto, la scienza parla chiaro:

la pratica di sport multipli aumenta la possibilità che l’atleta, una volta superata l’adolescenza, possa mettere a frutto il proprio patrimonio genetico ed eccellere in uno sport particolare.

E allora, siamo davvero sicuri che, per i bambini e le bambine, giocare a baseball e solo a baseball tutto l’anno, sia davvero la cosa più giusta da fare?

Non è che in questo modo l’ipotetico Giacomino e l’ipotetica Giacomina rischiano di ANNOIARSI e finiscano per cercare altrove quelle ESPERIENZE diverse che la monolitica pratica di un solo spot non gli garantisce?

Mi capita spesso di pensare a questi due “modelli di giovane atleta” che, se hanno la (s)ventura di imbattersi nel baseball e nel softball, saranno condannati ad anni di allenamenti ripetitivi e noiosi, di interminabili partite giocando, se va bene, come “esterno destro, ultimo in battuta”, di estati a “pascolare” nel campo esterno mentre si fa il “batting practice”

Non sarebbe meglio, per Giacomino e Giacomina, praticare due o tre o quattro sport diversi, magari in periodi diversi dell’anno, partecipando a competizioni adeguate alla loro età e con avversari di pari dignità e capacità, magari sottoponendosi ad allenamenti che li aiutino a crescere come bambini e non come “giocatori in miniatura”, curando e tutelando il loro sviluppo armonico e occupandosi, non legandola alla “Dea della vittoria”, della loro felicità?

Probabilmente sarò un sognatore ma vorrei, una volta tanto, sentire parlare di polisportività, di Giacomini e Giacomine che, anche se sono “tesserati” per una società di baseball, giocano anche a pallavolo, calcio, rugby, basket, lacrosse… Partecipando a competizioni in ognuno di questi sport, accompagnati da allenatori che li affiancano nel loro percorso, aiutandoli a scegliere, in base alle loro capacità, attitudini e passioni, lo sport in cui, da grandi, potranno eccellere.

Vista la situazione dell’avviamento e della gestione dello sport nel nostro paese, che non gli concede dignità all’interno del sistema scolastico, credo che la strada che possa portare lo sport, si badi bene, non solo il baseball, nel futuro, debba essere, obbligatoriamente quella di società sportive sempre più polisportive, che permettano una pratica sempre più diversificata e generalista.

D’altra parte, come ripeto, purtroppo, da tempo, le modalità e le strategie che abbiamo seguito fino ad ora non hanno certo portato a risultati, sia quantitativi che qualitativi, di rilievo.

Forse è il caso di cambiare, no?

Allenamento a Zona

La tendenza naturale dell’essere umano è quella di evitare le situazioni che lo possano mettere in difficoltà o che possano mettere in discussione la sua possibilità di gestirle.

Questa tendenza è la paura del nuovo, dell’ignoto, dell’incontrollabile, o presunto tale.

E’ anche la paura di sbagliare, di fallire, di non apparire efficace a se stesso ed agli altri.

Si è nella propria zona di comfort quando ci si trova in ”territorio amico”.

Quando tutto quello che può accadere è conosciuto, controllabile, agevole.

Quando si è pienamente consapevoli delle proprie capacità e dei propri punti di forza.

La zona di apprendimento è, invece, ”dietro le linee nemiche”.

Un luogo dove si trova una situazione non completamente conosciuta, non abituale e non agevole.

Dalla quale si è spaventati ma attratti e nella quale si è costretti ad entrare dal desiderio di imparare.

Entrare, letteralmente, nella zona di apprendimento è, quasi sempre, un azione consapevole.

Rappresenta, pur nella sua difficoltà, un’opportunità di crescita personale.

Generalizzando, credo che uno degli aspetti più complessi del mestiere di allenatore, consista nella sua capacità di “contrattare” con l’atleta il passaggio tra queste due zone:

Durante l’allenamento deve riuscire a convincerlo a passare nella zona di apprendimento.

Facendogli lasciare il porto sicuro delle sue certezze, facendo In modo che possa acquisire nuove capacità e sicurezze.

Capacità e sicurezze che amplieranno la su zona di comfort con l’integrazione delle nuove conoscenze.

Deve aiutarlo, invece, a rimanere nella sua zona di comfort che, come detto, si sarà allargata grazie all’allenamento, quando deve affrontare la competizione.

Quando ha bisogno di sentirsi pienamente artefice di quello che sta succedendo.

Per ottenere questo risultato e consentire una transizione consapevole e soddisfacente è necessario che, il coach, abbia la capacità di sviluppare una equilibrata programmazione del piano di allenamento.

Questa capacità deve essere unita all’abilità di saper dosare le proposte allenanti, miscelando abilmente le esercitazioni.

In modo da mescolare attività di consolidamento delle capacità a attività che portino al superamento delle stesse.

Si devono sottoporre all’atleta esercizi, situazioni e problemi che siano fonte di incertezza e di disequilibrio,.

Ma le stesse situazioni non devono risultare, contemporaneamente, capaci di scatenare eccessivo stress o frustrazione.

Tutto questo facendo attenzione a non scegliere attività e situazioni troppo rassicuranti

Situazioni percepite dagli atleti come banali e non come una sfida alle proprie capacità e abilità.

Mi piace riportare, in proposito, una definizione che Tom Landry, considerato uno degli allenatori di football americano più importanti e innovativi nella storia di questo sport, ha dato del processo di allenamento e che condivido pienamente:

“L’allenamento è l’arte di far fare agli atleti cose che NON vogliono fare, allo scopo di raggiungere ciò che VOGLIONO raggiungere”.

 

La giusta distanza

La squadra è un gruppo, comprendendo nel gruppo tutte le persone che gravitano intorno al gruppo stesso.

Una delle tante problematiche che si sviluppano all’interno di un team è quello delle relazioni interpersonali.

Quelle che, giocoforza, si stabiliscono tra i membri del gruppo che lo compongono.

Questa rete di rapporti, che all’inizio è semplice e visibile, diventa, col trascorrere del tempo, sempre più intricata e, spesso, nascosta o mascherata.

Questo pone all’allenatore, o meglio, al gestore del gruppo, la necessità di stabilire il come rapportarsi rispetto a quello che riesce a percepire.

La conoscenza delle dinamiche interne ai gruppi.

Il riconoscimento delle figure e dei ruoli che ciascun elemento assume in quel contesto.

La capacità di gestire il fluire della vita del team, seguendo, o per meglio dire, agevolando, la strada migliore.

Sono qualità che fanno parte integrante sia del bagaglio culturale che delle capacità operative dell’allenatore.

Questa interazione umana, oltre che sportiva, porta il coach a dover stabilire la sua posizione rispetto all’universo gruppo che gli gravita intorno.

Dovrà, quindi, decidere, di volta in volta, di situazione in situazione, da persona a persona, quale sia la “giusta distanza” da mantenere.

Questa distanza determinerà le sue risposte.

Ci sono argomenti o situazioni che, per carattere, età, cultura, estrazione sociale o formazione ci sono più o meno consoni, più o meno vicini.

Argomenti o situazioni che ci creano, più o meno apprensioni o difficoltà.

La distanza che sceglieremo di tenere rispetto a questi eventi o alle persone che li scatenano, dovrà essere attentamente valutata.

Dovremo riuscire, da un lato, a non essere avvertiti come “presenza aliena”, posizionandoci troppo lontano.

Dall’altro di essere in grado di non perdere la nostra capacità di analisi, obiettiva e di giudizio, facendoci coinvolgere troppo nelle meccaniche interne.

Questo approccio è, sicuramente funzionale con quei gruppi, quelle squadre, costituite in maniera professionale, i cui membri condividono rapporti essenzialmente lavorativi

Squadre in cui poco significativi potrebbero essere, o diventare, i rapporti umani.

Se, però, le motivazioni che tengono unito il gruppo sono, viceversa, legate principalmente all’individuo e alle sue interazioni con gli altri componenti del team.

Che è la tipica situazione dei gruppi che si aggregano liberamente in ambito dilettantistico.

In questo caso l’allenatore deve avere, anche, la capacità di modulare e modificare rapidamente la ”giusta distanza” dalle cose o dalle persone.

Credo che non sia possibile, a priori, quantificare il grado di coinvolgimento o di distacco da mantenere.

Non credo si possa stabilire una regola assoluta, che valga p.er tutto e per tutti.

Sono convinto che la capacità di valutare la situazione.

Quella capacità di  decidere il da farsi rispetto alle proprie conoscenze, alle informazioni raccolte ed alla propria personalità debba far parte, assolutamente, delle competenze del coach.

Operare con atleti dilettanti porta, necessariamente, all’accorciamento della ”giusta distanza”

Tra allenatore e squadra, tra allenatore e team di supporto, tra questo e, di nuovo, la squadra:

i rapporti, non essendo di tipo lavorativo, possono diventare molto più profondi, più complicati, più conflittuali…

Insomma più sentiti e vissuti, molto spesso coinvolgendo gli interessati anche dal lato umano oltre che da quello sportivo.

La ”giusta distanza”, intesa come giusto mix tra coinvolgimento e distacco, tra impegno e passione deve essere, fortemente ricercata nel mondo della professione sportiva.

In modo da tenere ben separati e non corrispondenti i canali dell’approccio emotivo e di quello razionale.

Di contro, la ricerca ossessiva della stessa ”giusta distanza” può portare nell’universo del dilettantismo fraintendimenti e incomprensioni.

Lacerazioni dolorose e disastrose, troppo spesso e troppo velocemente, insanabili.

Dipenderà dall’abilità, dalla sensibilità e dalla professionalità dell’allenatore saper misurare quale distanza tenere rispetto alle componenti del gruppo nella sua interezza.

Più la squadra è governata dalla passione comune che unisce i componenti (non necessariamente solo gli atleti)

Più sarà necessario, da parte del coach, il mettersi in gioco, visto che si troverà coinvolto in misura maggiore rispetto a team di tipo professionale.

Calico Joe e il Baseball

Non sono, decisamente, un fan di John Grisham:

dei suoi innumerevoli romanzi ne ho letti solo tre, guarda caso tutti e tre ambientati nel mondo dello sport.

Dopo il, tutto sommato banale, “il professionista” ambientato a Parma, nel mondo del football americano made in Italy.

E dopo un più intenso (ma niente di trascendentale, intendiamoci) “l’allenatore”, mi sono avvicinato alla sua ultima fatica, “Calico Joe” appunto

Spinto, sopratutto, dalla curiosità di leggere, in italiano, un romanzo ambientato nel mondo della Major League Baseball.

Devo subito dire che “Calico Joe” è un romanzo sul baseball, che parla di baseball e dove si respira baseball, non saprei dire se è un capolavoro:

il baseball che racconta annebbia e confonde la vista sul resto.

Ma non è del libro in se che voglio parlare, bensì della gustosa appendice all’edizione italiana.

Appendice nella quale Grisham si cimenta con una spiegazione del gioco ai “profani”.

Il tentativo è, quantomeno, lodevole, ma complica, a mio parere, ancora di più la vita a chi di baseball non ne capisce.

C’è, però, un passaggio, secondo me esilarante, dedicato agli allenatori:

“Una squadra professionistica di baseball ha uno staff di allenatori:

coach per i lanci, coach per le battute.

Suggeritori in territorio di foul vicino alla prima e alla terza base, e un bench coach, o assistente, per citare i più importanti.

Il grande capo è il Manager.

Un guru saggio e indurito dalle battaglie che governa il dugout.

Prende le decisioni cruciali, elabora la strategia ed è il primo a essere licenziato quando la squadra comincia a perdere.

Per una qualche ragione, sia il manager sia i suoi coach indossano divise identiche a quelle dei giocatori.

Il fatto che questi anziani guerrieri cerchino invano di sembrare giovanili e in forma nelle loro aderenti tenute di poliestere assicura spesso momenti di comicità.

Dopo anni di ricerche devo ancora trovare una spiegazione ragionevole del perché i coach del baseball vestano come i giocatori.

Provate a immaginare un allenatore di basket (basso, grassoccio e di mezza età) che cammini avanti e indietro a bordo campo in sneaker, shorts larghissimi e canottiera della squadra.

Oppure un coach di football con tutte le protezioni e il caschetto in testa…”

Tutto qui, niente manie da recensore, volevo soltanto condividere con chi il libro non l’ha letto, o non lo leggerà mai, oppure con chi ha saltato a piè pari l’appendice (come, in realtà, sono stato tentato di fare io) un piccolo frammento di “baseball visto da fuori”.