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Pomeriggio alle giostre

Complice questa stagione in cui si gioca, davvero, poco (la mia squadra tra campionato e coppa arriverà, salvo imprevisti a non più di 20/25  partite…) sono riuscito a tornare a vedere, dopo molto tempo, una partita di baseball giovanile

Come ho detto molte volte, rubando a qualcun altro, è difficile non essere romantici con questo gioco:

i colori sono semplicemente splendidi, tutto brilla sotto un bellissimo sole d’aprile.

Non manca nulla:

c’è il verde dell’erba, il carminio della terra, il bianco, il blù, il rosso delle divise dei ragazzi, l’azzurro del cielo.

La giornata è di quelle da ricordare:

bimbi sorridenti, genitori rilassati, cielo, sole, caldo e, poi, bibite e gelati… Insomma una festa.

Durante il pre-game, anche se chiamarlo pre-game è molto, ma molto, pretenzioso, i sorrisi continuano.

Il clima è giusto e positivo.

C’è qualche palla che se ne vola in giro per l’aria ma tutto sommato tutto è perfettamente sotto controllo.

Poi le squadre scendono in campo, l’arbitro chiama: “play-ball” e…

Qui cominciano i guai.

Quello che era un iniziato pomeriggio di gioco per bambini (e bambine…) diventa… Qualcos’altro.

Sono consapevole di essere molto sensibile sull’argomento e non voglio, per carità, annoiare nessuno con una tirata sul mio pensiero intorno a quello che dovrebbe essere (ma che, purtroppo, non è) il baseball giocato dai bambini.

Quindi mi limito a riportare alcune frasi.

Davvero un piccolo campionario, garantisco, rispetto al volume totale di quelle sentite dire dagli ADULTI impegnati a dirigere (il verbo è utilizzato volutamente) le squadre:

“Quella era buona” – aggiungendo – “me la devi battere”;

“gira solo quelle buone”;

“arbitro era out (oppure salvo, oppure strike…)”;

“te l’ho detto mille volte di non girare quella palla”;

“te l’ho detto mille volte di girare quella palla”;

“ma dove tiri?”;

“concentrati”;

“allora lo fai apposta”;

“falla arrivare sul piatto (nella doppia valenza attacco/difesa, quindi riferita sia al proprio lanciatore che al proprio battitore)”;

“se c’è il segnale di rubata tu devi coprirla”;

“hai sbagliato”;

“ma che combini? Perché hai corso?”

“ma che combini? Perché non hai corso?”

Ho omesso, per comodità, tutti i punti esclamativi.

Potrei continuare.

Ho sentito solo urla, rimproveri, sottolineature (peraltro ovvie) su errori o mancanze.

Non ho sentito che pochissimi (chi mi conosce sa che li ho contati…) “bravo” o analoghi incoraggiamenti.

Non ho sentito un solo encomio, nemmeno uno, per averci provato, per aver preso una decisione, per aver pensato con la propria testa.

L’ho già detto, non voglio, entrare nel merito.

Non voglio, l’ho già detto, giudicare nessuno.

Me ne sono andato presto, pensando che, forse, quel gioco li, quel baseball li, oltre a non essere il MIO baseball non è nemmeno un gioco da bambini.

La coppa del nonno

Quando ero piccolo, la “Coppa del Nonno” era un gelato, prodotto da una nota casa dolciaria.

Quando ero piccolo, “vincere la Coppa del Nonno” era un modo di dire.

Noi ragazzi lo tiravamo fuori quando, giocando a qualsiasi cosa, il vincitore si lasciava trascinare in eccessivi e ridondanti festeggiamenti.

La partita di pallone/baseball/pallacanestro/palla prigioniera che si giocava per strada era importantissima.

Valeva come una finale del campionato mondiale (anzi, a dire il vero, lo era, una finale del campionato del mondo).

Ne andava dell’onore di ciascuno di noi ma, invariabilmente, non era consentito al vincitore prendersi troppo sul serio.

Ecco che bastava una infelice e nemmeno troppo prosaica autogratificazione che, immancabile, partiva il ritornello:

“capirai, hai vinto la Coppa del Nonno, hai vinto…”

Adesso non sono più un bambino e la “Coppa del Nonno” non è uno dei miei gelati preferiti, anche se ancora si vende.

Ma guardando quello che succede nello sport in generale e nel MIO sport in particolare mi accorgo che…

Insieme a tanti giocatori e giocatrici che sognano “in grande” .

Che si allenano pensando alla medaglia olimpica o per giocare, davvero, la finale del campionato del mondo, convivono anche tantissimi “cacciatori della Coppa del Nonno”.

Qualcuno mi fa tenerezza, qualcuno meno.

Li riconosci facilmente, prima di tutto sono “cercatori (cercatrici) di scorciatoie”:

cambiano squadra ogni anno, più o meno, alla ricerca di quella messa su apposta per vincere qualcosa.

Generalmente un campionato minore, un torneo di seconda fascia, qualche partita contro avversari più deboli o più inesperti o tutt’e due le cose insieme.

Oppure “vendono” i propri servigi a squadre in difficoltà-

Squadre disposte a tollerare le croniche assenze agli allenamenti e le bizze da superstar in cambio di una supposta “competenza tecnica” spesso più millantata che realmente posseduta.

Questi pseudo-atleti prosperano nei campetti di periferia, nei tornei per amatori, nelle “partitelle amichevoli”.

Evitano accuratamente le occasioni in cui la loro “indiscussa superiorità” possa essere messa, appunto, in discussione.

A raccontarli cosi si potrebbe pensare a “vecchie glorie” in cerca di gratificazioni.

Purtroppo non è così…

Spesso, spessissimo, sono invece giocatori e giocatrici giovani, nel pieno della maturità atletica (a volte anche più giovani…).

Talentuosi quanto basta.

Potrebbero, mettendosi in gioco e lavorando seriamente, aspirare a recitare una parte da protagonisti in campionati, tornei e squadre di alto, altissimo livello.

Invece, scegliendo la strada facile, vivacchiano, quando va bene, “nella serie inferiore”.

Mentre scrivo queste righe ascolto i rumori delle ragazze, stanche, che provano a dormire in una palestra affollata alla fine della prima giornata dell’ennesimo torneo.

Loro sono sognatrici, loro sanno che per raggiungere i sogni bisogna impegnarsi seriamente e che il talento, da solo, non basta.

Hanno giocato, sputando l’anima per un trofeo da nulla, mangiando poco e male, sbucciandosi gomiti e ginocchia per strappare un out, un punto, una presa.

Prima di arrivare a questo Torneo pre-campionato si  sono allenate, praticamente ogni giorno.

Rubando a scuola, lavoro, famiglia e vita attimi preziosi per prendere, tirare, battere ancora una palla e poi ancora una.

Alcune di loro giocheranno forse in Nazionale, forse alle Olimpiadi, forse vinceranno campionati e scudetti.

Molte di loro, in ogni squadra ce ne sono, non sono così brave e il softball, tra qualche anno, non sarà più tra le loro priorità.

Ma ognuna di loro, ogni singola giocatrice che domani giocherà “l’ennesima partita”, merita il rispetto che solo chi fa sport sul serio capisce e dispensa.

Per gli altri invece, per i “cacciatori di trofei” resta solo la “Coppa del Nonno”.

Giulia, Silvia e anche Vanessa

Giulia è alta e slanciata, non velocissima, flessibile e coordinata e quando gira la mazza lo fa con tutta l’attenzione possibile.

Giulia , due volte alla settimana, va nella sua palestra di danza.

Claudia è piccoletta, veloce e mancina.

Il suo swing è rapido e compatto e il rumore secco della palla quando la colpisce rimbomba per tutta la palestra.

Vanessa, invece…

Vanessa è mingherlina, porta gli occhiali e un enorme apparecchio per i denti che indossa con la nonchalance degna di una principessa.

Lei è così veloce che è già in prima base prima che si senta lo schiocco della sua battuta.

Tutte e tre “giocano a baseball” da pochissimo, nemmeno tre mesi.

Insieme, tutte e tre, lo fanno in palestra, nelle ore di dopo-scuola.

Tutte e tre fanno anche, per fortuna, anche un altro sport.

Per loro il baseball è un gioco, complicato, difficile, impegnativo ma, sicuramente, divertentissimo.

Usano il guantone, come deve essere, quando vanno in difesa.

Se sono fortunate, muovendosi in anticipo, riescono ad accaparrarsi uno di quelli meno “scassati”.

Usano il guantone, come deve essere, quando vanno in difesa anche se, parole loro:

“è difficile prendere la palla con questo coso”.

Tutte e tre VOGLIONO fare il catcher, sempre.

Litigano, anche, per il “privilegio” di indossare quella attrezzatura scomoda, ingombrante, troppo grande per loro.

Tutte e tre sono affascinate da quella panoplia e nessuno si sognerebbe di non farle provare.

Anche se nel farlo, il catcher, non sono così efficaci ed efficienti.

Tutte e tre battono, rigorosamente, guai a scordarsene o sbagliare, una volta da destra e una volta da  sinistra.

Turno dopo turno, inesorabilmente.

Qualche volta colpiscono la palla, qualche volta no, ma questo non sembra rappresentare un problema.

Tutte e tre sono arrivate al baseball dopo un corso a scuola.

Un corso di quattro “lezioni”, nulla più.

Sufficienti però…

Tutte e tre hanno trovato, dopo la scuola, persone che parlavano nello stesso modo di quelle che tenevano il corso.

Persone che le stanno accompagnando nel loro cammino di scoperta di quello che, io spero, diventi “il loro sport”.

Giulia, Claudia e anche Vanessa sono tre bambine che hanno cominciato da poco a giocare a baseball:

non sono molto brave, non conoscono nemmeno del tutto le regole, qualche volta, sono convinto, non capiscono nemmeno bene quello che sta succedendo.

Però tirano, battono, corrono, scivolano e, soprattutto, si divertono un sacco.

Questo, per ora, è tutto quello che conta.

Mamma, vado al baseball!

Se vi capita, provate ad ascoltare i bambini quando parlano del loro sport.

Quello che dicono quando parlano tra loro è, spesso:

“oggi vado al baseball” oppure “oggi vado in piscina” oppure, ancora, “oggi vado a calcio”.

Raramente, anzi, quasi mai li sentirete dire :

“oggi vado all’allenamento”.

Le parole sono importanti! In questo caso lo sono ancora di più:

quando dicono di “voler andare a fare uno sport” raccontano esattamente quello che VOGLIONO realmente fare.

NON vogliono allenarsi, vogliono FARE quello sport, che per loro è, per fortuna, ancora un gioco.

L’allenamento, quello verrà dopo.

Credo che questa distinzione sia cruciale:

I bambini, fino che sono bambini e, forse per un po’, anche quando bambini non sono più, non si devono allenare, non ancora.

Quei bambini devono giocare e, giocando, appassionarsi e imparare a giocare quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”.

Devono giocare e, giocando, sviluppare le proprie capacità (motorie e cognitive) che gli permettano di imparare a risolvere i problemi posti da quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”

Provo a spiegarmi:

visto che l’allenamento è, o dovrebbe essere:

“un processo pedagogico-educativo complesso.

Che si concretizza con l’organizzazione dell’esercizio fisico ripetuto in quantità ed intensità tali da produrre carichi progressivamente crescenti.

Per stimolare i processi fisiologici di supercompensazione, migliorare le capacità fisiche, psichiche, tecniche e tattiche dell’atleta.

Al fine di esaltarne e consolidarne il rendimento in gara”.

(La definizione è del prof. Carlo Vittori).

Per potersi allenare i nostri bambini dovrebbero quantomeno smettere di essere bambini e, poi possedere tecniche stabilizzate che possano, in concreto essere allenate.

Di fatto, prima di iniziare ad allenarsi, devono imparare.

Per imparare devono capire, apprendere, esplorare, sbagliare, dimenticare, apprendere di nuovo, elaborare, ancora elaborare e poi di nuovo sbagliare, imparare di nuovo, aggiustare, sistemare, organizzare e riorganizzare…

Non è una mia opinione sia chiaro, è una CERTEZZA SCIENTIFICA:

l’apprendimento motorio funziona così, solo così, senza scorciatoie (almeno fino a quando altre evidenze scientifiche ci diranno il contrario…).

Purtroppo quello che invece chiediamo ai nostri bambini non è di imparare ma di allenarsi, non di fare esperienze e apprendere da quelle, ma di “fidarsi” delle nostre:

gli “insegniamo” quelle poche risposte standard indispensabili per poter giocare una partita di baseball (il tiro, sempre lo stesso, la battuta, sempre la stessa, la presa, sempre la stessa…) e poi glieli facciamo ripetere all’infinito.

Senza nessuna variazione.

Nessuna possibilità di interpretazione diversa.

Elinando ogni modalità di esplorazione.

Senza dargli modo di sbagliare, adattarsi, correggersi, trasformare.

Quello che è peggio senza dargli nessuna possibilità di scegliere.

Di trovare la propria soluzione, la propria risposta al “problema baseball”

In definitiva negandogli la possibilità di “trovare da soli il proprio posto nel mondo”.

Non ce ne accorgiamo ma le partite le vinciamo grazie a quelli che si sottraggono a questo ADDESTRAMENTO e che, autonomamente sono capaci di INVENTARE risposte a quelle situazioni che il gioco propone.

Li chiamiamo “talenti”, ma dovremo chiamarli “ribelli”, perché sono gli unici che rifiutano di sottostare al nostro trattarli come “animali da circo” e non si siedono a comando.

Avercene di talenti…

Ma IL problema vero, però, sono gli altri, invece:

quelli che imparano gli esercizi come gli chiediamo noi.

Che, però, si vedono costantemente superati dai “talenti” e che, prima o poi, lasceranno perdere.

Cambieranno aria, stanchi di un gioco dove “ci si allena tanto, ma non si gioca mai”.

Come sempre non credo di avere tutte le risposte e diffido delle ricette buone per tutti.

Credo che, anche solo per vedere come va a finire, una volta tanto sarebbe meglio lasciarli “venire al baseball” invece che a “fare allenamento”.

Una Promessa è una Promessa (quattro)

Daniele ci siamo quasi, porta ancora un po’ di pazienza…

Arrivati a questo punto e ripartendo dall’affermazione iniziale:

“i battitori non usano TUTTA la propria FORZA per battere la palla”.

Non ti vengono dei dubbi su quanto proposto, normalmente, dall’”allenamento della FORZA per i battitori” o, più in generale, dall’”allenamento dei battitori”?

Tenendo presente tutte le informazioni appare abbastanza chiaro e sicuro che esistono dei valori intermedi di FORZA e VELOCITA’, rispetto ai relativi valori massimi e minimi.

La POTENZA è, cioè, un compromesso:

È necessario mediare, ai nostri battitori servono “un po’” di FORZA e “un po’” di VELOCITA’ (quindi, in definitiva serve POTENZA).

Se l’obiettivo è sviluppare la produzione di FORZA in movimento di tipo esplosivo (FORZA rapida e FORZA esplosiva) le strade che si presentano allora sono solo due:

lavorare sull’incremento della FORZA MASSIMA (tempo di esecuzione del singolo esercizio oltre i 700 millisecondi. Carico superiore al 75% del massimale. Numero di ripetizioni possibili comprese tra 1 e 9).

Questa strategia, però, sembra produrre effetti solo quando il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA è sensibilmente inferiore al 50%.

L’altra strada è quella dell’incremento della quantità di FORZA sviluppata nel gesto tecnico.

Quindi lavorando sulla FORZA RAPIDA e sulla FORZA ESPLOSIVA con esercizi e metodi ti tipo SPECIALE e SPECIFICO.

Esercizi cioè il più vicino possibile alla tecnica sportiva e che abbiano un transfert immediato sul gesto di gara:

  • tempo di esecuzione del singolo esercizio sotto i  150 millisecondi. Carico non superiore al 25% del massimale. Numero di ripetizioni non superiori alle 15/20 per la FORZA RAPIDA.
  • Tempo di esecuzione del singolo esercizio tra i 150 e i 300 millisecondi. Carico non superiore al 45% del massimale. Numero di ripetizioni non superiori alle 10/15 per la FORZA ESPLOSIVA.

Questo non tanto perché viene sollecitato il tipo specifico di FORZA ma perché viene stimolato il gesto tecnico:

il transfert della tecnica è così elevato sulla prestazione da compensare enormemente il deficit di FORZA.

Questo, per lo meno, fino ad atleti di livello medio o medio-alto.

Tralasciando che le indicazioni sui carichi e le ripetizioni sono, volutamente, di tipo “pesistico” voglio farti una domanda, Daniele:

quali concrete indicazioni, utilizzabili per programmare l’allenamento dei battitori, vengono fuori, in maniera “FORTE e POTENTE”, da quanto detto fino ad adesso?

Provo a riassumere:

  • programmare esercitazioni che siano effettuate alla massima VELOCITA’ possibile,
  • occorre fare attenzione al peso dell’attrezzo (mazza) programmando, magari, serie e ripetizioni da effettuare con attrezzi di peso diverso da quello abituale;
  • non si può evitare di curare la tecnica esecutiva;
  • non si può trascurare un esecuzione variata “in situazione” (diversi tipi di lancio, diverse velocità della palla, diverse “location”)
  • il numero di ripetizioni deve essere tale che non ci siano scadimenti né della velocità né della qualità di esecuzione

Credo fermamente che:

il metodo migliore per allenarsi per giocare a baseball (o softball) si, davvero, giocare a baseball (o softball) .

Il miglior esercizio per allenare i battitori è BATTERE LA PALLA in movimento (esercizio di tipo SPECIFICO).

Naturalmente questa è la mia opinione e questa è la mia “ricetta”, ma credo, immodestamente, di non essere tanto lontano dal vero.

Non si pensi che il problema sia di poco conto e che, in fondo…

Se si guarda quest’ultimo grafico (è davvero l’ultimo lo giuro):

È facile osservare che, rimanendo nell’arco dei 150 millisecondi necessari allo swing, la FORZA sviluppata da un tipo di allenamento NON ORIENTATO verso la FORZA RAPIDA ed ESPLOSIVA non appare discostarsi per niente da quella espressa da un soggetto non allenato.

Daniele, avrai capito quanto “fortemente” credo che, scimmiottare la “preparazione fisica” di altre discipline o seguire in maniera acritica le “mode di palestra”, possa essere una “forte” limitazione al rendimento dei nostri giocatori.

Sono giunto, come promesso, alla fine di queste che dovevano essere solo poche parole e che sono, invece, diventate tante, forse troppe…

L’ultima cosa che mi sento di dire è:

“abbiamo (purtroppo) poco tempo! Usiamolo al meglio…”

Una Promessa è una Promessa (tre)

Eccoci qua di nuovo, Daniele.

Finora credo che siamo riusciti a mettere insieme alcuni dati, interessanti e importanti.

Dati da utilizzare per programmare l’allenamento dei battitori.

Proviamo ad andare ancora avanti.

La FORZA, o meglio, la sua espressione è condizionata e influenzata da alcune componenti strutturali e neurali.

Nel caso della FORZA VELOCE, quella che ci interessa come allenatori di baseball e softball, queste componenti sono:

  • la PERCENTUALE DI FIBRE VELOCI (maggiore è il numero di fibre veloci a disposizione maggiore sarà la possibilità di esprimere forza nell’unità di tempo);
  • la COORDINAZIONE INTRAMUSCOLARE ED INTERMUSCOLARE;
  • la FREQUENZA DI SCARICA;
  • la SINCRONIZZAZIONE;
  • il RECLUTAMENTO SPAZIALE E TEMPORALE delle fibre.

La DIMENSIONI DELLE FIBRE viene spesso classificata come ininfluente.

Volendo però approfondire l’analisi, è chiaro che il fattore ipertrofia cresce di importanza al crescere del carico da spostare.

Se si guarda attentamente si capisce che l’allenamento ha poco potere, ma non nullo, nella modificazione di molte di queste componenti che fanno parte del corredo genetico individuale rendendo, tristemente, reale il detto:

“per diventare dei campioni bisogna scegliersi bene i genitori”.

Ti sarà capitato di vedere questo grafico:

Quella che è rappresentata è la “Curva di HILL” che analizza il comportamento di una singola fibra muscolare in relazione al carico.

Di fatto il diagramma dice che:

“più una fibra muscolare si accorcia velocemente, meno forza può generare ai suoi capi. Viceversa, più una fibra genera forza, meno velocemente può accorciarsi”.

Credo sia intuitivo capire che fibre, fasci e catene muscolari non si muovono in completo accordo con la curva.

Le complessità e leinfluenze reciproche provocano modificazioni anche importanti.

Credo, però, che possiamo tranquillamente generalizzare e dire che:

“più il carico da muovere si allontana da quello massimale più esso sarà spostato velocemente”.

Non si può, cioè, avere tutto:

se vogliamo una contrazione veloce occorre limitare il carico, se si vuole spostare un grosso carico occorre pazienza perché la contrazione sarà più lenta.

Mettendo insieme la Curva di Hill e utilizzando la formula della potenza (forza in funzione della velocità) è possibile arrivare a quest’altro grafico:

Leggendo con attenzione le curve (in rosso quella della FORZA, in blù quella della potenza) è facile concludere che:

“la POTENZA massima si ottiene con una FORZA che è la metà di quella massimale e con una VELOCITA’ che è un terzo di quella massima possibile”.

Daniele, come vedi il semplice grafico della prima parte dell’articolo viene continuamente integrato da nuove informazioni.

Informazioni che ampliano la comprensione, dal punto di vista della FORZA, del gesto tecnico della battuta.

Se pensi che “sia tutta teoria” ti prego di avere ancora un po’ di pazienza.

Vorrei riflettere su una componente della battuta che, spesso, erroneamente viene trascurata:

il peso dell’attrezzo usato per colpire la palla, la mazza.

Non rappresenta un carico da spostare? Il suo peso altera l’espressione di FORZA?

Andiamo avanti…

Stabilito che per arrivare ad esprimere il picco di FORZA occorrono dei tempi che sono superiori ai 300/400 millisecondi

Stabilito anche che nel baseball e nel softball questo tempo non c’è.

Dobbiamo necessariamente fare i conti con quello che viene comunemente definito DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA.

Il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA (DEF) è il risultato della differenza tra la FORZA espressa e la FORZA massima raggiungibile dall’atleta.

Nel basebal il battitore non raggiunge questa FORZA “massimale”perché… La palla è già volata via…

Questa differenza è tanto più grande quanto è più piccola la resistenza e quanto è più breve il tempo del movimento.

In definitiva il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA mostra la quantità di forza potenziale che non è stata impiegata.

Dallo studio di DAN RUSSELL, citato nella prima parte, si individuano i seguenti valori medi nei giocatori di Major League:

FORZA applicata alla palla 4.145 libbre, picco di FORZA oltre le 8.300 libbre.

Risulta che il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA, nel baseball professionistico americano, è vicino al 50%.

Daniele, ti lascio immaginare cosa succede a velocità esecutive più basse e a livelli di FORZA inferiori.

Che è quello che noi allenatori di “atleti non professionisti” abbiamo a disposizione.

A occhio e croce direi che argomenti per la quarta parte ce ne sono a sufficienza…

Una Promessa è una Promessa (due)

Allora Daniele, sei pronto?

Naturalmente avrai capito che quanto detto fino a ora e quanto sarà detto da ora in avanti vale per il baseball allo stesso modo che per il softball:

le distanze e “gli attrezzi”  da softball sono commisurati così bene al baseball che velocità e tempi sono, praticamente, identici (salvo piccole differenze non rilevanti).

Fatta anche questa precisazione…

Per arrivare a capire cos’è quel qualcosa che abbiamo scoperto impedire ai battitori di “colpire la palla con tutta la propria FORZA” (come detto nella prima parte di questa lunga dissertazione) non possiamo fare a meno di dare una scorsa (veloce e il meno noiosa possibile, stai tranquillo…) ad alcuni concetti di fisiologia e biomeccanica.

È pur vero che, purtroppo, non è possibile semplificare e sintetizzare troppo le “conoscenze di base”.

Significherebbe trascurare aspetti fondamentali nella comprensione di questa capacità motoria, che è, invece, estremamente complessa.

Partiamo da questa affermazione:

“la FORZA muscolare è una qualità fondamentale per eccellere nelle discipline sportive in cui sono richiesti movimenti balistici”.

Questo assunto credo che sia, ormai, patrimonio dell’umanità e difficilmente contestabile.

Così come è difficilmente contestabile che Baseball e Softball rientrano nella classificazione di sport in cui sono richiesti movimenti balistici.

Parlare di FORZA non è un compito né semplice né facile, così come non è né semplice né facile programmare “l’allenamento della FORZA”.

Cominciamo col definire che cos’è la FORZA muscolare.

La FORZA muscolare può essere definitae come la capacità che i componenti intimi della materia hanno di contrarsi.

Questa definizione data dal prof. Carlo Vittori (ho parlato di lui in questo post) mi piace molto di più di altre, forse più “sportive”.

Personalmente credo che la FORZA debba essere considerata l’unica capacità condizionale “pura”.

VELOCITA’ e RESISTENZA sono capacità derivate dal “come”, dal “quanto” e da “in che modo” la FORZA viene applicata.

Ora, caro Daniele, devo per forza diventare didascalico e  parlarti dei Tipi di FORZA…

Perché di FORZA ci sono varie “espressioni”, classificate, guarda un po’, in base al TEMPO…

La mia preferita è quella di Harre che distingue:

  • la FORZA MASSIMALE che è la forza più elevata che il sistema neuromuscolare è in grado di sviluppare con una contrazione muscolare volontaria. Prevale la componente carico a scapito della velocità d’esecuzione.
  • La FORZA VELOCE  che è la capacità del sistema neuromuscolare di superare una resistenza con una elevata rapidità di reazione. Prevale la componente velocità a scapito del carico.
  • La FORZA RESISTENTE che è la capacità dell’organismo di opporsi alla fatica durante prestazioni di FORZA di lunga durata.

Questa classificazione fornisce una prima indicazione sul quale “tipo” di FORZA dovrebbe essere allenata nei giocatori di baseball.

Sfortunatamente non è così semplice.

Anche parlando di FORZA veloce c’è bisogno di una ulteriore classificazione legata ai tempi di applicazione:

  • FORZA rapida

    (da 0 a 150 millisecondi);

  • FORZA esplosiva

    (da 150 a 300 millisecondi );

  • FORZA dinamica

    (da 300 a 700 millisecondi);

Questo ci dice che, della FORZA veloce, nel baseball e nel softball, siamo in grado di utilizzare solo la componente RAPIDA e, in parte quella ESPLOSIVA (lo swing dura solo 150 millisecondi).

La FORZA DINAMICA e la FORZA MASSIMA (che si esprime da 700 millisecondi in poi) si “mettono in moto quando le cose sono già successe”.

Daniele, purtroppo per te, la parte “noiosa” non è ancora finita e ci serve un’altra definizione.

Quella della POTENZA MUSCOLARE, che è (o dovrebbe essere) la “grandezza da allenare” nel baseball e nel softball.

La formula che segue descrive la potenza meccanica che è pari al prodotto della forza applicata per velocità di spostamento che produce.

Banalmente, a partire da questa formula si può dedurre la chiave del possibile incremento della prestazione in ogni disciplina sportiva:

posso aumentare la POTENZA aumentando la FORZA oppure la VELOCITA’.

La scelta migliore parrebbe, quindi, quella di aumentarle entrambe, anche se è la cosa più difficile da fare.

Di questo parleremo nella terza parte…

Una Promessa è una Promessa (uno)

Daniele, accipicchia! Sappi che tutto questo è colpa tua!

Dunque, cominciamo.

Il mio amico Daniele, guardando con occhi da “neo allenatore” (a proposito: complimenti a lui e a tutti i suoi compagni di corso!) un grafico molto simile a questo:

che racconta i “tempi di espressione della FORZA” (ma non solo…) se n’è uscito con questa affermazione:

“ma allora, i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

Non vorrei togliere suspense… Ma, detta in soldoni, è proprio così!

Daniele, intuitivamente, da esperto praticante, ha capito tutto e lo ha capito subito.

Quello che voglio provare a spiegargli è il perché la sua affermazione è vera e quanto il saperlo dovrebbe fare la differenza nel modo di allenare un battitore.

La domanda da cui dovrebbe nascere tutto è:

“quanto dura uno swing?”

Quanto tempo impiega il battitore a “girare la mazza”? Da quando l’attrezzo inizia a muoversi a quando colpisce la palla, quanto tempo passa?

Ho cercato un po’ e la risposta più precisa che ho trovato è questa, contenuta in un articolo sul sito www.popularmechanics.com (questo il link all’articolo originale) che fa riferimento a molte delle ricerche svolte da DAN RUSSELL e pubblicate, dall’autore, sulla pagina web Physics and Acoustics of Baseball and Softball Bats.

(il sito è una vera e propria “miniera d’oro” se si cercano informazioni su tutto quello che palla e mazza fanno quando si scontrano in un campo da baseball o da softball…):

“Una fastball a 90 mph raggiunge casa base in circa 400 millisecondi.

Il battitore ha appena un quarto di secondo (250 millisecondi) per identificare il lancio.

Deve poi decidere se provare a colpire la palla e avviare il processo:

si prende 100 millisecondi per vedere la palla, e 75 millisecondi per identificarne rotazione e velocità in modo da capire dove finirà quel lancio.

A questo punto gli rimangono altri 50 millisecondi per decidere se e come girare la mazza.

Altri 25 millisecondi se ne vanno per la trasmissione degli impulsi e per l’inizio swl movimento.

 Lo swing dura, quindi, 150 millisecondi.”

Questo disegno racconta bene tutta la storia…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A questo punto è chiaro che, leggendo attentamente i tempi riportati sul grafico e confrontandoli con il “tempo swing”, l’affermazione di Daniele è confermata e incontrovertibile:

“i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

In che misura questa FORZA non sia TUTTA lo dice, ancora, l’articolo citato:

“i giocatori di Baseball in Major League hanno una massa media di 5.125 once e contro una fastball a 90 mph possono imprimere alla mazza una velocità di  110 mph.

Utilizzando la seconda legge del moto di Newton, Russell ha calcolato che lo swing di un giocatore professionista scarica 4.145 libbre di FORZA sulla palla.

Così come quantifica il picco di FORZA ben oltre le 8.300 libbre”.

C’è, evidentemente, qualcosa che impedisce al battitore di mettere TUTTA la propria FORZA sulla palla.

Di questo qualcosa, caro Daniele, parleremo più avanti, devi avere pazienza…

Calico Joe e il Baseball

Non sono, decisamente, un fan di John Grisham:

dei suoi innumerevoli romanzi ne ho letti solo tre, guarda caso tutti e tre ambientati nel mondo dello sport.

Dopo il, tutto sommato banale, “il professionista” ambientato a Parma, nel mondo del football americano made in Italy.

E dopo un più intenso (ma niente di trascendentale, intendiamoci) “l’allenatore”, mi sono avvicinato alla sua ultima fatica, “Calico Joe” appunto

Spinto, sopratutto, dalla curiosità di leggere, in italiano, un romanzo ambientato nel mondo della Major League Baseball.

Devo subito dire che “Calico Joe” è un romanzo sul baseball, che parla di baseball e dove si respira baseball, non saprei dire se è un capolavoro:

il baseball che racconta annebbia e confonde la vista sul resto.

Ma non è del libro in se che voglio parlare, bensì della gustosa appendice all’edizione italiana.

Appendice nella quale Grisham si cimenta con una spiegazione del gioco ai “profani”.

Il tentativo è, quantomeno, lodevole, ma complica, a mio parere, ancora di più la vita a chi di baseball non ne capisce.

C’è, però, un passaggio, secondo me esilarante, dedicato agli allenatori:

“Una squadra professionistica di baseball ha uno staff di allenatori:

coach per i lanci, coach per le battute.

Suggeritori in territorio di foul vicino alla prima e alla terza base, e un bench coach, o assistente, per citare i più importanti.

Il grande capo è il Manager.

Un guru saggio e indurito dalle battaglie che governa il dugout.

Prende le decisioni cruciali, elabora la strategia ed è il primo a essere licenziato quando la squadra comincia a perdere.

Per una qualche ragione, sia il manager sia i suoi coach indossano divise identiche a quelle dei giocatori.

Il fatto che questi anziani guerrieri cerchino invano di sembrare giovanili e in forma nelle loro aderenti tenute di poliestere assicura spesso momenti di comicità.

Dopo anni di ricerche devo ancora trovare una spiegazione ragionevole del perché i coach del baseball vestano come i giocatori.

Provate a immaginare un allenatore di basket (basso, grassoccio e di mezza età) che cammini avanti e indietro a bordo campo in sneaker, shorts larghissimi e canottiera della squadra.

Oppure un coach di football con tutte le protezioni e il caschetto in testa…”

Tutto qui, niente manie da recensore, volevo soltanto condividere con chi il libro non l’ha letto, o non lo leggerà mai, oppure con chi ha saltato a piè pari l’appendice (come, in realtà, sono stato tentato di fare io) un piccolo frammento di “baseball visto da fuori”.