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“IL PROBLEMA DEI GIOVANI”

Torna lo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE ospitando un intervento dell’amico FRANCO LUDOVISI.

Franco, come al solito, offre il suo pensiero, limpido e cristallino, senza nessuna strizzatina d’occhio o concessione a chicchesia, su un argomento che definire “interessante” è limitativo.

Il suo pezzo è una “frizzante” incursione per parlare di e su un sacco di cose che, secondo lui, succedono, o non succedono, o non succedono come dovrebbero…

Spero che questa “provocazione Ludovisiana” serva a stimolare un dibattito che, da troppo tempo, manca.

Franco, come al solito, ci mette la faccia e SOFTBALL INSIDE, come al solito, non può che ospitarlo con piacere.

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Nel 1960 esce il n. 3  del giornale  Baseball e Softball organo ufficiale della FIPAB, la Federazione del Baseball di allora che assumerà in seguito l’attuale denominazione FIBS.

In questo numero trattai de “IL PROBLEMA DEI GIOVANI” e dei CENTRI DI ADDESTRAMENTO degli stessi, argomento di attualità di quel periodo.

Dicevo:

“In quanto al problema dei Centri di Addestramento poi questo è facilmente risolubile quando si pensi:

chi beneficerà dell’apporto di questi giovani? Le Società naturalmente, sotto forma di giocatori o di spettatori. Allora è logico che siano le Società stesse ad interessarsi di ciò formando nel proprio seno dei vivai; e non ditemi che esigenze economiche impediscono di trovare i minimi fondi necessari per fare lavorare questi giovani che PRETENDONO SOLO L’ATTEZIONE DEGLI ALTRI.

Attualmente pochi sodalizi hanno capito che il loro denaro sarà proficuamente adoperato solo se guarderanno al domani. Gli altri preferiscono fare i pirati e togliere alle Società di serie inferiori gli elementi più idonei e le Società minori fungono in questo caso da vivai, da Centri di Addestramento.”

Questa era la realtà di allora:

alcune Società, nell’ARCO DEI SUCCESSIVI 50 ANNI, hanno seguito l’indirizzo della formazione in proprio dei giocatori.

Il NETTUNO in primis, per il baseball, lungo tutto l’arco di tempo preso in considerazione è stato fucina inesauribile di talenti creati all’interno della struttura della Società:

nel  softball invece possiamo dire che il BOLLATE della dinastia dei Soldi, soprattutto per la continuità e per l’impegno segnatamente con l’attività giovanile, abbia svolto in modo continuativo questo ruolo.

Ma altri casi ci sono stati e ci sono:

come ad esempio la Scuola di Baseball di PARMA  guidata dall’ottimo Pellaccini;

il quinquennio sontuoso delle giovanili della FORTITUDO a Casteldebole sotto la guida di Umberto Calzolari;

RONCHI dei Legionari sempre molto autarchica nelle sue formazioni costituite da giocatori provenienti dalle giovanili.

Per concludere, con gli esempi, con la recente Frozen Ropes di VERONA dei Dynos di Castagnini.

Quindi, volendo, i Centri di Addestramento si sono potuti fare e si possono fare ovunque vi sia la VOLONTA’ DI REALIZZARLI.

Ed iniziative particolarmente intriganti come quella chiamata “ALLENAMENTE”  portata avanti dall’attuale Legnano Softball sull’IMMAGINAZIONE MENTALE del gesto come allenamento propedeutico trovava riscontri simili anche nel passato, come è stato il caso, che ho vissuto personalmente ad Avigliana, quando mi vennero spiegate le basi della LETTURA VELOCE che potevano trovare adeguata applicazione alla lettura del lancio da parte del battitore.

Il già citato Calzolari redigeva un trattato su come condurre un’ attività giovanile, trattato preso in seria considerazione da molti e che ancora trattengo nella mia biblioteca tecnica del baseball.

Il CASTENASO negli anni 70 si avvalse della collaborazione, nella preparazione fisica, del Prof. PICCININI che si interessava alla consistenza atletica di elementi quali la Simeoni e Mennea, il TOP quindi della preparazione fisica ed anche la FEDERAZIONE applicava alla Nazionale dei mitici “Probabili Olimpici” i metodi del Professor CONCONI rivelatisi in seguito non compatibili con la pratica sportiva lecita.

Ma credo di stare facendo torto a non so quante altre realtà che non cito, ma che ci sono state e ci sono, che lavorano con i loro tecnici IN MODO DIFFERENZIATO gli uni dagli altri e non di “SCUOLA” che personalmente a me, tetragono interprete del baseball tradizionale, appaiono come il pepe o la ciliegina del sapere ufficiale.

Sotto la Presidenza NOTARI si ebbe anche una iniziativa riconducibile ai Centri di Addestramento riservata però ai  soli ATLETI DI LEVA che risiedevano per il periodo di servizio militare  a Bologna e che qui si allenavano tutti assieme durante la settimana per poi giocare nel week end nelle rispettive squadre di appartenenza: istruttori di tutto rispetto quali Bruno Linciano, l’indimenticato Carlos Guzman, Medina, Hernandez ed a volte anche l’olimpionico Igino Velez, Gamberini Dimes e il sottoscritto preparavano i vari Dallospedale, Paoletti, Martignoni, Frignani, tutti atleti provenienti da diversi vivai, senza interferire nelle singole impostazioni.

Ora c’è  l’ACCADEMIA DI TIRRENIA che – attraverso soprattutto i propri DOCENTI – da una parte  DETTA LE REGOLE per la buona gestione del gesto tecnico e della preparazione allo stesso, dall’altra si incarica di UNIFORMARE I COMPORTAMENTI dei tecnici anche nelle loro realtà societarie, soprattutto di quei tecnici che vengono a contatto con l’Accademia per le convocazioni di loro prospetti per le varie Nazionali.

Qui si sfiora il ricatto inteso come la richiesta di qualcosa che non si può rifiutare.

Rischieresti l’esclusione di un tuo giocatore dallo staff di qualche Nazionale perché ti rifiuti di adottare i metodi consigliati?

Al massimo dici che li realizzerai, poi farai come ti pare, ma anche questo è scorretto come l’impostazione di cui sopra.

L’Accademia, a mio personalissimo parere, è una struttura che cerca di sanare la tendenza al peggioramento della classe dei tecnici:

quindi, se così la si considera, BENEMERITA perché vuole elevare di fatto le più flebili conoscenze degli allenatori attuali rispetto a quelli del passato, autodidatti o indirizzati dai Corsi del CNT che pare ora abbiano minore incidenza di prima sulla classe tecnica.

Il decadimento di questa classe può avere molte origini:

alcune di queste sono già state trattate come il caso degli allenatori Cubani importati a frotte perché disponibili a tempo pieno e a basso costo, ma che l’ANIMA la lasciano forse a Cuba con le famiglie.

E di conseguenza vi è minore spazio per i tecnici autoctoni, meno soddisfazioni e assolutamente molto meno continuità nell’insegnamento e nell’affezione ai propri MAESTRI da parte degli allievi.

Ma questa può essere solo una concausa e forse il decadimento è anche opera delle maggiori conoscenze che oggi sono necessarie per costruire un giocatore, una squadra, una Società.

Poi, per inciso, che i prospetti dell’Accademia entrino a far parte del baseball Italiano solo dopo il FALLIMENTO delle loro esperienze nel baseball professionistico Usa a cui sono indirizzati frequentando Tirrenia, mi pare di una evidenza innegabile.

Tirrenia lavora per gli States ed in subordine per il baseball nostrano.

Ma ripeto, ben venga se serve.

Ora sono già state annunciate come funzionanti (MA DOVE?) le Accademie Regionali che dovrebbero replicare in loco alcune funzioni dell’ Accademia di Tirrenia per portare il VERBO a tutte le realtà:

un verbo uniforme in situazioni tanto differenti nei numeri, nell’ impegno, nelle possibilità che necessiterebbero invece, come nel passato, di tecnici di volta in volta adatti alle realtà locali.

E meglio se preparati bene dai Formatori del CNT.

Franco Ludovisi

“I TECNICI…”

Lo Speaker’s Corner di SOFTBALL INSIDE ospita un nuovo “pezzo” di FRANCO LUDOVISI, inviato come commento al post “Giacomino e Giacomina” pubblicato all’inizio della settimana.

Coach Ludovisi ci tiene a specificare che “l’intervento è già apparso su un altro sito, forse Tuttobaseball, nel 2010. Ma credo che ripeterlo non danneggi nessuno” (sono parole sue…).

SOFTBALL INSIDE è assolutamente daccordo che “repetita iuvant” e pubblica volentieri questo suo contributo.

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Questo piccolo brano:

“Conosco allenatori che coinvolgono giocatori e giocatrici di categoria ragazzi/e in allenamenti (purtroppo assolutamente ripetitivi, specializzanti e per nulla multilaterali) che durano anche 3 ore consecutive anche 4/5 volte la settimana.”

Mi ha richiamato alla memoria questo vecchio articolo:

I tecnici, questi EREMITI DI MASSA, al di fuori della realtà che cambia.

Adesso farò qualche considerazione sui tecnici  italiani di baseball.

Quanto andrò ad affermare non deve essere generalizzato, ma si riferisce solo alle mie esperienze e a molte mie conoscenze personali. Oggi, quando si parla di giovani, qualcuno ama definirli EREMITI di MASSA.

Io estendo la dizione ai Tecnici di baseball. Perché EREMITI?

Perché si comportano proprio come gli eremiti che ripetono in solitudine i loro riti, sempre gli stessi ovviamente, per la mancanza di contatto con la realtà che cambia. Nella solitudine del campo da baseball i nostri allenatori cominciano imponendo ai ragazzi:

  •  un paio di giri di corsa che vengono fatti coi piedi stancamente trascinati perché non se ne capisce il senso,
  •  poi proseguono con lo stretching non dimostrato, ma lasciato applicare ai giovani che chiacchierano in cerchio nelle più strane posizioni di presunto stiramento,
  •  passano poi ad un indiscriminato ed incontrollato riscaldamento del braccio che non tiene conto dei ruoli e delle mansioni dei prospetti,
  •  prosegue con un allenamento di difesa che altro non è che l’infield prepartita appena un poco più esteso,
  •  per concludere, ecco il massimo, con il timing di battuta:

il timing, cioè la fase finale della preparazione alla battuta dove ci si allena a prendere il tempo sul lancio, ma dove è impossibile modificare un movimento scorretto anche se l’accorto allenatore di solito è pronto a suggerire “spingi di più, accorcia il passo, non battere tutto quello che passa”.

E questo timing è fatto sul lancio di un volonteroso pitcher, quasi sempre un coach, che semmai lancia da distanza ridotta perché non ce la fa dai diciotto metri e tira palle che non vedrai mai più, nemmeno in una partita amatoriale, infine c’è anche la corsa sulle basi, nel migliore dei casi, che si concreta con alcuni scatti da casa in prima o da casa in seconda punto e basta.

Perché di MASSA? Perché tutti, nella loro assoluta solitudine, si comportano nello stesso modo.

Adesso correggere questa prassi introducendo:

  • un riscaldamento più opportuno come ad esempio scatti brevi e in progressione, eseguiti anche di lato o all’indietro le cosiddette “Cariocas” adottate anche da grandi Club di calcio
  • per proseguire con streching guidato nei movimenti e nei tempi
  • per effettuare poi il riscaldamento del braccio accoppiando giocatori dello stesso ruolo che quindi tirano dalla stessa distanza avendo cura di iniziare da due terzi della distanza stessa per arrivare a superarla e ritornare infine a quella corretta,
  • completare una difesa che preveda molte prese e pochi tiri mirati,
  • e poi un allenamento di battuta dove si scomponga il movimento e per ogni singola scomposizione ci si lavori sopra per ricompattare il tutto in un toss o con un tee e poi passare al timing semmai eseguito da veri lanciatori o ex lanciatori che ti impegnino a colpire bene avendo già appreso e assunto il giusto movimento di battuta
  • e concludere con una corsa sulle basi che preveda un distacco primario, un successivo allontanamento sul lancio per poi ritornare alla base o partire sulla battuta, simulare le rubate ecc.

Tutto questo migliorerebbe lo schema descritto all’inizio, ma ci farebbe diventare a nostra volta EREMITI con un miglior tasso tecnico.

Ma allora che cosa vuoi dai tecnici? Per esempio – come afferma Umberto Calzolari nella sua guida all’insegnamento nell’opuscolo rivolto ai giovani allenatori “La  Sperimentale n.1” – che il Tecnico/Istruttore fosse “preposto all’insegnamento del gesto tecnico, di una strategia, di una filosofia comportamentale, sportiva, leale e coerente. Nonché, nel limite delle sue possibilità, di una educazione civica, di rapporto col gruppo, il più sapiente possibile”.

Ma, per tornare al concreto, che si facciano anche allenamenti sulla difesa (e attacco) sul bunt, sulle rubate, sulle coperture delle basi, sulle assistenze dei lanciatori, sulle tecniche di attacco in genere.

Ricordo che a metà degli anni 70 a Castenaso provammo a realizzare un gioco molto particolare:

su una valida avversaria a destra senza corridori sulle basi l’esterno raccoglie la palla e la indirizza in  seconda al difensore di tale base che gli fa il ponte; il ricevitore copre la prima passando davanti al suggeritore, poi passandogli dietro, quindi non visto se non troppo tardi, si piazza sulla prima; il primabase tenta prima di intercettare la palla se è una radente, ma comunque si allontana molto dalla propria base come a dimostrare l’impossibilità di un gioco in prima; il corridore avversario, di norma, raggiunge la prima e poi prosegue un poco verso la seconda per vedere se è possibile l’avanzamento; in questo caso si allontana di più visto che il prima base è molto fuori; a questo punto il seconda base ricevuta la palla dall’esterno assiste sulla prima al ricevitore nel tentativo di cogliere fuori il corridore.

Ci sono poche occasioni per tentare questo gioco e ci vuole molto addestramento per eseguirlo correttamente: ma in una partita giocata da noi in casa ci fu l’occasione e fortunatamente il gioco riuscì appieno. La nostra squadra, panchinari compresi, esultò come se avesse vinto il campionato.

Eravamo riusciti in quello che avevamo provato e riprovato di fare: avevamo vinto!

Forse questo metodo di allenarsi per qualcosa in più e di diverso potrebbe essere il modo di uscire da qualsiasi EREMITAGGIO, ma certamente non ci farebbe rimanere nella MASSA.

Franco Ludovisi

“IDENTITÀ”

Coach FRANCO LUDOVISI torna a salire sullo sgabello virtuale dello SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE.

Lo fa con un articolo che risponde, nel suo modo diretto e inequivocabile, al post “Identità” (questo il link) pubblicato qualche settimana fa nella sezione BLOG.

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Ormai sono fuor dai giochi e posso parlare solo della mia esperienza, della mia esperienza passata.

Ho cominciato a giocare a baseball subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, a circa dieci anni,,

Istruito nel gioco dai militari delle Truppe Americane di occupazione (o liberazione se volete) che avevano il loro comando proprio accanto a casa mia nel centro di Bologna.

Quando qualche tempo dopo incontrai altri giovani e meno giovani che si dedicavano al nuovo sport divenni immediatamente un esperto delle tecniche e delle regole che avevo apprese direttamente e correttamente dai soldati Usa.

Così dovevo intervenire, anche quando giocavano gli adulti, per spiegare che la regola del gioco:

“se il battitore rifiuta di battere la palla” non significava, come avveniva di fatto, che il battitore poteva alzare una mano e gridare “rifiuto” per annullare il lancio effettuato dal lanciatore.

Di conseguenza questo mio sapere mi portò immediatamente ad essere un allenatore, un istruttore anche di gente molto più adulta di me.

Dovevo avere anche predisposizione “al comando” se nel 58 ero allenatore delle Fiamme D’Oro squadra di serie A (a soli 23 anni e con soli due anni di conduzione di squadre) e se nel 61 a 26 anni ero nello staff della Nazionale Maggiore.

Ma la mia professionalità consistente nello “SVOLGERE IL MI LAVORO CON COMPETENZA (di quello che sapevo), SCRUPOLOSITA’ e ADEGUATA PREPARAZIONE PROFESSIONALE” era sicuramente carente di “adeguata preparazione professionale”.

La preparazione professionale avvenne sempre NEL tempo:

leggendo libri di tecnica di baseball, frequentando allenatori e giocatori stranieri e ciucciando quanto di buono potevano proporre.

Partecipando a Corsi Tecnici tenuti anche da esperti stranieri che NON TERMINAVANO ASSURDAMENTE CON UN ESAME che, se superato, ti portava a SEDERTI nella tua QUALIFICA.

Tu mi spieghi una cosa, se la capisco e la apprezzo la faccio mia, SE RISPONDO BENE ALL’ESAME, ma non la apprezzo e non la capisco TU la fai MIA.

E questa preparazione di cui dicevo sopra non ha mai fine:

si evolve nel tempo con tecniche (non solo di gioco) nuove o rinnovate,  adatte a PROSPETTI DIVERSI nelle diverse generazioni.

Un esempio? Prova a far fare dei giri di campo di punizione, come avveniva nel passato, senza dare una motivazione immediata:

non avrai obbedienza alcuna, ora.

Se sai stare al passo, se sei IN DIVENIRE allora sei un allenatore, un COACH, un guidatore.

Io la penso così.

Franco Ludovisi