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“ALLENARE I GRANDI”

Torna sullo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE il tecnico-scrittore NICCOLÒ BRUSINI.

Toscano D.O.C. Niccolò è un allenatore di fresca nomina ma con le idee chiare.

Facile capirlo, del resto, come si può  capire da quello che scrive.

Naturalmente, non condivido in toto il suo pensiero e il suo argomentare.

Cero è che questo suo breve “articolo”, nato quasi per scherzo a margine di una “conversazione epistolare”, offre spunti interessanti.

Lascia trasparire una grande passione e, ultimo ma non ultimo, lascia intendere che Niccolò è molto attento ai particolari.

***

Se per qualche congettura astrale, dopo aver allenato squadre di principianti, vi trovate ad allenare una Serie C o superiore, dovrete reimpostare completamente il vostro approccio all’allenamento e ai giocatori.

Da essere Istruttore o Educatore vi troverete a essere veri Allenatori.

Se da una parte potrete essere più diretti ed espliciti con loro, dall’altra dovrete mettere in conto che qualcuno sarà pronto a rispondervi sia come tono che come linguaggio e stavolta le occhiatacce ed i giri di campo non saranno sufficienti.

Ecco allora che questa fase va divisa in due:

approccio tecnico ed approccio emozionale.

Partiamo dall’emozionale.

Come prima cosa dovrete cercare di categorizzare i vostri atleti dal punto di vista comportamentale e caratteriale.

Non mi stancherò di ricordarvi di farvi delle schede e di prendete appunti.

Serve a voi per impressionare nella mente meglio alcune cose e serve alla squadra per sentirsi comunque sempre controllata.

Una volta che avrete “letto” i vostri atleti potrete iniziare ad allenarli.

Ognuno di voi avrà modi diversi di fare e possiamo quindi distinguervi nelle seguenti macro categorie:

  • Allenatore duro,
  • Allenatore amico,
  • Allenatore tecnico,
  • Allenatore distaccato.

Queste categorie non sono le stesse che si ritrovano per i bambini perché il vostro “pubblico” è completamente diverso.

Ovviamente la giusta commistione tra questi porterebbe al Manager perfetto, ma si sa… Nessuno è perfetto.

Quindi cerchiamo di capire, a seconda della categoria dove vi mettete, quali possono essere i migliori consigli per voi.

La difficoltà dell’allenatore duro sta nel fatto che deve esserlo sempre.

E con tutti.

Altrimenti perde di credibilità.

Dovrà mantenere l’ordine a forza di giri di campo e di flessioni, non potrà permettere momenti di stanca, non avrà mai modo di fare una battuta in più o di passare sopra a mezze frasi sentite o immaginate.

Sicuramente un allenatore così manterrà alta la concentrazione in allenamento ma aumenterà anche la possibilità di errore dovuta al timore di sbagliare e spesso correrà il rischio che la squadra si rivolti contro di lui anche se non apertamente.

Dall’altra parte l’allenatore amico rischierà di trovarsi in mezzo ad allenamenti all’insegna dell’anarchia. Materiale buttato nel mezzo, atleti che non fanno quello che gli viene detto, risposte torte da parte dei vostri atleti.

Sicuramente il rapporto sarà più alla pari ma porta ad una serie di difficoltà che difficilmente porteranno a buoni risultati.

Personalmente sconsiglio un rapporto così paritario tra voi e i vostri ragazzi perché per quanto bello possa sembrare vi impedirà di fare il vostro lavoro.

L’allenatore tecnico è quello che spiega ogni cosa dal punto di vista prettamente tecnico

Che va avanti a fare millemila swing fino a che questo non viene eseguito nel modo corretto (che non sempre è il più efficace).

Questo tipo di allenatore interromperà continuamente ogni fase di allenamento per riposizionare, spostare, far notare, riprendere ogni movimento sbagliato.

L’allenatore tecnico andrà aventi a spiegare i gesti tecnici anche più volte nello stesso allenamento, anche allo stesso atleta.

L’allenatore distaccato è colui che prepara l’allenamento e qualsiasi cosa accada prosegue finché non lo porta a termine.

Seguito o no, compreso o no lui procede dritto senza domandarsi se gli atleti gli stanno dietro o lo capiscono.

Sa che l’allenamento che ha impostato può essere eseguito senza problemi quindi non si smuove di un passo.

Una volta che avete deciso in quale allenatore vi rispecchiate di più dovrete cercare di adattare il vostro essere ai vostri atleti facendogli credere ovviamente che la cosa si svolge al contrario.

Niccolò Brusini

“IL PROBLEMA DEI GIOVANI”

Torna lo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE ospitando un intervento dell’amico FRANCO LUDOVISI.

Franco, come al solito, offre il suo pensiero, limpido e cristallino, senza nessuna strizzatina d’occhio o concessione a chicchesia, su un argomento che definire “interessante” è limitativo.

Il suo pezzo è una “frizzante” incursione per parlare di e su un sacco di cose che, secondo lui, succedono, o non succedono, o non succedono come dovrebbero…

Spero che questa “provocazione Ludovisiana” serva a stimolare un dibattito che, da troppo tempo, manca.

Franco, come al solito, ci mette la faccia e SOFTBALL INSIDE, come al solito, non può che ospitarlo con piacere.

***

Nel 1960 esce il n. 3  del giornale  Baseball e Softball organo ufficiale della FIPAB, la Federazione del Baseball di allora che assumerà in seguito l’attuale denominazione FIBS.

In questo numero trattai de “IL PROBLEMA DEI GIOVANI” e dei CENTRI DI ADDESTRAMENTO degli stessi, argomento di attualità di quel periodo.

Dicevo:

“In quanto al problema dei Centri di Addestramento poi questo è facilmente risolubile quando si pensi:

chi beneficerà dell’apporto di questi giovani? Le Società naturalmente, sotto forma di giocatori o di spettatori. Allora è logico che siano le Società stesse ad interessarsi di ciò formando nel proprio seno dei vivai; e non ditemi che esigenze economiche impediscono di trovare i minimi fondi necessari per fare lavorare questi giovani che PRETENDONO SOLO L’ATTEZIONE DEGLI ALTRI.

Attualmente pochi sodalizi hanno capito che il loro denaro sarà proficuamente adoperato solo se guarderanno al domani. Gli altri preferiscono fare i pirati e togliere alle Società di serie inferiori gli elementi più idonei e le Società minori fungono in questo caso da vivai, da Centri di Addestramento.”

Questa era la realtà di allora:

alcune Società, nell’ARCO DEI SUCCESSIVI 50 ANNI, hanno seguito l’indirizzo della formazione in proprio dei giocatori.

Il NETTUNO in primis, per il baseball, lungo tutto l’arco di tempo preso in considerazione è stato fucina inesauribile di talenti creati all’interno della struttura della Società:

nel  softball invece possiamo dire che il BOLLATE della dinastia dei Soldi, soprattutto per la continuità e per l’impegno segnatamente con l’attività giovanile, abbia svolto in modo continuativo questo ruolo.

Ma altri casi ci sono stati e ci sono:

come ad esempio la Scuola di Baseball di PARMA  guidata dall’ottimo Pellaccini;

il quinquennio sontuoso delle giovanili della FORTITUDO a Casteldebole sotto la guida di Umberto Calzolari;

RONCHI dei Legionari sempre molto autarchica nelle sue formazioni costituite da giocatori provenienti dalle giovanili.

Per concludere, con gli esempi, con la recente Frozen Ropes di VERONA dei Dynos di Castagnini.

Quindi, volendo, i Centri di Addestramento si sono potuti fare e si possono fare ovunque vi sia la VOLONTA’ DI REALIZZARLI.

Ed iniziative particolarmente intriganti come quella chiamata “ALLENAMENTE”  portata avanti dall’attuale Legnano Softball sull’IMMAGINAZIONE MENTALE del gesto come allenamento propedeutico trovava riscontri simili anche nel passato, come è stato il caso, che ho vissuto personalmente ad Avigliana, quando mi vennero spiegate le basi della LETTURA VELOCE che potevano trovare adeguata applicazione alla lettura del lancio da parte del battitore.

Il già citato Calzolari redigeva un trattato su come condurre un’ attività giovanile, trattato preso in seria considerazione da molti e che ancora trattengo nella mia biblioteca tecnica del baseball.

Il CASTENASO negli anni 70 si avvalse della collaborazione, nella preparazione fisica, del Prof. PICCININI che si interessava alla consistenza atletica di elementi quali la Simeoni e Mennea, il TOP quindi della preparazione fisica ed anche la FEDERAZIONE applicava alla Nazionale dei mitici “Probabili Olimpici” i metodi del Professor CONCONI rivelatisi in seguito non compatibili con la pratica sportiva lecita.

Ma credo di stare facendo torto a non so quante altre realtà che non cito, ma che ci sono state e ci sono, che lavorano con i loro tecnici IN MODO DIFFERENZIATO gli uni dagli altri e non di “SCUOLA” che personalmente a me, tetragono interprete del baseball tradizionale, appaiono come il pepe o la ciliegina del sapere ufficiale.

Sotto la Presidenza NOTARI si ebbe anche una iniziativa riconducibile ai Centri di Addestramento riservata però ai  soli ATLETI DI LEVA che risiedevano per il periodo di servizio militare  a Bologna e che qui si allenavano tutti assieme durante la settimana per poi giocare nel week end nelle rispettive squadre di appartenenza: istruttori di tutto rispetto quali Bruno Linciano, l’indimenticato Carlos Guzman, Medina, Hernandez ed a volte anche l’olimpionico Igino Velez, Gamberini Dimes e il sottoscritto preparavano i vari Dallospedale, Paoletti, Martignoni, Frignani, tutti atleti provenienti da diversi vivai, senza interferire nelle singole impostazioni.

Ora c’è  l’ACCADEMIA DI TIRRENIA che – attraverso soprattutto i propri DOCENTI – da una parte  DETTA LE REGOLE per la buona gestione del gesto tecnico e della preparazione allo stesso, dall’altra si incarica di UNIFORMARE I COMPORTAMENTI dei tecnici anche nelle loro realtà societarie, soprattutto di quei tecnici che vengono a contatto con l’Accademia per le convocazioni di loro prospetti per le varie Nazionali.

Qui si sfiora il ricatto inteso come la richiesta di qualcosa che non si può rifiutare.

Rischieresti l’esclusione di un tuo giocatore dallo staff di qualche Nazionale perché ti rifiuti di adottare i metodi consigliati?

Al massimo dici che li realizzerai, poi farai come ti pare, ma anche questo è scorretto come l’impostazione di cui sopra.

L’Accademia, a mio personalissimo parere, è una struttura che cerca di sanare la tendenza al peggioramento della classe dei tecnici:

quindi, se così la si considera, BENEMERITA perché vuole elevare di fatto le più flebili conoscenze degli allenatori attuali rispetto a quelli del passato, autodidatti o indirizzati dai Corsi del CNT che pare ora abbiano minore incidenza di prima sulla classe tecnica.

Il decadimento di questa classe può avere molte origini:

alcune di queste sono già state trattate come il caso degli allenatori Cubani importati a frotte perché disponibili a tempo pieno e a basso costo, ma che l’ANIMA la lasciano forse a Cuba con le famiglie.

E di conseguenza vi è minore spazio per i tecnici autoctoni, meno soddisfazioni e assolutamente molto meno continuità nell’insegnamento e nell’affezione ai propri MAESTRI da parte degli allievi.

Ma questa può essere solo una concausa e forse il decadimento è anche opera delle maggiori conoscenze che oggi sono necessarie per costruire un giocatore, una squadra, una Società.

Poi, per inciso, che i prospetti dell’Accademia entrino a far parte del baseball Italiano solo dopo il FALLIMENTO delle loro esperienze nel baseball professionistico Usa a cui sono indirizzati frequentando Tirrenia, mi pare di una evidenza innegabile.

Tirrenia lavora per gli States ed in subordine per il baseball nostrano.

Ma ripeto, ben venga se serve.

Ora sono già state annunciate come funzionanti (MA DOVE?) le Accademie Regionali che dovrebbero replicare in loco alcune funzioni dell’ Accademia di Tirrenia per portare il VERBO a tutte le realtà:

un verbo uniforme in situazioni tanto differenti nei numeri, nell’ impegno, nelle possibilità che necessiterebbero invece, come nel passato, di tecnici di volta in volta adatti alle realtà locali.

E meglio se preparati bene dai Formatori del CNT.

Franco Ludovisi

“L’ULTIMO INNING” (3 di 3)

Terzo e ultimo appuntamento con il racconto di NICCOLO’ BRUSINI sullo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE.

***

Il suono della mazza che colpisce la palla è uno dei suoni che preferisco. In assoluto. Non è un rumore. E’ un dolce suono.

Ed ora l’ho sentito. La battuta è lunga. Alta. Troppo alta. Sono tre secondi che durano troppo.

VAI, VAI, VAI!!! eliminata. Eliminata ma un altro punto entra. ecco la parità 4 a 4 .

O si vince o si perde. Non esiste il pari; è il suo bello. In un film esiste “o piove” ma oggi è caldo. Troppo caldo per piovere.

– Giò, lo sai che devi fare? Portami a casa ‘sta vittoria.

Mi sorride tesa. Lei lo sente che andrà bene. O almeno lo fa credere, o lo vuole credere. Io no. Sensazione di merda. Caldo. Troppo caldo.

– Brava Madda, hai fatto entrare il punto. Bene così.

Le sorrido. Sorrido a Cinzia che entra in battuta. Concentrata. Mi guarda. Segnali. Ora sta a lei contro il mondo.

Primo lancio. Perfetto. Cazzo mi stai immobile… Non posso però darle ancora più tensione di quella che vive già. Dai, la tua. Ce la fai. Lancio. Nulla. Ball. Respira. Cazzo ho sete.

Respiriamo entrambe. Tutti nuovamente posizionati. Io al mio posto. Come sempre. Come da trent’anni. Trentadue. Ora non posso fare altro che aspettare.

Solo. Lei è sola contro il mondo. Io soltanto solo. E vorrei tanto avere il mondo davanti. Ah quanto lo vorrei.

La lanciatrice lascia la palla. Un attimo. Un gesto mille volte visto.

Un suono. Mille volte sentito. VIA, VIA, VIA SU TUTTO…

Già, su tutto… Ela palla stavolta è alta. Non troppo alta. Ma va lontano… Così lontano che… È fuoricampo. Incredibile.

Come se mi avessero sparato con un razzo sulla Luna. O quando col mare mosso prendi le onde alte come te, in piedi sulla riva.

Urla. Gioia. Dolore. Colore. Buio. Tutto. E’ tutto. E’ il tutto. Piange. Lei come me. Come tutti. La mia ultima partita. Sarò ricordato.

Le ragazze si abbracciano tutte. Io faccio quello che ho fatto sempre. Vado a sostenere le ragazze sconfitte.

Provo.

Ma sta solo a loro adesso capire cosa è importante e cosa è fondamentale. Cosa è la vita vera. Lo faccio un po’ per loro e un po’ per levarmi dall’imbarazzo di scoprimi non coinvolto abbastanza dai miei giocatori in festa.

Sempre avuto questo timore.

Per me oggi era fondamentale essere ricordato. Questo. La mia ultima partita. Le ragazze festeggiano. Io resto in disparte. Come sempre. Solo.

Mi vengono a prendere. Mi lanciano in aria. Piango e soltanto io so perché. Ma è giusto così.

Loro hanno vinto.

Io le ho felicemente accompagnate.

Per l’ultima volta.

Niccolò Brusini

 

leggi la prima parte del racconto di Niccolò

leggi la seconda parte del racconto di Niccolò

“L’ULTIMO INNING” (2 di 3)

Arriva sullo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE la seconda parte del racconto scritto da NICCOLÒ BRUSINI.

La terza e ultima parte a breve.

***

La mia ultima partita. Lo so io. Soltanto io. Interessa alle mie giocatrici? Devo concentrarmi sul gioco.

Si, interessa. Mi rispettano. Mi vogliono bene. Lo so. Lo sento. Sono giocatori.

Sono giocatori che si stanno giocando la finale. Cinque cerchi. Vederli così da vicino e sapere che sono lì per te, fa quasi timore.

Ma io ci sono. E ci sono lì perché sono bravo. Ultima partita. Ultima occasione per essere ricordato.

Ricordato da chi però ? Da chi voglio io essere ricordato? Chi vogliamo che ci ricordi una volta morti? Faranno un Memorial a mio nome? Bello sarebbe.

Sarebbe bello portassero avanti i miei ideali sportivi. Si. Ma che ideali ho? Voglio vincere. Altrimenti non sarei qua. Sete di vittoria. Sete. Si. E caldo. Caldo infame.

Battitore veloce, corridori veloci. Provo. Segno il bunt sorpresa. Belli i segnali. Un gioco che ha solo questo sport.

Ma anche qua arriva la tecnologia. Tanto è la mia ultima partita. Può arrivare ciò che volete. Io il mio l’ho fatto. Nulla mi può fermare ormai.

Oddio. qualcosa si mi può fermare. Anzi, qualcosa mi ferma. Fanculo. Mi fa caldo. Ora non devo pensare. Ora c’è solo il campo, la polvere, le mie ragazze. Ed il caldo.

GIU’! ATTENTA! VAI, VAI, VAI… GIRAAAAA!

Errore della difesa. Meraviglioso per me. Per loro, anzi. No via, anche per me. Punto entrato.

Una in terza, Una in prima. Un out. Battitore peggiore nel box. Sono il meglio del meglio italiano. Ma la peggiore… Lo sapevo.

Ho sbagliato a metterla in campo. Dovevo mettere Elisa. Stronza. Fa la cretina di notte prima della finale.

Ed io sono così. Devo mantenermi così. Panca. La mia ultima partita. Fanculo. Ho sbagliato, dovevo metterla.

Chi si ricorderà della mia etica? Se perdo si ricorderanno che ho perso la finale non che sono coerente.

Coerente? Ma io devo vincere. Anche a costo di  pestare le mie idee. O no? Ma che ne so. GRAN RUBATA!! GRANDE GIO’!!

Grande… Grande davvero.

Ecco lei si, un esempio. Fatica. Coerenza. Testa. Giovane. E chi la ferma ? Talento puro con una gran voglia di imparare. Bello allenare ragazze così.

Bello allenare punto. Bello stare su questi campi. Bello poter portare avanti le mie idee e provare a condividerle. Memorial. Bello…

Mi ricorderanno così. chiederanno alle mie ragazze chi ero? Chissà cosa risponderanno.

Ora testa alla partita.

Sono sotto di un punto. Un cazzo di punto. Sto perdendo. O si vince o si perde. Ho vinto tanto così. Ma oggi è diverso.

Mi fa caldo. La peggiore nel box. Faccio i nuovi segnali. Chissà se sente la mia sfiducia in lei. Devo sorriderle.

Anzi. Chiedo tempo. Mi avvicino. Devo tranquillizzarla perché io ho bisogno di staccare la mente. Potrei dirle tutto. Non so quanto mi ascolta. Forse non sente le parole ma sicuramente le arriva un po’ della mia energia. Vediamo.

Torno nella mia area.

E’ lei ora. Non ci sono più io. Solo lei. Lei e ciò che le ho passato negli anni. Io e tutti gli altri che l’hanno plasmata. Allenatori, compagni, amici, fidanzati, amori. Tutto adesso è li. Concentrato. Tutto ciò che fa una persona.

Caldo… Ho caldo.

Niccolò Brusini

leggi la prima parte del racconto di Niccolò

leggi la terza parte del racconto di Niccolò

 

“L’ULTIMO INNING” (1 di 3)

Quello che oggi presento sullo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE è un racconto breve, un vero e proprio “racconto di guerra”, scritto da NICCOLÒ BRUSINI, appassionato e neo-allenatore, conosciuto al ultimo corso per tecnici di base svolto in Toscana.

Niccolò è un “grande ammalato” di questo sport e mi ha “girato” il suo racconto.

L’ho letto e ho deciso in un istante di pubblicarlo, perchè il GIOCO ha anche bisogno di storie e questa è davvero una bella storia.

Prima, però, lascio a Niccolò il compito di presentarsi:

“sono Niccolò, provengo dalla vecchia guardia del baseball, quello giocato nei campi di carciofi con delle improbabili divise una taglia sotto la propria.

Dopo essermi allontanato per anni dai campi mi sono ritrovato a portare mia figlia al softball scoprendo che veramente… Un diamante è per sempre.

Iscritto al corso di Tecnico di Base ho avuto la fortuna di conoscere persone deliziose che mi hanno aumentato la febbre di baseball (ma personalmente più di Softball).

Tra queste Fabio che mi ha ispirato insieme a Simona (carissima amica da sempre) questo racconto, scritto di getto per un concorso letterario.”

Per motivi di spazio e perché il racconto è ricco di phatos, d’accordo con il suo autore, lo abbiamo diviso in tre parti.

Quella che segue è la prima, le prossime a breve.

Un grazie a NICCOLO BRUSINI per la sua disponibilità e per la sua passione!

***

Caldo. Un caldo infame. Si gioca sempre d’estate e le estati sul campo sono sempre le più calde.

Mi devo concentrare di più. Sto perdendo il punto focale. Caldo, mi fa caldo. Il gioco più complesso del mondo. Si. Non il più difficile ma il più complesso.

Si gioca con le mani, con le gambe, con il corpo ma prima di tutto con la testa. Già con la testa.

Quanti anni sono che alleno? Sono trenta… No sono di più, sono esattamente… Dunque… Trentadue.

Trentadue anni a respirare polvere. Quella che ti entra nella gola e si va a fermare nella tua testa…

CORRI !! SENZA GUARDARE! VAI VAI !!

Ecco. Giocatore in seconda base e giocatore in prima. Ed io in terza a suggerire. Sempre al mio posto.

Devo pensare. Ho sbagliato. Al solito, ci penso e poi non lo faccio. Intervallare un battitore forte con uno meno forte. Invece no. Ora mi trovo con quelli più scarsi tutti insieme.

Ora. Ora che perdo di due punti. Ultima possibilità. La mia ultima possibilità. Già, non vedrò altri campi, non respirerò questa terra rossa ancora, no…

Faccio i segnali al nuovo battitore. Lei è sola. è lei contro il mondo. Ed io devo dirle cosa fare. Lei sa il come. Ma la responsabilità del cosa è mia.

Sempre stato così. Mi piace sia così. Mi è sempre piaciuto dare ordini. E prendere le mie responsabilità e le mie soddisfazioni.

Ma i tempi sono cambiati. Il manager non è più chi vince. Vincono i giocatori ormai. Io non ho mai vinto da giocatore. Forse per questo alleno.

Ed ora mi fa veramente caldo.

Trent’anni sui campi sono tanti. Ne ho vissute di situazioni, persone, personaggi, amici e nemici.

Spesso i miei amici si sono trasformati in nemici, ma a volte anche nemici si sono dimostrati poi amici, o almeno umani.

Già, l’umanità delle persone. Quanto l’ho cercata sempre, in ogni mio giocatore!

Quello più della tecnica. Anzi no, sviluppare l’umanità del mio giocatore perché renda il massimo in campo.

Ma allora il mio scopo è stato solo sempre vincere? o cercare il lato bello dell’uomo? O, forse…

VAI, VAI, VAI… GIU’, SCIVOLA, GIU’…

Eliminata. Non dico niente. So che il suo massimo era questo. Vorrei darle una manata. La vorrei mangiare, ma era quello il suo massimo.

Non posso. Non devo. Cerco di sorriderle e l’aiuto ad alzarsi. Non mi viene il sorriso.

Tensione. Caldo sempre più caldo. Un eliminato. Sotto di due punti.

Niccolò Brusini

 

leggi la seconda parte del racconto di Niccolò

leggi la terza parte del racconto di Niccolò

“L’ANTIBASEBALL”

Lo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE ospita, ancora una volta con gioia, l’intervento dell’amico ANDREA DE ANGELIS.

Andrea, che ricordo è allenatore di varia e variegata esperienza, stavolta dice la sua prendendo spunto dalle recenti World Series.

Potrebbe parere un semplice “divertissement” ma, fidatevi, c’è molto, molto di più, se si legge tra le righe.

SOFTBALL INSIDE non può far altro che ringraziare Andrea con affetto per la sua, continua, voglia di mettersi in gioco.

***

Si definisce comunemente “antibaseball” una condotta o un abbigliamento poco conforme alle linee guida del “vecchio gioco”.

Questi abbigliamenti o comportamenti vengono quasi sempre puniti dal Dio del baseball.

Facciamo degli esempi:

le ghette, sono ormai considerate “antibaseball”… Ma visti certi calzini che girano per i campi… Ci si potrebbe (spero) ragionare sopra.

La visiera del cappellino tesa e non “arrotondata” è “antibaseball”.

Dire:

“è finita manca un solo lancio” è “antibaseball”.

Ognuno di noi ha i suoi personali parametri di “antibaseball” e a volte sono essi stessi “antibaseball” e, per finire, anche alcune scelte tattiche sono “antibaseball”.

Se nella parte alta del 9° inning, in “una partita di una discreta importanza”, le squadre sono in parità e, con un solo eliminato, un corridore  raggiunge miracolosamente la terza, è evidente che il Dio del baseball parteggia per la squadra in trasferta e, magari impietosito da 108 anni di preghiere, ha deciso di aiutarla.

Tentare di segnare il punto con un bunt (ne squeeze, ne bunt a sorpresa) a conto pieno è, a mio parere, indiscutibilmente e assolutamente “antibaseball”, questo non significa che non possa funzionare…

A volte capita.

Capita però solo se il Dio del baseball è distratto o addormentato!

Mercoledì 3 novembre 2016, in piena notte, l’umano ha deciso di sfidare il Dio, scegliendo la via dell’“antibaseball”.

Una via tortuosa, improbabile e impossibile, e dopo quest’affronto il Dio del baseball ha deciso di girarsi dall’altra parte e di lasciar fare le cose agli umani, certo in cuor suo che la punizione sarebbe arrivata.

Di fatto, mentre gli umani stavano risolvendo le cose a modo loro, nella parte alta del 10° inning, il Manager della squadra di casa ha scelto, a sua volta, di offendere il Dio del baseball strizzando, anche lui, l’occhio all’ “antibaseball”:

Ha concesso, infatti, una base intenzionale molto meno offensiva del bunt del 9° inning, magari in apparenza molto meno “antibaseball”, anzi quasi una scelta obbligata…

Ma se. alla fine, quel corridore messo in prima base in modo, almeno, discutibile, segna il punto della vittoria, significa sicuramente che mentre il Dio del baseball a volte si distrae lasciando fare, Manitù è, invece, molto, ma molto, più permaloso.

Andrea De Angelis

“E CON LA MATEMATICA?”

Torna lo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE e già questa, di per se, è una grande notizia!

Qui da noi è, infatti, difficilissimo, se non impossibile, trovare degli “scritti” originali di “addetti ai lavori” che abbiano qualosa da dire e disposti a “mettersi in gioco” (o a svelare qualche loro “segreto”).

Credo che, purtroppo, il nostro movimento, fino ad ora, sia stato incapace di elaborare strade originali, che non fossero la banale “fotocopia” di quello che si vede fare “aldilà del mare” .

Credo, anzi ne sono sicuro, come ripeto da tempo, che ci sia, ora più che mai, bisogno di diffusione delle idee, di confronto sulle stesse, di “sano contendere”, di teorie e studio che ci permettano, finalmente, di elaborare “le possibili vie italiane al baseball e al softball”.

Spero che questo mio sentire non sia solo mio e che, prima o poi, si possa, almeno, cominciare a discuterne.

Proprio per questo SOFTBALL INSIDE continua a mettere a disposizione, di CHIUQUE nel nostro movimento senta di avere qualcosa da dire, uno spazio libero, aperto, in cui “dare voce” ai propri pensieri.

In quest’ottica ecco che la breve riflessione dell’amico ANDREA DE ANGELIS, suscitata dal mio post Ma se lo sappiamo, pechè non lo facciamo?”, assume la forza di una vera e propria provocazione su tutto quello che significa, realmente, preparare la prestazione.

Un Grazie ad Andrea per la sua “presenza”.

***

Ma con la matematica funziona?

Le interminabili discussioni sul “giusto” metodo di allenamento, passando per l’insegnamento dell’algebra, mi hanno fatto riflettere spesso e volentieri.

Durante la preparazione dei miei allievi (matematici) quando ne ho avuto occasione ho sempre portato la preparazione dei ragazzi a un parallelo sportivo che penso e spero sia poco discutibile:

“puoi essere preparatissimo e toppare il compito (o la partita) oppure essere in difficoltà e sfoderare la prestazione da secchione (o da campione)”.

Come ci si deve preparare alla prestazione è il contendere in essere su cui tutti discutiamo.

Il “Modello Prestativo”, a mio parere, parere di “matematico” naturalmente, ha un grosso nemico:

il tempo.

È inequivocabile (e sembra scientificamente indiscutibile) che la differenziazione nell’allenamento porti a risultati migliori (nel lungo periodo) ma, nella matematica. funziona allo stesso modo?

Sto sperimentando (lo confesso, sto usando un ragazzo in difficoltà con la matematica come cavia) per togliermi la curiosità di verificare se la “differenziazione” negli esercizi (di matematica) possa portare a risultati migliori.

La sperimentazione comincia adesso, in settembre, perché “ho tempo”, quando ho cominciato a seguirlo e prepararlo, in aprile dello scorso anno, non ne avevo e ho dovuto scegliere la “strada conosciuta” delle infinite ripetizioni, per fargli svolgere al meglio l’esercizio di gara (compito in classe o interrogazione).

Cosa c’entra questo con il baseball?

Molto.

Salvare un ragazzo da una certa bocciatura è come salvare una squadra dalla retrocessione:

si lavora in campi sporchi, polverosi e mal segnati, con scarso “materiale umano” a disposizione, ma la scelta del metodo dipende sempre dal TEMPO a disposizione.

Nel baseball è facile sperimentare…

Ma in matematica?

“E se lo bocciano?”

Andrea De Angelis

“GENITORI COME E PERCHÉ”

Ospite dello SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE è, questa settimana, coach ANDREA DE ANGELIS.

Andrea, che è un grande amico, è un attento “studioso” di tutto quello che riguarda il baseball anche quando l’argomento, apparentemente, non è “troppo tecnico”.

Ho imparato, negli anni, ad apprezzare questa sua capacità di integrare conoscenze diverse in una “teoria del tutto” che ha come centro ispiratore la sua enorme passione per il “vecchio gioco”.

Coach DE ANGELIS, questa volta si occupa di un problema spinoso:

quello dei genitori dei giovani atleti.

Il suo intervento non è certo risolutivo ma getta uno sguardo, personale e autonomo, sulla questione.

***

Tempo fa, mi è rimasta impressa una frase tratta da un libro di psicologia dello sport (qui il link, per approfondimenti):

Il talento va cercato nei secondogeniti che hanno dei genitori con un trascorso sportivo”

Entrando nel merito di questa affermazione, che dovrebbe essere il frutto di una ricerca statistica, mi sono chiesto come ampliare e complicare lo schema del rapporto con le famiglie dei giovani atleti.

La prima considerazione è che l’ambiente più della genetica potrebbe influire sulla fortuna sportiva di un atleta.

La seconda è che i genitori e “gli altri importanti” sono spesso gli artefici della creazione di un talento e non per motivi genetici.

Arriva il momento in cui gli allenatori di categoria giovanile, passato il momento esclusivamente ludico che introduce all’attività agonistica tipica e consigliata per ogni sport, cominciano ad alzare l’asticella delle pretese, ed è quello il momento in cui la famiglia diventa fondamentale:

questo è il momento in cui bisogna affrontare, coinvolgere ed interessare nel migliore dei modi il “nemico” comune a tutti gli sport.

Il termine “nemico”, ovviamente è virgolettato, perché da nemici i genitori possono diventare i migliori amici o viceversa.

Per lavorare nel migliore dei modi proviamo a dividere in categorie i genitori generalizzando alcune situazioni e comportamenti:

ipotizziamo un genitore dominante, ossia che prende decisioni e uno neutro non interessato alla vita sportiva del giovane atleta.

  1. Figlio/a di atleta nello stesso sport praticato
  2. Figlio/a di atleta in diverso sport praticato
  3. Figlio/a di genitori non sportivi

Come influiscono sull’evoluzione sportiva del giovane, cosa ci possiamo aspettare e come vanno trattati? Queste sono le domande chiave a cui bisogna rispondere per creare il giusto rapporto.

Ovviamente essendo una generalizzazione senza dati quantitativi è soggetta a tutte le eccezioni possibili ed immaginabili.

Le categorie possono sicuramente essere ampliate o espanse in diverse sottocategorie.

Per cominciare, traendo spunto dalla mia esperienza in quindici anni di campo, ho notato che la seconda categoria è quella più ricettiva.

Poiché i genitori hanno un atteggiamento positivo verso lo sport, ne condividono le regole etiche, ma non possono interferire nella parte tecnica.

La prima categoria è quella che da migliori risultati sportivi grazie ai feedback casalinghi e alla passione condivisa ma, pur traendo vantaggio dalle discussioni e dai confronti vissuti in casa, nasconde l’insidia di sovrapposizioni e contrasti malcelati.

La terza categoria io la definisco categoria jolly, in quanto è quasi esclusivamente farina del sacco del giovane atleta che decide di frequentare lo sport scelto, ma non ha né conforto né pressioni familiari.

Sarebbe interessante ampliare le considerazioni e le variabili per meglio gestire le varie situazioni e sarebbe interessante raccogliere un maggior numero di dati sulle percentuali di successo a seconda del tipo di situazione familiare.

Questa raccolta dati potrebbe aiutare a prevenire i conflitti con i genitori trovando strategie di comunicazione efficaci che permettano di assecondare e capire gli obbiettivi delle famiglie in modo da creare obbiettivi comuni e raggiungibili.

Andrea De Angelis