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“E CON LA MATEMATICA?”

Torna lo SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE e già questa, di per se, è una grande notizia!

Qui da noi è, infatti, difficilissimo, se non impossibile, trovare degli “scritti” originali di “addetti ai lavori” che abbiano qualosa da dire e disposti a “mettersi in gioco” (o a svelare qualche loro “segreto”).

Credo che, purtroppo, il nostro movimento, fino ad ora, sia stato incapace di elaborare strade originali, che non fossero la banale “fotocopia” di quello che si vede fare “aldilà del mare” .

Credo, anzi ne sono sicuro, come ripeto da tempo, che ci sia, ora più che mai, bisogno di diffusione delle idee, di confronto sulle stesse, di “sano contendere”, di teorie e studio che ci permettano, finalmente, di elaborare “le possibili vie italiane al baseball e al softball”.

Spero che questo mio sentire non sia solo mio e che, prima o poi, si possa, almeno, cominciare a discuterne.

Proprio per questo SOFTBALL INSIDE continua a mettere a disposizione, di CHIUQUE nel nostro movimento senta di avere qualcosa da dire, uno spazio libero, aperto, in cui “dare voce” ai propri pensieri.

In quest’ottica ecco che la breve riflessione dell’amico ANDREA DE ANGELIS, suscitata dal mio post Ma se lo sappiamo, pechè non lo facciamo?”, assume la forza di una vera e propria provocazione su tutto quello che significa, realmente, preparare la prestazione.

Un Grazie ad Andrea per la sua “presenza”.

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Ma con la matematica funziona?

Le interminabili discussioni sul “giusto” metodo di allenamento, passando per l’insegnamento dell’algebra, mi hanno fatto riflettere spesso e volentieri.

Durante la preparazione dei miei allievi (matematici) quando ne ho avuto occasione ho sempre portato la preparazione dei ragazzi a un parallelo sportivo che penso e spero sia poco discutibile:

“puoi essere preparatissimo e toppare il compito (o la partita) oppure essere in difficoltà e sfoderare la prestazione da secchione (o da campione)”.

Come ci si deve preparare alla prestazione è il contendere in essere su cui tutti discutiamo.

Il “Modello Prestativo”, a mio parere, parere di “matematico” naturalmente, ha un grosso nemico:

il tempo.

È inequivocabile (e sembra scientificamente indiscutibile) che la differenziazione nell’allenamento porti a risultati migliori (nel lungo periodo) ma, nella matematica. funziona allo stesso modo?

Sto sperimentando (lo confesso, sto usando un ragazzo in difficoltà con la matematica come cavia) per togliermi la curiosità di verificare se la “differenziazione” negli esercizi (di matematica) possa portare a risultati migliori.

La sperimentazione comincia adesso, in settembre, perché “ho tempo”, quando ho cominciato a seguirlo e prepararlo, in aprile dello scorso anno, non ne avevo e ho dovuto scegliere la “strada conosciuta” delle infinite ripetizioni, per fargli svolgere al meglio l’esercizio di gara (compito in classe o interrogazione).

Cosa c’entra questo con il baseball?

Molto.

Salvare un ragazzo da una certa bocciatura è come salvare una squadra dalla retrocessione:

si lavora in campi sporchi, polverosi e mal segnati, con scarso “materiale umano” a disposizione, ma la scelta del metodo dipende sempre dal TEMPO a disposizione.

Nel baseball è facile sperimentare…

Ma in matematica?

“E se lo bocciano?”

Andrea De Angelis

“IDENTITÀ”

Coach FRANCO LUDOVISI torna a salire sullo sgabello virtuale dello SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE.

Lo fa con un articolo che risponde, nel suo modo diretto e inequivocabile, al post “Identità” (questo il link) pubblicato qualche settimana fa nella sezione BLOG.

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Ormai sono fuor dai giochi e posso parlare solo della mia esperienza, della mia esperienza passata.

Ho cominciato a giocare a baseball subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, a circa dieci anni,,

Istruito nel gioco dai militari delle Truppe Americane di occupazione (o liberazione se volete) che avevano il loro comando proprio accanto a casa mia nel centro di Bologna.

Quando qualche tempo dopo incontrai altri giovani e meno giovani che si dedicavano al nuovo sport divenni immediatamente un esperto delle tecniche e delle regole che avevo apprese direttamente e correttamente dai soldati Usa.

Così dovevo intervenire, anche quando giocavano gli adulti, per spiegare che la regola del gioco:

“se il battitore rifiuta di battere la palla” non significava, come avveniva di fatto, che il battitore poteva alzare una mano e gridare “rifiuto” per annullare il lancio effettuato dal lanciatore.

Di conseguenza questo mio sapere mi portò immediatamente ad essere un allenatore, un istruttore anche di gente molto più adulta di me.

Dovevo avere anche predisposizione “al comando” se nel 58 ero allenatore delle Fiamme D’Oro squadra di serie A (a soli 23 anni e con soli due anni di conduzione di squadre) e se nel 61 a 26 anni ero nello staff della Nazionale Maggiore.

Ma la mia professionalità consistente nello “SVOLGERE IL MI LAVORO CON COMPETENZA (di quello che sapevo), SCRUPOLOSITA’ e ADEGUATA PREPARAZIONE PROFESSIONALE” era sicuramente carente di “adeguata preparazione professionale”.

La preparazione professionale avvenne sempre NEL tempo:

leggendo libri di tecnica di baseball, frequentando allenatori e giocatori stranieri e ciucciando quanto di buono potevano proporre.

Partecipando a Corsi Tecnici tenuti anche da esperti stranieri che NON TERMINAVANO ASSURDAMENTE CON UN ESAME che, se superato, ti portava a SEDERTI nella tua QUALIFICA.

Tu mi spieghi una cosa, se la capisco e la apprezzo la faccio mia, SE RISPONDO BENE ALL’ESAME, ma non la apprezzo e non la capisco TU la fai MIA.

E questa preparazione di cui dicevo sopra non ha mai fine:

si evolve nel tempo con tecniche (non solo di gioco) nuove o rinnovate,  adatte a PROSPETTI DIVERSI nelle diverse generazioni.

Un esempio? Prova a far fare dei giri di campo di punizione, come avveniva nel passato, senza dare una motivazione immediata:

non avrai obbedienza alcuna, ora.

Se sai stare al passo, se sei IN DIVENIRE allora sei un allenatore, un COACH, un guidatore.

Io la penso così.

Franco Ludovisi